ADAM SMITH E I NUOVI DAZI USA

Perché occorre cambiare la politica economica mondiale

DAZI: Rien ne va plus!
Lorenzo Romano
Roma 6 aprile 2025

In merito ai dazi, su www.palermoparla.news con vari articoli ho ricordato alcuni concetti base. Ora ne propongo un altro, un nuovo paradigma:
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CON LA POLITICA ECONOMICA DEL PRESIDENTE TRUMP SIAMO PASSATI DAL ”LAISSEZ FAIRE” AL ”DO UT DES”. Spieghiamo perché.

Molto meno valida a livello sociale fu, a mio parere, la settecentesca politica del ”laissez faire”, la quale dette un solo risultato: lo sviluppo del marxismo, teoria opposta, (1864) perché secondo i suoi fautori, tra cui Adam Smith, in un perfetto sistema liberale (1780) poi trasformatosi in liberismo, lo Stato non doveva intervenire nello sviluppo e/o nel controllo della propria economia; di conseguenza si lasciava crescere la povertà affidandola al buon cuore della gente.

Però (c’è sempre un però ) tale “libertà di fare” produsse anche un altro problema, un ”déjà vu” con la “crisi olandese dei tulipani” (1637), ovvero la trasformazione di prodotti reali in beni immateriali non regolati. Problema replicatosi, poi, con la crisi americana del ’29, alla quale si attribuisce una delle concause della II GM.

In effetti la distribuzione mondiale dell’USD (dollaro USA) sembrerebbe aggirarsi intorno ai 500 milioni di dollari. Tale somma non dovrebbe essere superiore al differenziale tra il PIL USA (circa 28.000 miliardi) e il DP USA (circa 38.000 miliardi)… non dovrebbe…

Per rendere l’idea vi riporto PIL e DP italiano, rispettivamente di 2.300 e 3.000 miliardi.

Naturalmente questi valori sono indicatori che rendono più o meno l’idea della consistenza economica di una nazione. Un differenziale negativo indica che una nazione potrebbe avere difficoltà nel fare investimenti di Stato altrimenti, di conseguenza, si assiste all’abbandono del sociale, ritornando così al paradigma di cui ho detto a proposito del sistema liberista.
Un esempio di tale situazione l’ha sperimentata l’ex Presidente Obama col suo ACA Affordable Care Act con il quale avrebbe voluto estendere la sanità pubblica a tutta la popolazione. Il referendum relativo esordì con un lapidario ”chi vuole la sanità se la paga”, lasciando allo Stato i minimi interventi assistenziali.

In un sistema liberista lo sbilancio negativo PIL/DP non dovrebbe interessare l’industria se non fosse per il fatto che l’insieme delle attività pubbliche USA è di circa 4.000 miliardi anno e, ovviamente, sono entrate da tasse con aliquote medie del 18% e da qui il dilemma shakespeariano: tassare o non tassare per ridurre il DP?

D’altro canto l’immissione di nuovi fondi da parte della FED (banca centrale USA), porterebbe all’aumento dell’inflazione di moneta nelle principali aree produttive degli USA, perché l’aumento del circolante (es. in busta paga e/o investimenti in infrastrutture) non verrebbe compensato da una maggiore disponibilità di prodotto posto in vendita, anzi, da una sua probabile rarefazione!

A questo punto entra in gioco la scelta del nuovo Presidente USA di imporre barriere doganali, soprattutto per ostacolare ”certe” fastidiose importazioni.

A mio avviso e per le condizioni sin qui descritte, riterrei una scelta coraggiosa e un po’ pericolosa: ridurre le importazioni significa stimolare la produzione interna nelle aree merceologiche una volta di forte importazione e ora sottoposte, invece, a restrizione economica ma non a limiti quantitativi.

Ciò funzionerebbe bene solo se l’industria interna fosse in grado di provvedere alla medesima fungibilità, anzi di migliorarla onde evitare frustrazione e incertezze nei produttori locali.

Per esempio, prediamo uno dei migliori prodotti italiani, il vino: o la produzione interna USA riesce a produrre di meglio e a prezzo competitivo sul vino tassato, oppure il consumatore USA spenderà di più per continuare a godere del prodotto italiano.

In ogni caso il risultato, dal punto di vista fiscale, è raggiunto: l’erario USA incasserà comunque di più (miglioramento della produzione interna, ricavi dai dazi in ingresso e un miglioramento della bilancia exp/imp, ecc.).

Per quanto riguarda i paesi esportatori verso gli USA, ovviamente qualcosa cambia ma per la UE che allinea quasi 500 milioni di consumatori, sarà facile ammortizzare l’impatto economico: basterebbe riorganizzare e integrare il sistema economico europeo!

(NdR ma esiste?!)

In effetti la tesi qui esposta è reversibile: se a causa dei tassi imposti dai paesi riceventi, le esportazioni dai paesi produttori risultassero parzialmente limitate e di conseguenza aumentassero le giacenze in magazzino, in genere si va alla distruzione del prodotto in eccesso e a un taglio della produzione.

Sono ambedue manovre ingiustificate perché comunque è ricchezza distrutta, irrecuperabile!

Per evitare ciò occorre una continua ricerca di mercato per individuare aree il cui prodotto risulta o potrebbe risultare appetibile, da utilizzare per ricollocare l’eventuale surplus anche ad un prezzo ragionevolmente ridotto.

Allo stesso modo si combattono i nuovi dazi abbattendo i prezzi di vendita: si otterrebbe una riduzione dei ricavi netti ma è meglio così piuttosto che perdere un mercato magari conquistato a fatica!

Del resto una riduzione dei prezzi al consumo comporta l’acquisizione di nuova clientela e l’espansione qualitativa e quantitativa della merce prodotta.

Passaggi di questo tipo abbiamo avuto modo di studiarli negli anni ’80, all’epoca dell’invasione di motoristica giapponese in Europa: arrivarono prestigiosi brand tipo Honda, Kawasaki, Suzuki, ecc. i quali in pochi anni conquistarono i mercati europei con modelli potenti, innovativi e a prezzi concorrenziali.

La scelta dei giapponesi fu orientata soprattutto alla fidelizzazione di una nuova clientela, piuttosto che provvedere alla massimizzazione dei profitti, una scelta difficile allorché si pone in vendita un prodotto di qualità superiore alla concorrenza ma i risultati si vedono ancora oggi!

Infine bisogna ammettere il flop della tanto decantata globalizzazione. Io ho avuto una tipica e divertente esperienza diretta come costruttore di apparati elettronici.

Eccone la sintesi:

Per produrre un sistema di telecontrollo ad alta distribuzione, cercai sul mercato mondiale dei semiconduttori, un microchip potente di basso costo ed affidabile. Ne individuai uno prodotto da un’azienda statunitense alla quale scrissi per ottenere un’offerta. L’azienda rispose dicendo che dovevo rivolgermi al dealer locale che risiedeva a Milano. Cosa che feci e subito mi vennero consegnati i chip ordinati i quali erano stati costruiti in Cina, confezionati e spediti dalla rappresentanza giapponese. Infine pagai la fattura in euro con un bonifico su una banca italiana per la successiva rimessa in sterline su una banca inglese !

In pratica il mio semplice ordine girò su due oceani toccando ben quattro nazioni !!!

Sembrerebbe assurdo eppure questa è la parte migliore della globalizzazione perché non ci sono stati né espianti e trasferimenti di fabbriche, l’indotto di molte aziende ha lavorato sul mio ordine, la merce ricevuta era di ottima qualità, la consegne fu puntuale, ecc.

Insomma, dal punto di vista industriale la globalizzazione comporta indiscutibilmente molti vantaggi.

Purtroppo le caratteristiche delle popolazioni mondiali sono variegate e non sempre è possibile mantenere per tutti un livello di vita decente se non tentare un approccio statalista dimensionato sul territorio in esame.

Comunque ci saranno sempre differenze tra popoli e popoli. Nel mio libro “New Economy e Socialismo” (Edizioni EtaBeta ps ISBN 979-12-5968-771-5) ho studiato un modello di Stato che tende ad elevare il livello di vita della popolazione cui il modello medesimo verrebbe adottato.

La chiave di questo modello è l’aver messo insieme cultura generale, capitalismo e socialismo, riuscendo a massimizzare la collaborazione tra queste tre aree sociali generalmente in conflitto tra loro.

Così come il modello liberale di Adam Smith nel tempo si è trasformato in liberista per poi tornare al socialismo passando per il marxismo, ora più che mai per fronteggiare il ritorno ai confini nazionali e per tentare un recupero economico delle nazioni, è necessaria l’attuazione di un nuovo modello economico.

Credo – e ne sono – fermamente convinto – che quanto esposto nel mio libro possa essere la base universale per un rilancio della società umana in un nuovo paradigma!
Lo spero!
Lorenzo Romano

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