Si è appena consumata l’ultima pantomima legata a censure ideologiche pseudo-europeiste calata dagli avulsi meandri della politica che ha escluso, in un sol colpo, Andrea Pirlo, Paolo Maldini e Leonardo sostituiti da Claudio Ranieri e Roberto Mancini ed i media italiani, per la maggior parte politicizzati, si sono lanciati nell’esaltazione di tali mirabolanti soluzioni già avanzando farsesche rinascite e vittorie nelle partite dei prossimi campionati internazionali.
Sensazionalismo ed illusione dei lettori/utenti!
Il ruolo del commissario e del direttore tecnico sono importanti nel calcio, ma tale loro ruolo è quasi inefficace se non può e, soprattutto, non potrà attingere in futuro ad un valido capitale umano italiano di giocatori che attualmente è minimo, poco motivato e competente, giovane ed inesperto.
Pertanto, come dicono tutti i seri commentatori, affinchè il calcio possa tornare ai tempi gloriosi di una volta che hanno fruttato 4 campionati mondiali FIFA e 2 campionati europei UEFA e tanto rispetto nel calcio mondiale, occorre una riforma organica e sostanziale di tale sport che veda impegnati sia la politica che la FIGC e le società sportive nazionali.
Tutto invero è anche figlio di una condizione certificata dalla sentenza Bosman del 1995 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che, con la scusa della libera circolazione, contrasta qualsiasi sovranità nazionale in ogni campo delle arti e mestieri, e fa sì, per vari motivi, che pochi giocatori italiani giochino sia in serie A che nelle serie cadette.
Le statistiche ci dicono, infatti, che dei 284 calciatori che hanno giocato almeno 30 minuti a partita nella Serie A 2025/2026, solo 89 erano italiani (di cui 10 portieri) ed avevano un’età media di 27 anni.
Quindi: pochi italiani ed anziani, quanto meno per il calcio.
A questo si è aggiunto, nei decenni scorsi, un clima politico che svilisce tutte le manifestazioni patriottiche, tradizionali e di appartenenza a favore di un internazionalismo ammantato di inclusione e becero buonismo.
Conseguentemente le squadre di calcio italiane sono divenute totalmente zeppe di stranieri in omaggio a dinamiche le cui molle, a tutti i livelli (dai giocatoti agli allenatori ed ai proprietari di club), sono prevalentemente economiche.
La squadra nazionale, poi, è vista spesso come fastidio in quanto distoglie dai lauti guadagni delle competizioni tra club.
Anche il sistema FIGC ultimamente aveva assecondato tale indirizzo proponendo, a guida della nazionale, costosissimi allenatori stranieri.
Sarebbe però sbagliato e tendenzioso se pensassimo che il solo aumento della presenza di giocatori italiani nelle fila delle squadre, potrebbe risolvere il problema.
Il problema è molto più profondo e strutturato e necessita di un intervento organico e basilare che intervenga in quasi tutti i settori del calcio. Esistono troppi vincoli interni ed esterni nelle squadre ed un numero di soggetti portatori di interessi corporativi che siedono nel Consiglio Federale della FIGC superiore a quello degli altri Paesi. Ciò causa una frammentazione decisionale che rende impossibile qualsiasi riforma seria strutturale ed una visione d’insieme del sistema calcio italiano.
Allora che fare?
Indicherò alcuni interventi che, agli occhi dei più competenti, appaiono ormai non procrastinabili se si vuole riportare il calcio italiano, fra alcuni anni, ai fasti di una volta.
Le principali linee d’azione su cui l’Esecutivo potrebbe agire riguardano:
- Riforma dei vivai e la valorizzazione dei talenti attraverso:
- Incentivi fiscali e crediti d’imposta: occorrerebbe Introdurre sgravi fiscali per i club che investono concretamente nei settori giovanili e nella formazione dei giovani calciatori italiani, riducendo la dipendenza esclusiva dai giocatori stranieri;
- voucher sport per le famiglie con redditi più bassi, maggiori detrazioni fiscali per la pratica sportiva dei minori, incentivi al lavoro sportivo, nuove coperture assicurative per i giovani professionisti;
- supporto alle seconde squadre: agevolando l’iscrizione e la gestione delle seconde squadre nei club di Serie A e nei campionati professionistici inferiori (come la Serie C), riducendo i costi burocratici ed economici per permettere ai giovani di fare esperienza tra i professionisti.
- Sviluppo delle Infrastrutture
* Semplificazione burocratica per gli stadi: Sbloccare i progetti di ammodernamento o costruzione di nuovi stadi di proprietà attraverso corsie preferenziali e iter autorizzativi più rapidi.
* Fondi per l’impiantistica di base: Potenziare bandi statali (come “Sport e Periferie”) per garantire strutture moderne, sicure e diffuse capillarmente sul territorio, fondamentali per l’attività di base e il reclutamento.
- Sostenibilità Economica e Fiscale
- Destinazione di una percentuale del gettito fiscale delle scommesse sportive (“Diritto alla scommessa“) al finanziamento dei vivai e dello sport di base;
- modifica dei criteri di ripartizione delle risorse per i diritti audiovisivi con l’introduzione di nuovi parametri di premialità per la valorizzazione dei settori giovanili e la sostenibilità economica;
- trasparenza e controlli finanziari: sostenere o favorire la creazione di agenzie indipendenti di controllo sui bilanci dei club per garantire maggiore stabilità finanziaria, contrastare il dissesto economico e tutelare la regolarità dei campionati;
- introduzione di un tetto massimo delle percentuali riconosciute ai procuratori sportivi;
- una più efficiente gestione del calcio professionistico italiano che attualmente perde oltre 730 milioni di euro all’anno.
L’autonomia dello sport
- Per tradizione e per statuto, il Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) e la FIGC godono di un’autonomia tecnica e organizzativa. Ciò crea vantaggi, ma talvolta aberrazioni per uno sport che, negli anni, ha sempre caratterizzato il sentimento nazionale
- un’imposizione forzata da parte del Governo rischierebbe, pertanto, di essere vista come un’ingerenza politica, sanzionata dagli organismi internazionali come la FIFA e la UEFA, le quali vietano rigorosamente interferenze dei governi nelle federazioni locali (pena la sospensione delle squadre nazionali e dei club dalle competizioni internazionali);
Ma se il sistema non va, come accade da tempo, occorrerebbe intervenire utilizzando leve di contesto e di promozione sociale: promozione economica, scuole, ambienti di lavoro, terzo settore.
Per quanto riguarda la cosiddetta “sentenza Bosman” le attuali norme sono figlie di interventi politici avvenuti nel contesto della modifica del Titolo V ed, in particolare, dell’art. 11 della Costituzione italiana che ha introdotto la prevalenza delle disposizioni di diritto comunitario su quelle nazionali. Di conseguenza tale sentenza non può essere “cambiata” o abrogata da parte del governo nazionale, né tantomeno attraverso accordi tra federazioni calcistiche. Pertanto un eventuale decreto o legge statale non può imporre limiti ai calciatori provenienti dall’Unione Europea o dai Paesi che hanno accordi di associazione economica con essa.
L’articolo 165 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) poi, pur riconoscendo la specificità dello sport, non deroga al principio della libera circolazione dei lavoratori.
Una modifica da parte dei Paesi membri dell’UE che permetta di intervenire sulla nazionalità dei lavoratori nel settore dello sport professionistico dovrebbe pertanto essere approvata all’unanimità. Percorso, quest’ultimo, considerata l’attuale maggioranza Ue, estremamente improbabile.
Margini di manovra si potrebbero avere invece sugli extracomunitari.
Il Governo, agendo sulle politiche dei flussi migratori e sui visti d’ingresso, potrebbe teoricamente stringere i cordoni sui tesseramenti dei giocatori extracomunitari. Tuttavia, la gestione dei criteri specifici per il tesseramento sportivo resta principalmente in capo alle federazioni (FIGC) e alle leghe.
Il Governo potrebbe, comunque, favorire gli italiani indirettamente:
- ricorrendo a leve economiche e fiscali, d’intesa con il mondo dello sport;
- con modulazione dei benefici fiscali: legando eventuali sgravi fiscali o incentivi per le aziende e i club all’effettivo impiego di una quota minima di giocatori cresciuti nei vivai italiani (regola delle “liste” di giocatori di formazione nazionale);

- con premialità economiche: sostenendo, con fondi mirati o sgravi contributivi, i club che scelgono di schierare stabilmente giovani italiani in Serie A e Serie B, rendendo economicamente vantaggioso investire sul talento locale anziché ricorrere unicamente a mercati esteri;
- con i “Vincoli di rosa” (Home-Grown Players)
In conformità con le linee guida UEFA, la FIGC può infatti applicare regole sulla composizione delle rose per la Serie A. Ad esempio: obbligo 4+4 nelle rose di 25 giocatori. Ciò significa che almeno 4 devono essere cresciuti nel vivaio del club e altri 4 nel vivaio di un qualsiasi club italiano (tra i 15 e i 21 anni). Vantaggio: non si interferisce sulla nazionalità, ma si incentivano i club a formare e tesserare giocatori cresciuti in Italia;
- valorizzazione delle Seconde Squadre (Under 23). L’introduzione delle squadre B nel campionato di Serie C rappresenta una leva fondamentale in quanto permette di far fare esperienza ai giovani talenti in un contesto professionistico reale anziché nel campionato Primavera, riducendo così la necessità di cercare profili medio-bassi all’estero per completare la rosa della prima squadra;
- riforma dei settori giovanili e incentivi finanziari: distribuendo una quota dei diritti TV o premi federali ai club che concedono un maggior minutaggio a giocatori italiani o del proprio settore giovanile.
Per fare tutto ciò, considerata la grande autonomia gestionale del mondo del calcio, occorrerebbe da parte del Governo nazionale un commissariamento straordinario capace di dare attuazione a tali riforme in modo organico e rapido e rispettando un cronoprogramma pubblico condiviso.
Attualmente mi risulta che sono allo studio delle commissioni legislative in Senato tre proposte di legge che interessano il settore. Una del PD che propone una riforma del settore con focus su giovani, impianti, sostenibilità economica e maggiore trasparenza della governance sportiva, il DDL 1626 Gelmetti-Lotito su trasparenza e responsabilità nella proprietà delle società calcistiche, legalità e concorrenza sportiva e la riforma Calcio del Sen. Marcheschi. Quest’ultima, invero, mi sembra più organica ed omnicomprensiva.
Ma, al di là della primogenitura occorre far presto e bene poiché, come tutti sanno, il calcio in Italia, e nella maggior parte dei Paesi, è molto più di un semplice gioco.
Il calcio in Italia, da quando praticato, ha svolto una funzione centrale nella società combinando tradizione, identità culturale e competizione sportiva.
Le squadre rappresentano città, territori e passioni. La nazionale, poi, ha sempre coinvolto la popolazione.
Riportarlo ai livelli di un tempo è un obbligo sia per le organizzazioni sportive che per la politica in quanto, oltre che appassionare e svolgere, a chi lo pratica, un’azione positiva sulla salute rafforza l’identità nazionale, il senso di appartenenza e moltiplica l’unione collettiva.
di Guido Francesco Guida









