Il ciclone Harry, la Sicilia e i media

Quel che ha funzionato e quel che no

Davanti a simili fenomeni metereologici, parliamo del ciclone Harry, una forza del vento e del mare in Sicilia mai vista prima, certamente si resta stupefatti, ma se osserviamo quanto accaduto dobbiamo anche notare i risvolti positivi di una vicenda terribile: infatti, l’allerta meteo ha funzionato perfettamente e ha messo in salvo tante persone che, altrimenti, sarebbero morte, come pure si è dimostrata apprezzabile l’azione della Protezione civile. 

A questo punto, però, vanno anche ricercate le cause del fenomeno verificatosi, cause su cui non tutti gli esperti si trovano d’accordo: cambiamenti climatici, azioni provocate deliberatamente dall’uomo o altre ancora; certamente, quel che suscita delusione è il poco spazio dedicato dai media nazionali a tale avvenimento. Notiamo, infatti, che quando eventi simili si verificano in altre regioni d’Italia, la copertura mediatica è di ben altro livello.

L’informazione dei media nazionali, anche in questa vicenda, è stata, infatti, particolarmente solerte nell’osservare quante case e costruzioni fossero state costruite vicino al mare e come, quindi, la loro distruzione fosse prevedibile, per non dire, secondo qualcuno, persino auspicabile.  Questa scontata osservazione andrebbe, però, accompagnata anche da altre ugualmente importanti: innanzi tutto, se si è costruito vicino al mare (e non solo abitazioni private, ma anche chiese ed edifici pubblici), qualcuno lo avrà consentito o no?

Certo gli errori del passato non andrebbero ripetuti, ma vogliamo anche dire che, se si vuole costruire lontano dal mare occorre pure prevedere strade, parcheggi, servizi (come navette), opere, insomma, che toccano alle amministrazioni pubbliche e non ai privati? Sui litorali, poi, sono presenti anche opere che non possono stare altrove come gli impianti balneari o i circoli velici, occorre eliminarli del tutto o si potrebbe investire in opere di protezione? Tali impianti hanno anche un importante valore economico (posti di lavoro, introiti per le amministrazioni, incremento del turismo…) oppure no?

Da quanti anni lo Stato (o chi preposto all’uopo) non interviene con interventi di ripascimento delle coste, di costruzione di barriere protettive nei luoghi dove sarebbe necessario?

Ciò non solo per le esigenze dei fruitori dei litorali, che ne hanno diritto: diportisti, nuotatori o pescatori che siano, ma anche (e la televisione ne ha mostrato le immagini) allo scopo di proteggere infrastrutture fondamentali come le ferrovie, costruite un tempo proprio vicino al mare.

Infine, ci sembra che non solo a mancare sia stata un’informazione dettagliata e corretta sull’accaduto, ma a questa grave lacuna si è aggiunta anche l’immancabile colpevolizzazione dei “terroni”, perennemente responsabili di tutto ciò che accade nei loro territori e mai, però, supportati adeguatamente dagli interventi delle amministrazioni pubbliche. Amministrazioni che, tradizionalmente e non si capisce perché, quando si tratta di manutenzione dei luoghi solitamente latitano.

Se pensiamo che, dopo quasi 60 anni, stiamo ancora parlando dei danni prodotti dal terremoto del ’68 e di quanto ancora necessiti il territorio del Belice per sanare quelle ferite, possiamo immaginarci che, in questo caso, si avranno, invece, interventi tempestivi? In verità, la speranza è l’ultima a morire, si vedrà, ma che la Sicilia e il sud siano da sempre marginalizzati è purtroppo un fatto incontestabile. Vogliamo rifletterci su? E, allora, quali temi focalizzare, al riguardo?

Incominciamo dall’emigrazione. Si emigrava nell’ottocento, poi ancora nel novecento e i giovani, oggi, non trovando ancora sbocchi lavorativi, continuano a fuggire dall’Isola.

Se ne può dedurre che, da parte dello Stato, generalmente, si è fatto poco o nulla per riequilibrare un Paese a due velocità?

Del resto, non solo da parte dello Stato, ma neppure dalla UE, in questo ambito, si è visto molto di positivo, dato che da quelle parti si tengono in conto soprattutto le esigenze “nordiche”, mentre quelle dei paesi mediterranei sembrano contare molto meno. Così, ad esempio, hanno definito “pigs” (acronimo per Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) gli abitanti del sud Europa, usando il tipico procedimento del “prima disprezzi e poi colpisci” o, per chiarire meglio: quando si vuole nascondere la propria prepotenza per prima cosa si addita il “reprobo” al pubblico ludibrio. Così si ottengono due risultati: si indebolisce chi si vuole colpire poiché questi, trovandosi in una situazione di debolezza, è costretto a difendersi, ma, nel frattempo, si ottiene anche ciò che in realtà si desidera, cioè, in questo caso, che i finanziamenti rimangano lì dove devono restare.

I meridionali, da sempre affetti da complessi di inferiorità, chinano il capo e ubbidiscono come hanno sempre fatto, intanto, il territorio non cresce, non produce, vivacchia, spesso a carico dello Stato, senza uscire da quello stato di depressione che è voluto da altri piuttosto che causato dagli indigeni.

Un altro elemento da considerare, oltre all’emigrazione, è la minore presenza di imprese in Sicilia rispetto al settentrione.

Ovviamente, i detrattori dei meridionali, a loro volta indottrinati e per lo più inconsapevoli delle vere cause di questa situazione, daranno le loro abituali risposte: “incapacità degli abitanti, criminalità diffusa, arretratezza culturale e via di questo passo”.

Risposte alle quali, però, si potrebbe anche ribattere – fatti alla mano – osservando che i siciliani, nonostante le numerose difficoltà (territoriali, fiscali, burocratiche) in cui si imbattono, tante imprese nel proprio territorio le hanno pure create, che tanti meridionali, emigrati al nord, hanno saputo costruire delle realtà imprenditoriali di notevoli dimensioni (pensiamo, ad esempio, a Domenico Dolce di Dolce&Gabbana), che la criminalità, pur costituendo effettivamente un ostacolo alla crescita, è diffusa anche nelle zone economicamente più evolute.

Sintetizzando: lo Stato italiano, fin dalla sua nascita, si è comportato da matrigna con le popolazioni del sud e, a dimostrazione di ciò, non manca certo un’ampia pubblicistica.

Di conseguenza, pensiamo che si possa realizzare lo sviluppo di un territorio: prima di tutto se esiste una reale volontà da parte del governo nazionale (e possibilmente anche dei poteri esterni che lo condizionano), poi se il Paese è coeso sia territorialmente (nord e sud) sia politicamente (collaborazione tra le varie formazioni politiche, pur nelle differenze), se si investe in infrastrutture e opere necessarie in maniera equa fra i vari territori, se si favorisce l’iniziativa individuale, infine, se si smette di partecipare a conflitti che impoveriscono il Paese e impediscono la soluzione dei suoi problemi.     

Lydia Gaziano Scargiali

Articoli correlati