I numeri sono lì a dimostrarlo. Il popolo europeo ha virato a destra, ma il suo esecutivo no.
Le recenti elezioni europee hanno mandato segnali chiari e inequivocabili di volontà di cambiamento. L’establishment, però, sembra non essersene accorto. Ma se ne accorgerà, è solo questione di tempo. Gli avvenimenti umani e sociali talvolta possono sembrare incomprensibili, ma solo ad una lettura superficiale. I grandi cambiamenti spesso, infatti, avvengono lentamente, in maniera sotterranea e, come il magma di un vulcano, ad un tratto prorompono e non si possono più fermare.
Così i governi dittatoriali possono sembrare a lungo imbattibili, ma la storia ci dimostra che non è così.
Ora il governo (termine sproporzionato e inadatto per definire la guida politica europea, sostanzialmente debole e contraddittoria) del vecchio continente si sta formando con l’appoggio basilare, oltre che dei Popolari, anche dei socialisti e dei verdi. Dunque, a quanto pare, il grido di dolore di milioni di europei resterà ancora una volta inascoltato: gravi problemi come l’immigrazione clandestina, la concorrenza cinese, l’invasione di prodotti alimentari stranieri e via discorrendo difficilmente verranno affrontati.
Va detto, però, che le politiche socialiste europee in realtà tali non sono, né, ci sembra, che quelle verdi si possano definire “green”, posto che sia le prime che le seconde non sono altro, per usare un’espressione alla “Diego Fusaro”, che le stampelle del sistema “turbocapitalistico” imperante.
Infatti, la realizzazione di vere politiche socialiste, tenendo conto che siamo nel duemila e non nell’ottocento, presupporrebbe la soluzione dei tanti problemi di vari ceti disagiati, ma che non sono più quelli del tempo di Dickens. L’immigrazione “selvaggia”, così come generalmente nei fatti viene portata avanti, non può essere considerata una politica socialista che vada a favore degli strati sociali più deboli, ma solo un’azione devastante sia nei confronti dei paesi di provenienza, sia di quelli che li accolgono, anche perché avviene senza alcuna regola o forma di programmazione intelligente.
Alla fine, qual è il risultato? Solo quello di creare miseria e degrado generalizzati: si privano di servizi essenziali gli abitanti del proprio paese, ma non si riesce neppure a offrire a chi arriva dall’estero un’accoglienza realmente degna di questo nome. Si potrebbe fare di meglio? Senza l’ottusa Ue quasi sicuramente.
Idem per quanto riguarda il cosiddetto “green”.
Quando, infatti, a pontificare sul green ci si mette una Greta Thumberg possiamo solo metterci le mani ai capelli.
L’avete mai sentita parlare, questa ragazzina, dell’inquinamento prodotto dai conflitti bellici o delle sementi prodotte dalle multinazionali americane? Oppure dei danni prodotti da navi ed aerei in giro per il mondo? A noi non sembra.
Noi, però, cercheremo ugualmente di dare una risposta. Le guerre, intanto, sarebbero da evitare ad ogni costo, anche perché solitamente non risolvono alcun problema, mentre ne creano tanti di nuovi. Impossibile? Difficile, sicuramente, ma necessario se non vogliamo distruggere l’intero pianeta. Le sementi e altre diavolerie, prodotte a basso costo e imposte, poi, “a caro prezzo” sul mercato, invece, come possiamo combatterle?
Ecco un’altra battaglia difficile, ma anche qui si tratta di far prevalere la logica della salute e della cura del pianeta rispetto a quelle dello sfruttamento e della violenza sugli esseri umani.
In quanto a navi ed aerei la soluzione, in ogni caso, non sarebbe certo quella di abolirli, ma di renderli sempre meno inquinanti.
Spesso ci vengono intimati vari divieti da “sedicenti esperti” del clima o della salute, ai quali, però, più che la difesa del pianeta sembra interessi soprattutto indirizzare i consumatori verso determinati consumi piuttosto che su altri e, così, lanciando l’eroico grido: “Ce lo dice la scienza” ci impongono facilmente qualunque tipo di obbligo, forti del fatto che pochi sanno che scienza significa, in realtà, “costante esercizio del dubbio” e non il contrario, che sarebbe, invece, una forma di dogmatismo acritico.
Lydia Gaziano Scargiali








