“Assalamualaikum”. Questa la parola ‘magica’ indirizzata da Silvia Romano, la rapita finalmente liberata ai suoi rapitori. Siamo ai proverbiali ‘salamelecchi’. E’ un saluto di rispetto, come nell’antica Sicilia ‘Voscenza benedica’ al quale si risponde con un’espressione del tipo: “Salamaileko Salam”. In Sicilia la persona di rispetto rispondeva: “salutamo”.
La Romano, scesa dall’aereo, si è mostrata ai suoi connazionali ‘italiani’ con l’inattesa rustica ‘mise’ che tutti hanno potuto vedere. Ebbene, quello è l’abito che viene imposto alle donne dall’Islam radicale come simbolo di sottomissione.
Eppure parte degli ‘italiani‘ afflitti da ‘xenofilia’, il contrario della xenofobia, hanno giustificato l’abito e il tutto mistificando la realtà e descrivendolo come un vestito legato alla tradizione locale musulmana del lontano Kenya, dove Silvia, cioè Aisha, era stata rapita, tenuta prigioniera e certamente sedotta, se non fisicamente, di certo affettivamente dai suoi carcerieri…
Silvia-Aisha ha specificato di essersi convertita all’Islam e ha ringraziato, appunto per l’affetto, i ‘fratelli musulmani’ d’Italia: dopo il suo solenne Assalamualaikum, ha specificato “…a tutti voi, che Allah vi benedica! Grazie grazie!”
Nessun ringraziamento ai suoi liberatori, agli uomini che per sottrarla alla prigionia hanno rischiato la vita, né all’Italia che ha versato una cifra enorme per il suo ‘riscatto’ in un momento di grande ristrettezza, in cui il denaro pubblico serve a …ben altro! Tale cifra servirà- nella logica dell’Isis – ai nemici dell’Italia per combatterle contro.
Che vogliamo di più da una ‘storia moderna’, per dedurne riflessioni di carattere psico-sociologico di carattere sintomatico?
“Molti occidentali, italiani in particolare – ha asserito lo psicologo Sabino Nanni – soffrono di ‘xenofilia’. Al contrario di quanto avviene nella xenofobia, che consiste in una avversione per lo straniero, privilegiano persone, parole e abitudini che non appartengono alla loro cultura”.
E’ presente in tutto ciò una forte componente di ordine emotivo: “l’orgoglio per la propria appartenenza nasce nella famiglia, ed è frutto di rapporti sufficientemente buoni, che favoriscono nell’individuo il sentimento del valore proprio e di chi condivide le identiche caratteristiche umane e culturali. Dove tali rapporti si sono oggi deteriorati o sono inadeguati, l’individuo finisce – invece – per svalutare o disprezzare i propri vicini idealizzando chi è diverso da lui e dal ‘gruppo umano’ di appartenenza…”
La causa è da ricercare nell’innegabile momento di crisi della famiglia occidentale, messa in dubbio – come scriviamo spesso da qualche tempo – dal propagarsi di un laicismo che diventa mera negazione della tradizione e dei suoi valori, in testa la ‘fede’.
Come spieghiamo, tale atteggiamento morale si trasforma in un’altra ‘fede’, differente, ma dello stesso ‘peso’ concettuale: un atteggiamento ‘fideistico’ dello stesso valore psichico della religione tradizionale. L’atteggiamento cessa, pertanto, di essere ‘laico’, cioè scevro da ‘confessioni’. Addirittura cerca un’ideologia, che sostituisce la fede in Dio. In concreto …trova ‘le ideologie’, perché vede ogni ‘scelta’ attraverso una lente che la renda un sorta di ‘categoria’, inquadrandosi nella ideologia di base…
Siamo di fronte, con evidenza, ad uno dei mali del secolo. Si tratta di una negazione del significato primo della ‘cultura’, che di per sé si basa su un atteggiamento mentale assolutamente ‘aperto’ alle ‘libere scelte’, multiformi, ‘personali e …degli altri’.
Addirittura, i tanti che ne sono stati ‘preda’ o hanno assorbito i sentimenti assolutistici di dottrine come il marxismo e (paradossalmente) l’illuminismo, stentano ad ammettere – sostanzialmente – l’esistenza ‘dell’altro’. Restano prigionieri del ‘numero 1’, il proprio io e il proprio ‘credo’, senza accorgersi del ‘numero 2’, che è quello che apre la porta a tutti i successivi.
A chi è ‘vittima’ di tale ‘sindrome’ psichica – fra l’altro – si può ‘far credere’ di tutto, se lo si riveste delle caratteristiche del ‘credo’ principale e lo si presenta inquadrandolo in esso.
Del resto, come abbiamo cercato di spiegare di recente, la mancanza di un ‘salto escatologico’ nel pensiero – cioè della fede in un Dio – lascia il tipico ‘homo’ monco, carente di qualcosa che tende, di regola, a sostituire. Infatti, come ‘forbitamente’ sostiene il sociologo palermitano Prof. Ignazio Buttitta (Antropologia culturale e psicologia sociale, presso Unipa) l’homo per eccellenza, il più frequente nel mondo è l’homo religiosus. Il non religiosus è, per conseguenza, un ‘non homo’.
“…La xenofilia – conseguente, secondo il nostro discorso, alle ‘carenze’ su esposte – è un fatto emotivo indipendente dal tipo e dal livello di cultura”.
Secondo Sabino Nanni anche una persona di grande valore e livello culturale come Ezra Pound, quando idealizzava gli italiani, era con ogni probabilità uno xenofilo…
La ‘xenofilia’ di Silvia – Aisha Romano e di coloro che accettano, o addirittura, plaudono al suo personaggio certamente anomalo per molti versi, ‘umano troppo umano’ per altri (sindrome di Stoccolma), del suo auto referenziarsi da eroina, è evidentissima.
Gli ‘xenofili’ vivono chiaramente la propria appartenenza con un rifiuto e cercano ‘altrove’ la propria ‘consolazione’. Si tratta di una condizione assolutamente personale, che esula – a ben vedere – dal contesto reale che li circonda.
Ogni ‘complesso’ è, del resto, una forma di alienazione. Lo psicologo Nanni la inquadra, infatti, nel male della ‘paranoia’. Che si trasforma di solito – nell’atteggiamento bipolare – alla schizofrenia.
Germano Scargiali
Nota
Il saluto del titolo si ponunzia ‘assamailécum’.







