Femminismi e femminicidi

di Andrea Galizia

Il 25 novembre scorso si è tenuta la giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne. Cortei, manifestazioni, attività si sono svolte nelle principali città italiane e non solo sia poco prima che durante la giornata. Moltissime donne, associazioni femministe, ma anche diversi uomini hanno quindi riempito piazze e strade al grido di slogan ben precisi: “no alla violenza di genere”, “disarmiamo il patriarcato”, “no alla violenza patriarcale” e tanti altri. Simboli eloquenti delle proteste le tante foto di donne uccise di recente tra cui quella più conosciuta di Giulia Cecchettin, la ventiduenne veneta massacrata dal fidanzato che voleva lasciare (che per l’occasione è stata ritratta col pugno sinistro alzato).

Il leitmotiv della rabbia che animava i cortei era chiara: i tanti femminicidi che sono avvenuti e avvengono in Italia sono il frutto di una cultura autoritaria maschile – il patriarcato appunto – che domina nelle famiglie e nella società e vuole le donne (più il variegato mondo Lgbt) succubi e sottomesse. L’assassinio di una donna quindi come precipitato di una società maschilista, sessista, omofobica, razzista e che strangola il dissenso. La principale soluzione propugnata dai manifestanti è così l’educazione sessuale-affettiva nelle scuole: unico strumento capace di educare le nuove generazioni eliminando così la cultura patriarcale.

L’argomento è quanto mai attuale e merita una seria riflessione che vada al di là delle ideologie e degli slogan.

In primo luogo il tema dei femminicidi connesso al patriarcato è la vera spinta propulsiva che alimenta la rabbia dei cortei.
È vera la narrazione femminista che vuole i ricorrenti assassinii di donne imputabili all’educazione autoritaria, misogina e violenta di molti uomini?

Difficile ammettere, con onestà intellettuale, la presenza di un unico movente misogino per tutti gli assassinii di donne. Ogni singolo episodio delittuoso presenta caratteristiche e motivazioni variabili e variegate per cui sarebbe incongruo operare una generalizzazione tanto radicale. Un elemento tuttavia che sembra associare molti di questi episodi delittuosi in realtà c’è, è evidente e riguarda l’incapacità di molti uomini, poi rei di femminicidio, ad accettare il termine di una relazione affettiva. Nessuna attenuante per i colpevoli di simili reati; nulla che possa attutirne le responsabilità o degradarne la libera capacità di comprendere la gravità dei fatti. Un omicida è omicida e deve risponderne alla legge.

Quello che si fa fatica a correlare però è il concetto di patriarcato con l’incapacità di alcuni uomini di gestire una perdita sentimentale. Di certo ci sono, in alcuni casi, uomini che uccidono donne sulla base di logiche autoritarie e misogine: fattori culturali, religiosi o pseudoculture criminali possono certamente formulare un’idea del possesso nei riguardi delle donne. L’omicidio della povera Saman, ad esempio, la ragazza di origine pachistana residente in Emilia, uccisa dalla famiglia perché fidanzatasi con un ragazzo non gradito ai genitori è forse il caso più eclatante. In questa fattispecie il movente risente chiaramente di principi culturali di natura patriarcale.

Sarebbe irrazionale tuttavia ipotizzare una diffusa e generalizzata ideologia del possesso femminile, nei termini appena citati, anche in Italia.

Alcuni episodi di cronaca nera certamente possono essere inseriti in questa categoria, e possono riguardare stranieri come italiani, ma per la gran parte occorre cercare altrove le cause. Analizzando, infatti, i profili di molti uomini che hanno assassinato mogli o compagne – non ultimo il caso dell’assassino di Giulia Cecchettin – ci accorgiamo che non siamo tanto in presenza di uomini con alle spalle un’educazione marcatamente misogina, dispotica, autoritaria quanto semmai, è il caso di sottolinearlo, di giovani e meno giovani non educati a subire dei rifiuti, incapaci di accettare sconfitte, deresponsabilizzati da prassi educative evanescenti. Si tratta – come da più parti viene rilevato a scuola e ovunque negli ambiti relazionali – di una gioventù irrequieta e sempre più violenta, edonistica e troppo spesso viziata, refrattaria a tutto ciò che sia regola o autorità; gioventù che in presenza di un ostacolo o una difficoltà sprofonda nell’ansia, nel malessere e a questa reagisce troppe volte in modo inconsulto. “Lo abbiamo sempre accontentato in tutto” affermavano i genitori dell’assassino di Giulia riferendosi al figlio ed ecco i risultati di questa educazione.

La vera soluzione ai femminicidi quindi, non è quella di delegare ancora una volta alla scuola l’educazione dei figli, bensì di tornare a credere ed investire sulla famiglia quale primo agente educante. I genitori, anziché colmare i propri figli di consensi, approvazioni e ogni possibile oggetto del desiderio, devono tornare a dare regole, devono recuperare un ruolo che un falso buonismo e un malinteso senso di emancipazione hanno declassato ad amicizia coi figli. Niente di più pericoloso. A tutto questo lo stato non può sostituirsi con corsi di educazione sessuale-affettiva. Pensare infatti che i giovani e giovanissimi debbano imparare, non dai genitori, ma in primo luogo dallo stato a relazionarsi con gli altri è un’idea totalitaria, degna dei regimi e non produrrebbe i risultati sperati ma li esporrebbe alle idee (e talvolta anche alle distorsioni) dei singoli educatori, portatori anch’essi di un loro bagaglio culturale e talvolta anche ideologico.

Viene da chiedersi tuttavia come mai movimenti femministi ed Lgbt siano così proclivi a individuare proprio nel patriarcato la quintessenza di ogni violenza contro le donne e non solo (alcune ritengono pure che il patriarcato sia la causa di ogni violenza).

L’obiettivo più o meno confessato di questi movimenti con il loro bagaglio di slogan e di proclami è l’attacco al genere maschile nella sua specificità. La colpevolizzazione dell’uomo e la sua mortificazione in quanto tale diviene così la conseguenza più naturale di questa campagna propagandistica. Una vera e propria “misandria” generalizzata. È l’uomo nella sua interezza che deve essere rieducato, non semplicisticamente al rispetto della donna, ma ad un ripensamento di tutte le sue funzioni nella società come nella famiglia. L’uomo in pratica deve cambiare tutto di sé.

I femminicidi e la violenza sulle donne, sulla scorta di una tale declinazione concettuale, appaiono solo degli alibi tanto da venire mistificati e strumentalizzati al fine di raggiungere l’obiettivo. Non importa, per i propugnatori di questo impianto ideologico, se il movente dei femminicidi è o non è di natura patriarcale: l’obiettivo è colpire l’uomo, delegittimarlo, togliergli ogni autorità. Ogni omicidio di una donna dev’essere cavalcato a prescindere da ogni motivo o ragione. L’intera campagna mediatica soprattutto quella delle frange più estreme dei movimenti femministi appare così non determinata ad una riappacificazione e ad una ricucitura delle lacerazioni tra uomini e donne bensì appare rivolta ad alimentare una lotta continua fino all’annichilimento totale dell’uomo. Queste frange non ripongono alcuna fiducia negli uomini, tendono ad isolarsi rispetto a questi e a ritrovarsi in gruppi prevalentemente femminili. Una forma di autosegregazione nutrita da un’infinita diffidenza verso l’altro sesso. Questo è in definitiva il risultato di una campagna mediatica tanto martellante: una maggiore diffidenza tra uomini e donne, un aumento dell’incomunicabilità, il loro isolamento e confinamento in gruppi dello stesso sesso.

Più che una lotta di civiltà sembra una lotta contro la civiltà.

Andrea Galizia

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