CHI HA PAURA DEL LUPO CATTIVO?
Roma, 9 maggio 2026
Cos’è la AI (Intelligenza Artificiale)?
Qua e la’ si leggono preoccupazioni scatenate dall’avvento dell’Intelligenza Artificiale (AI), senza peraltro indagare se in fin dei conti la AI è utile o meno all’umanità.
Intanto è da chiarire che ciò che può far un cervello animale più o meno intelligente, difficilmente potrà essere realizzato da una intelligenza meccanica.
Il paradigma è proprio questo: la AI è un sistema meccanico anche se mosso energia elettrica (molta!) e programmato tramite un nastro infinito, un po’ come descrisse Turing per la sua macchina.
L’intelligenza animale è un fatto comportamentale per lo più occasionale, esso non ha processi statici ripetitivi perché è soggetto, influenzato e sottoposto a sensazioni e desideri e pensieri talvolta illogici, irrazionali.
In gergo moderno quando il comportamenti di un animale o di un umano non è uniforme al resto, allora si parla di deviazione senza cercare di dare giustificazioni di natura evoluzionistica.
Analizzando lo schema appena qui sopra, si nota una logica reiterata atta ad accumulare esperienze per poi trarne “deduzioni logiche razionali” in un continuum di elaborazioni psichico fisiche.
Questo rappresentato è in realtà il processo meccanico di un sistema in AI, ovvero il principio della macchina di Turing evoluta con l’autoapprendimento e autocorrezione degli errori.
Però nello schema manca una dimensione: la cosiddetta fantasia, intesa come inventiva, innovazione e quant’altro che determina la crescita culturale di una persona, di una nazione e perché no, anche di animali sebbene appena percettibile!
Stabilito che l’attuale AI non è altro che la trasformazione del cervello animale in una macchina, potenziata a livello memoria e NON SEMPRE in velocità di esecuzione (cfr. teoria quantistica), non resta che valutarne la pericolosità sociale.
Sviluppo dell’intelligenza negli esseri viventi.
Nell’ormai lontano 1987 pubblicai sulla rivista divulgativa “Trentasettemezzo”, destinata al comparto sanitario, uno studio teorico pratico sulla formazione dell’intelligenza partendo dalla prima cellula vivente. Nel trascorrere dei secoli, quest’ultima si “accorse” che vivendo in gruppo aveva più possibilità di sopravvivenza anche se probabilmente le medesime si legarono tra loro per questioni di affinità elettrochimica, piuttosto che di “volontà manifesta”.
Lo sviluppo delle successive macro cellule non sembrerebbe dare ancora segni di intelligenza vista nell’ambito dello schema testé indicato, ovvero seguirebbero percorsi meccanici trasmessi dall’esperienza ereditata ma non compiono scelte di natura “deviata” (secondo quanto già detto), tant’è vero che l’individuo il quale esula da tali percorsi non ha molte possibilità di sopravvivenza. I superstiti sembra abbiano maturato un certo tipo di esperienza ma in realtà è solo un probabile evento statistico!
Si arriva così a definire l’auto apprendimento quale conseguenza di esperienze non sempre mortali. Nei “primati” c’è la capacità di apprendere da esperienze altrui, così da formare un veloce bagaglio di informazioni trasmissibile ad altri in via comportamentale, oppure tramite l’insegnamento.
Dalla teoria alla pratica
Sempre nel 1987 decisi di verificare quanto appena esposto, programmando un PC da 0,6 MIPS per simulare la reazione di una palpebra all’esposizione di un improvvisa forte luce accecante. Per esperienza si sa che in un “batter d’occhio” la palpebra chiude per proteggere l’occhio.
Ma chi insegnò all’essere ancestrale tale esperienza?
Allora occorre tornare a qualche riga qui scritta prima: gli individui i quali non chiudevano la palpebra potevano rimanere ciechi e quindi avere minori possibilità di sopravvivenza.
E’ proprio tale “casualità” che impedisce alla AI di superare le qualità dell’intelletto umano.
Per effettuare la verifica di tale situazione, dotai un PC di un database relazionale di cui una parte dedicata ai sensori della luce (dendriti), un’altra parte ai comandi (assoni) simulanti una palpebra e il resto per simulare il comportamento del reticolo neurale.
Un algoritmo casuale creava vari percorsi logici per inserirsi, attraverso la connessione tra 100 dendridi e 100 assoni, al nucleo di elaborazione simulanti il reticolo neurale.
Pochissimi percorsi arrivarono a connettere una linea logica tra sensore, motore, attuatore per riuscire a simulare il comportamento previsto. Ciò dimostrava la necessaria presenza del meccanismo di autoapprendimento, riscontrabile essenzialmente nei “primati”.
Uso vantaggioso della AI
Personalmente ritengo vantaggiosissima la disponibilità di una intelligenza Ai però occorre saperla usare!
Negli anni ’60 per fare calcoli dimensionali di travi in cemento armato usavo un “regolo calcolatore” per avvicinarmi quanto più possibile ad una delle tabelle predefinite disponibili sulla letteratura inerente. Spesso occorrevano molte reiterazioni per raggiungere un buon compromesso tra estetica, funzionalità e sicurezza, era un lavoro lento dovuto alla necessità di consultare una vasta letteratura.
Ponendo una domanda ben organizzata a un sistema AI si ha una veloce risposta con una o più soluzioni pronte ad essere valutate sulla base dei valori richiesti. Ovviamente il tempo consumato per lo sviluppo di in progetto edile sarà molto minore e il risultato sicuramente ottimizzato.
Ecco, la Ai ha questa caratteristica: sostituisce l’umano essenzialmente nei lavori propedeutici verso una qualsiasi attività intellettuale a patto che esistano elementi elaborativi già conosciuti dalla macchina AI.
Ad esempio, se la trave occorreva per costruire un ponte, come poteva la macchina AI decidere che si doveva costruire un ponte?
Per farlo occorreva far conoscere alla macchina medesima le caratteristiche attuali del traffico sul circondario e la necessaria opportunità di costruire un ponte in un certo posto per smaltirlo.
Ma dove costruire i ponte?
La macchina può arrivare a dimensionarlo e a determinare la posizione più razionale dove costruirlo ma per l’estetica ambientale come potrebbe fare la sua scelta?
In base a quali valori potrebbe progettare il tutto senza uscire dal funzionalismo implicito nel sistema meccanico?
Dovrebbe derogare dai parametri imposti e trovare soluzioni tramite osservazioni, riflessioni e induzione tenendo conto anche dell’evoluzione della cultura artistica umana!
Quindi, per sostituire l’umano la AI dovrebbe essere in grado di condensare numerosissime varietà di scelte cosa che oggi è facilmente possibile all’umano grazie alla sua capacità di inventiva irrazionale!
Insomma, la AI è solo un potente attrezzo, come lo è un giravite, una chiave inglese, una pinza ecc e come tale va usata senza averne paura !






