Concerto a Roma: Mozart, Beethoven, El Saedi

Al Teatro Palladium il 19 maggio 2018.

Iniziamo con due citazioni: “…il sapere è un diritto, conoscere è un diritto…” “…la musica non è dell’occidente, dell’oriente, del nord, del sud. La musica è di tutti: E’ pensiero puro e vivo, quando è grande musica e in quanto tale è patrimonio dell’umanità…”

Sono due affermazioni molto simili. Distano tra di loro 49 anni anni, ma sono molto, molto simili. Vivono di due punti assolutamente non soggetti né al tempo né alle condizioni storiche. Questi punti sono: “…il sapere è un diritto…” ed “…(è patrimonio) dell’umanità…”.

La prima appartiene ad Arturo Benedetti Michelangeli in una intervista dell’8 agosto 1969 a Villa Heleneum di Lugano condotta da Carlo Florindo Semini, ove il Maestro aveva collocato la sua sede di insegnamento gratuito per corsi di perfezionamento pianistico.

La seconda appartiene al Direttore d’Orchestra Isabella Ambrosini e fa parte di una intervista che il Maestro concesse all’ANSA il 26/2/2018 in occasione di una sua direzione al Cairo Opera House.

Corroborati da queste due affermazioni, che ci indicano quale sia lo spirito guida dell’arte musicale (e non solo), inizieremo il viaggio alla scoperta del concerto “Mozart, Beethoven, Ahmed El Saedi” del 19/5/2018 al Palladium.

Si tratta di un concerto in tre pezzi che ha potuto vedere la luce grazie alla collaborazione fra i Direttori d’Orchestra Isabella Ambrosini (in veste di direttore artistico) e Ahmed El Saedi (direttore dei tre pezzi) sotto il patrocinio culturale dell’Ambasciata di Egitto in Italia (presente in sala l’Ambasciatore).

Il concerto.

  1. A) W.A. Mozart: Sinfonia n° 41 K 551 “Jupiter”.
  2. B) Ahmed El Saedi: Prologue for Orchestra.
  3. C) l. Van Beethoven “Fantasia corale op. 80”

“Prologue for Orchestra”.

L’impianto della composizione è sicuramente classico; tanto per fare un esempio (utile a fini puramente didattici) se dovessimo confrontare il Maestro con un Arvo Part (1935), ci accorgeremmo subito che El Saedi, pur essendo ad esso contemporaneo, non appartiene a quel filone musicale, sia per tematiche che per tecnica della composizione.  In pratica El Saedi non lavora con lo strumento dello sperimentalismo d’avanguardia. Segue piuttosto una linea classicista ove introduce movimenti segnati da arie che risultano assenti al patrimonio musicale precedente, rendendo l’opera sua stimolante all’ascolto. L’orecchio che fosse stato solleticato da questa sintassi musicale, sarà certamente ansioso di udire nuovi sviluppi.

Fantasia Corale op. 80”.

Carl Dahlhaus, uno dei più grandi musicologi dello scorso secolo, riconosce in Beethoven l’iniziatore di un filone del “parlare in musica” ove la composizione musicale s’evolve autonoma lingua della comunicazione, non inferiormente e non subordinatamente al lessico linguistico.

La letteratura musicale concorda nel ritenere la Fantasia Corale op. 80 non da annoverare tra le opere maggiori dell’autore ma nel contempo ne apprezza le novità. Personalmente lo ritengo limitante: non c’è bisogno di arrivare a leggere “À la recherche du temps perdu” per apprezzare il genio proustiano, tutto già si annuncia nel meraviglioso incompiuto “Jean Santeuil”.  Altrettanto si può dire della op.80. Voglio immaginare che ai contemporanei di Beethoven non sia sfuggita la novità che appresso si descrive.

Si tratta di una composizione per pianoforte, orchestra e coro; ascoltandola si intuisce subito che essa diverge dai canoni accademici pur essendo ad essi legata e s’allontana dai gusti dell’epoca.  E’ nella sezione finale che troviamo “quell’inusuale” che desta interesse: la presenza di un coro, insolito, anzi si può dire quasi sbalorditivo.  Il tema fondamentale dell’opera avrà poi la sua apoteosi (per Beethoven una specie di palestra addestrativa) nella possente futura nona sinfonia. L’inno alla gioia in quest’ultima presente, oggi costituisce l’inno degli stati europei.

Sinfonia n° 41 K 551 “Jupiter”.

Ladislao Mittner (1902-1975), uno dei maggiori germanisti italiani, scrisse di Mozart: “Bisogna dimenticare Mozart per imparare ad amare gli altri compositori”.

Nel 1788, in un lasso di tempo straordinariamente breve, Mozart scrisse ben 3 sinfonie: K 543, K 550, K 551 (Jupiter); esse portano le date 26 giugno, 25 luglio, 10 agosto. Una rapidità compositiva fulminea, impressionante, quasi mostruosa! Ma la mostruosità non riguarda solo la abilità di comporre in un tempo ristrettissimo, fatto che già per se stesso sarebbe sufficiente a segnalarci la genialità di Mozart; questa mostruosità risiede nella padronanza dell’argomento (ovvero il tema che il compositore vuole portare in musica) e per conseguenza le scelte tecniche musicali più appropriate per sortire l’effetto del tema.

Vediamo alcuni tratti essenziali della K 551 “Jupiter”.

Un po’ come nelle icone bizantine ove l’uso dell’oro, materiale incorruttibile e sempre splendente, sta a simboleggiare la Luce Eterna dell’Altitudine di Dio, la tonalità del do maggiore, scelta da Mozart,  si incarica di elevare l’arte musicale e lo spirito ai più alti picchi delle aspirazioni umane nella pienezza della perfezione luminosa di un attento uso della ragione musicale.

Bach, Haydn ed Haendel non hanno seminato invano: la sinfonia gode del fruttuoso genio mozartiano che partorisce articolazioni mobili e intersecate ove il contrappuntismo di soggetti e controsoggetti delle plurime melodie orizzontali, obbligate dalla verticale armonia che le unisce, si colloca a sublime scienza musicale.

Tale è la potenza mozartiana da costringere Mauro Mariani (professore di storia della musica al conservatorio di Santa Cecilia) nel suo commento al finale della sinfonia, al conio di un neologismo di straordinario effetto; parla egli infatti di un “fugoide sinfonico”.

Fabio Massimo Tombolini (testo e foto)

Corrispondenza da Roma

 

 

 

 

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