I due volumi su Paolo Amato curati da Vito Mauro, frutto del lavoro di un gruppo di studiosi siciliani, raccontano quanto basta per dare ai lettori un’idea di ciò che nel panorama artistico della Sicilia del Settecento rappresentò Paolo Amato, nato a Ciminna nel 1634.

Uomo di Chiesa e artista, nominato “Architetto del Senato Palermitano, insigne negli studi di matematica e prospettiva…”, Paolo Amato dedicò la sua vita a coltivare e diffondere la Buona Nuova dell’Arte.
Alla fine del Cinquecento si era verificato in tutti i paesi europei, un cambiamento radicale di sensibilità artistica: al Classicismo era subentrato il Barocco.
Il nuovo stile investì tutte le forme dell’Arte, dalla Poesia alla Musica, dalla pittura alla Scultura e l’Architettura. Luis de Gongora, Bach, Michelangelo, Tintoretto, Domenico El Greco, Caravaggio Bernini… Sono i nomi più eminenti della lunga schiera di eminenze che arricchirono l’Arte europea fra la fine del Cinquecento e il Seicento. Paolo Amato è uno di loro. Lo si è chiamato “architetto dell’effimero”, perché uno tra i compiti dell’Architetto del Senato era quello di offrire alla cittadinanza palermitana il palcoscenico per le grandi feste religiose e civili.
(In realtà, già sul finire del Medio Evo, cioè alla vigilia della Scoperta del Nuovo Mondo, una rivoluzione scientifica, culturale e sociale iniziò in Europa come un fermento, fatto lievitare – poi – dalla possibilità di navigare gli oceani e dall’arrivo di grandi quantità di oro e d’argento, che servirono immediatamente da “moneta”: benché fosse nella sostanza null’altro che un apporto formale, ciò provocò ciò che oggi si chiama crescita o sviluppo. Nacquero gli investitori, gli imprenditori, le banche e i super ricchi. Si rafforzò enormemente la borghesia, che già si era fatta viva nelle capitali, nelle città più importanti e, in Italia, nei comuni e le signorie… La terra e l’oro cominciarono a cedere il passo a forme di ricchezza ben più dinamiche e al modernizzarsi dell’economia. Divenuta dinamica anch’essa. Sviluppo e differenze sociali, visibili nell’ambito della stessa classe borghese, non potevano non portare verso problemi inediti per allora, che forse, avevano dei precedenti, ma solo in alcune realtà storiche molto antiche e dimenticate – N.d.r.)
L’Arte Barocca ha avuto – poi – cattiva fama tra i critici. Goethe, che andava in estasi davanti a una colonna dorica, voltava lo sguardo quando si trovava a passare davanti a una costruzione che assomigliasse, anche vagamente, ai nuovi canoni. Ma non sapeva resistere al fascino maligno che la visione di alcuni palazzi esasperatamente barocchi suscitavano in lui. Più tardi, mentre scriveva il suo “Viaggio in Italia”, sentì il bisogno di evocare la Villa Palagonia di Bagheria in pagine e pagine di aristocratico ribrezzo. Per Benedetto Croce il Barocco era la “negazione dell’arte”, una delle “infinite espressioni di cattivo gusto”. Persino a noi capita ancora di ricorrere alla parola “barocco” per giudicare uno scritto troppo ampolloso.
Sin dall’inizio dell’Ottocento il discredito cade sull’Arte Barocca e cresce a dismisura ovunque. In Spagna, per esempio, El Greco e il poeta Gongora diventarono incomprensibili e vennero disprezzati e dimenticati. Nessuno, neanche pagato, si sarebbe mosso per visitare “El entierro del Conde de Orgàz”.

Ma verso la fine del secolo, il vento della critica cominciò di nuovo a cambiare. All’inizio del Novecento Gongora era tornato ad essere oggetto di appassionati dibattiti e letture e la Toledo del Greco diventò meta di pellegrinaggio per poeti, appassionati di pittura e critici di arte. I focosi arcangeli che Rainer Maria Rilke evoca nelle “Elegie di Duino” gli si rivelarono per la prima volta a Toledo, davanti ai dipinti del Greco.
L’Arte del Settecento tornava ad essere fonte di ispirazione per le nuove generazioni di artisti.
La riabilitazione completa del Barocco avviene nel 1935 e si deve allo scrittore catalano Eugenio D’Ors, filosofo dell’Arte. Nel 1935 era stato organizzato a Parigi un Congresso Internazionale sull’Arte e il critico spagnolo era uno dei relatori. D’Ors lesse il suo famoso saggio “Del Barroco”. Il saggio venne pubblicato per la prima volta in francese con il titolo “Du Baroque” dall’editore Gallimard nello stesso 1935.
L’impatto sulla critica fu straordinario. Eugenio D’Ors sostiene che il barocco e il classico sono le due categorie estetiche fondamentali dello spirito umano, le due “costanti” contrapposte che si ripetono nella storia della creazione artistica. La perenne contrapposizione nello spirito umano tra Ragione e Vita, tra Realismo e Idealismo.
Lo stile classico riflette il modo di vedere la realtà peculiare del genio greco. L’uomo dell’antica Grecia sentiva il bisogno di porre limiti alla realtà. Per poterla “comprendere” la circoscriveva, la costringeva ad adattarsi alla propria pupilla limitata. Allo smisurato impero persiano oppone la Polis, dove i cittadini si chiamano per nome. Equilibrio, numero, misura, sillogismo sono le parole più ricorrenti in ogni buona pagina greca.
Gli artisti “barocchi”, invece, maltrattano la materia. Non la considerano “oggetto artistico”, ma semplice “pretesto” per esprimere il “movimento”.
Mentre nel classicismo ogni figura porta in seno, la misura, il ritmo dell’intera geometria, nel Barocco ogni linea è animata da una volontà smisuratamente dinamica. I corpi si contorcono, ondeggiano e vibrano come alberi investiti da venti di tramontana. La pietra e il ferro si trasformano in gesti di movimento “assoluto”. Ogni millimetro di corpo va in convulsione, urla e gesticola, come nell’estasi di Santa Teresa d’Avila.
“Il classicismo – diceva Eugenio D’Ors – è l’arte della realtà che possa, il barocco, l’arte della realtà che vola”.
Perché dovrebbe essere meno apprezzabile l’uno dell’altro?
Il Partenone e il tempio della Concordia esprimono superbamente la misura e il ritmo che il genio greco sentiva il bisogno di imporre all’Universo.
Il Barocco interpreta il movimento cosmico della nuova scienza e non sopporta la trincea geometrica.
El Greco e Michelangelo sono le due cime del dinamismo barocco.
Chi vede certi dipinti di El greco, rimane colpito da una forza indefinibile, come chi è sorpreso da subitaneo uragano. Le opere di Michelangelo producevano nello spettatore paura. Si parlava della “terribilità del Buonarroti”, della violenza che scatenava sul marmo e sugli stucchi. Tutte le figure del fiorentino avevano, dice il Vasari “un meraviglioso gesto di muoversi”

Magnifica espressione questa del Vasari! Esprime in maniera compiuta ciò che oggi seguita a interessare di più i critici dell’Arte e l’intero sapere moderno: il movimento.
La Sensibilità moderna aspira a un’arte e a una vita che contengano “un meraviglioso gesto di muoversi”. Traducono la nuova visione della realtà introdotta da Galileo. (*)
Gonzalo Alvarez Garcia
Palermo 10. 12. 2017
(*) Nel 1945 usciva in italiano, per i tipi della Casa Editrice Rosa e Balbo il libro di D’Ors, tradotto dal noto critico Luciano Anceschi.
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Il commento di Palermoparla
Il valore del Barocco, il suo significato storico e artistico, il suo peso nell’evolversi – appunto dinamico – del pensiero umano e dei relativi eventi (espressione, causa e conseguenza dell’evoluzione) è una costante nella linea di Palermoparla. Anche perché il Barocco è uno degli anelli della catena che fa dell’Europa e del Mediterraneo (in particolare europeo e mediorientale) il filo conduttore (la colona portante) del pensiero umano nella sua primaria forma, così come è giunto ai nostri giorni e prosegue, ovunque, il proprio cammino. Né la supremazia economica oceanica, né l’esplosione del Far East sembrano, fino ad oggi di poterne oscurare il valore, se non sul terreno del mero exploit materialistico e tecnologico. Restano, invece, un passo indietro sul terreno colturale, morale, civile ed anche scientifico…

Nel bell’articolo su riportato si parla di arte barocca e meno di architettura. Nel Barocco entrano in crisi le certezze classicistiche del Rinascimento e le su stesse speranze. L a stessa fede diventa “da conquistare”. Il timpano, elemento triangolare fondamentale della perfezione nei templi greci e nelle chiese di stile classico, si spezza superiormente. I campanili si avvitano verso il cielo cercando Dio in un’aspirazione che stenta a trovare la certezza…
Un altro Michelangelo, Merisi detto Il Caravaggio, è forse il più emblematico dei primi esempi dell’artista “genio e sregolatezza”, ma viene accettato, persino da uomini di chiesa – alti prelati, quando, nel rappresentare su ordinazione la Madonna, ritrae la sua donna, conosciuta tra le prostitute delle taverne che frequentava… Gesù, del resto, insegna a perdonare la Maddalena…
Col Barocco l’arte diventa sofferenza, come lo era stato di certo mille altre volte – la vera arte lo è, forse, di regola – rappresentando non solo il movimento, m anche la molteplicità: ambedue sono caratteristiche insite e ineliminabili dal cosmo, cercare di “schivarle”, di bai passarle – come si direbbe oggi – cercando la cristallizzazione di una realtà definitiva e immutabile o di ridurre all’unità le molteplici e problematiche manifestazioni della natura (cosmo) rappresenta il peccato. La virtù consiste – invece – nell’accettare e gestire la molteplicità e il movimento. Questo noi di Palermoparla sosteniamo da sempre contro le semplificazioni ricercate dalle dottrine idealistiche, che hanno influenzato la stessa Rivoluzione francese e tanti eventi tragici degli ultimi due secoli.
(Germano Scargiali)
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Gonzalo Àlvarez García è nato a León, Spagna, nel 1924. Dal 1954 vive in Italia, tra Milano, Roma e Palermo. Dal 1967 al 1982 organizza e dirige il Museo Storico e il Centro di Documentazione dell’Alfa Romeo a Milano e pubblica diversi libri su automobilismo e storia industriale. Scrive saggi di critica letteraria e artistica sul Sole 24 Ore, il Giornale di Sicilia, Cronache Parlamentari della Regione Siciliana, Colapesce… È stato professore a contratto nella Facoltà di Scienze Politiche di Palermo. Ha scritto anche opere sulla Targa Florio e sulla Famiglia Florio.
Le immagini di copertina. Nel Vol.1 sezione dell’aula del progetto delle decorazioni del SS. Salvatore a Palermo. Nel Vol.2 facciata della chiesa di San Giovanni Battista a Ciminna (rilievo) progettata dall’Arch. Paolo Amato.








