L’alcol argomento del giorno. Tutto è moda. Purtroppo. Bastano un paio di casi di cronaca similari e subito la “stampa” ne ritrova un terzo similare, magari dall’altra parte del globo. Il gioco è fatto e l’importante è questo: la campagna mediatica è decollata. In cento ci scrivono sopra, tanti altri …ne parlano. Bene, benissimo? Sì se lo scopo non fosse di far cortile, superficiali interviste ai passanti più che ai tecnici bene informati. Pochi si accorgono che le più qualificate fonti, spesso smentiscono gli scandalismi e li riconducono su corretti binari. Allora, lo strumento mediatico è pronto ad abbreviare, a lasciare il discorso tronco. Tagliare in studio di regia è la cosa più facile: l’importante è mandare il mostro in prima pagina o che vada in onda…

E’ in questo modo che, sui più svariati temi, ci troviamo in pieno e continuo festival dell’incultura e dell’avicunicultura. Ma si è ripetuta tanto la parola in positivo da quando cultura – in relazione all’istruzione minima media – ce n’è poca. Le conoscenze generiche ci sono, l’approfondimento è latitante. Ma solo con questo la cultura diventa utile, la teoria si mette al servizio della pratica. O no? Lo stesso avviene per i temi più “alla moda” …territorio, crescita compatibile, ecologia: se ne parla tanto, ma non si interfacciano le parole con cognizioni serie e dati tecnici, misurati e misurabili, controllati e controllabili. L’individuo medio, in concreto, brancola nel buio e crede – speso – a qualunque fandonia. Specie se detta nel modo “giusto”.
Iniziamo – sull’alcol – con una semplice nostra riflessione: Se diciamo ad anziano, saggio e conoscitore del vino che il famoso mezzo bicchiere “di rosso” (mi raccomando…) fa bene, non facciamo danno a nessuno. Perché è vero: il vecchietto, privato di tante cose, si tira su un po’, ripensa vecchi trascorsi e va a letto un po’ più contento… Poi ci sono i famosi “feromoni”. Ma quanti ne può contenere gr. 60 di vino rosso del migliore? Ma non facciamo ridere i polli!
Adesso – dopo essersi inventati quella storia quando il rosso restava invenduto – i “vignaioli” come diceva Veronelli, stanno inventandosi – pare – che il bianco giovi all’intelligenza menatele…
Se, invece, affermiamo quella stessa pseudo verità “in assoluto”, diciamo una menzogna e facciamo danno. Perché il medico che ti dice che il mezzo bicchiere fa bene è un vecchio ubriacone e la verità – nuda e cruda – è solo che l’alcol fa male fin dalla prima goccia, ma che con mezzo bicchiere non te ne accorgi a meno d’essere un totale astemio. E chi sono gli astemi se non quelli che hanno un precoce campanello d’allarme?
Ma perché la menzogna – qui più che mai – è un pericolo? Perché, per coloro che lo reggono un po’, convincesi che bere con discrezione faccia bene significa iniziare a percorrere la strada dell’alcolismo. La verità che solo chi è dotato sin da giovane di un equilibrio psichico – morale forte e sicuro non ha nulla da temere. Ma parliamoci chiaro: chi ha “vera” padronanza di sé ha poco da temere anche dalla cocaina.
Il problema psicologico è di natura socio culturale: come si pone l’individuo, cioè “quel” soggetto – ad esempio un tal giovane – rispetto alla società?
L’alcol, giudicato in certe parti dell’America puritana il peggior nemico dell’umanità, come anche il fumo la droga, può essere assunto come atto di ribellione alla realtà circostante, alle regole, alla società costituita, al mondo paludato che – magari con qualche ragione – si stenta ad accettare. Questa è la strada dell’alcolismo. Oppure – come avviene spesso oggi, a quanto pare – per spirito di emulazione, per uniformarsi al “gruppo”, come avveniva un tempo con la sigaretta…
Nell’esperienza di chi scrive, l’alcol apparve – escludendo che da bambino faceva parte di una famiglia di vinificatori che vendevano vendendo vino e liquori siciliani e d’importazione – negli anni del “boom”.

Allora, dopo il 1960, superato il momento di difficoltà che anche le famiglie benestanti – di solito – avevano attraversato in un momento variabile degli anni ’50, ci improvvisammo tutti bevitori, conoscitori di whisky, grappe, rum e simili. Non si diceva più bevo uno scotch, ma la marca, se fosse un blended o un pure malt. La grappa poteva essere di vinaccia, ma anche di prugna o un kirsch di ciliegie, o una williams di pere…
Fra vini pregiati d’ogni parte, barricati e non, divenimmo bevitori, chiacchierando con i più anziani, che la sapevano lunga: come non ubbriacarsi, come far passare la sbornia… Ci vantavamo di saperla lunga. Sapevamo se e quando potevamo bere scotch o bourbon nel tumbler col ghiaccio che lo rendeva più “sopportabile” prima del k.o. Giocavamo alla Dolce vita prima che Fellini la battezzasse così, correvamo col vecchio 110 di papà a 150 su strada libera e davamo i Sali inglesi alle ragazze – ma qualcuno favoleggiava delle virtù prezzemolo – perché dell’aborto non si parlava di certo…
La verità – ripetiamo – è che l’alcol è una brutta cosa, è una china lungo la quale un qualunque scompenso nella vita può farci scendere più giù. Il “reggerlo bene” può rivelarsi una condanna: Lo sanno bene gli alcolisti guariti che non gustano più nemmeno il …babà.
Ma, attualmente, non si bevono più alcoolici ben riconoscibili e chiamati col loro vero nome, si bevono quelle orrende bibite con un po’ d’alcol, che simulano i cocktail: antichi quanto il cucco, il fascismo ostile agli inglesismi, li chiamò coda di gallo, letterale ma deprimente traduzione…
(Germano Scargiali)
____________________________________
Sono solo i numeri, però, che, più d’ogni argomento, ci danno la dimensione reale di quanto sia diffuso e preoccupante l’uso dell’alcol nei giovani: quasi 1 milione di maschi tra gli 11 e i 20 anni e 500 mila ragazze della stessa età sono a rischio per abuso di bevande alcoliche.
La scienza medica – quella vera – afferma, assieme ai rilievi statistici, che c’è un pesante aumento di giovani tee-agers, a partire da 12 anni, che abusano di alcol e arrivano al pronto soccorso in condizioni precarie. Questi ragazzi praticano il “binge drinking” ovvero bevono cinque o sei “drink” alcolici, bibite a base di frutta, spesso lime o linone, con un preciso obiettivo: lo chiamano “sballo”. E’ moderno, è trendy e “in”.
Nel 2012 si sono registrati 60 ricoveri in un solo pronto soccorso del centro di Roma, ma sono in crescita…
Fonti qualificate affermano oggi come avessero ragione le “madri coraggio” americane, nell’affermare che l’alcol è la droga più nociva della società, più di eroina, cocaina e altri “stupefacenti, come si diceva un tempo. Poi si parlava di …paradisi artificiali. La verità non è questa: la durata è così breve che presto ci si ritrova allnell’0iferno della tossicodipendenza. Fumo di tabacco e alcol non si allontano troppo dalle sostanze definite propriamente “droghe”. La sola vera differenza è che ognuna di queste altre sostanze non è proibita dalla legge, almeno in età maggiore…
Chiunque si può “farsi un drink” o quanti ne vuole senza incorrere nella legge. Ma, se è vero che l’alcol è solo al quarto posto come pericolosità per chi ne fa uso, venendo in questa graduatoria dopo eroina, crack e amfetamine, è pur vero che, sommando il danno che l’alcol fa all’individuo con il danno sociale, è proprio l’alcol che risulta il più pericoloso…
Il problema, come accennavamo, è che dietro a queste ubriacature si nasconde un disagio psichico generale. L’alcol attira i giovani perché li fa sentire più disinibiti e brillanti, costa poco, è “alla portata” e serve a fare cocktail con altre droghe più o meno leggere. E’ la strada che porta in fondo ad un pozzo…
E’ ben noto che quanto più giovani si cominci a bere, tanto più facilmente si diventerà schiavi della dipendenza, con difficoltà sempre maggiori ad uscirne. Tuttavia, si fa poco per combattere la piaga che danneggia in modo spesso irreparabile il corpo e la mente di giovani, giovanissimi e, talvolta persino un po’ meno giovani, ma di minor “carattere”.
A differenza di quanto deciso per i prodotti del tabacco, le sigarette e simili, sulle bottiglie di altre sostanze alcoliche e della stessa birra non c’è scritto che l’alcol danneggia la salute in modo grave, ma in Italia ci sono ben 3 mila ore di pubblicità televisiva che, in qualche modo, propagandano l’uso di alcol. Ce n’è quanto basta, visto che la cultura generalizzata parla spesso dell’alcol come qualcosa di allegro, di un momento puramente festoso e, addirittura, giocoso. Oppure di un “bon ton”.
Come, per altri settori, tolti di mezzo i provvedimenti repressivi – errati, ormai, per esperienza e definizione – solo la cultura del problema, l’educazione al bere – come in altre circostanze similari – può sortire gli effetti sperati. Solo l’esperienza, il buon gusto e la cultura acquisita compiranno – anche qui – il miracolo.
(Notizie e dati da varie fonti qualificate raccolte e commentate da Germano Scargiali)







