Il topo del sottosuolo al Teatro Basilica di Roma

Teatro Basilica in Roma, immagine di repertoio.

Non lo dico io, lo constato solamente; lo constato ora nel “Il topo del sottosuolo” e lo costatai qualche anno fa in “Ivan e il diavolo”.

Questa è una coppia che va forte, ma molto, molto forte! A formarla sono Alberto Oliva e Mino Manni.

La loro storia professionale è ricchissima e per giunta costituisce una specie di controtendenza all’attuale modo di concepire il teatro ove, prendendo spunto da un classico, lo si reinterpreta, magari attualizzandolo, operazione lodevolissima anzi indispensabile e auspicabile per evidenziare che, valori dei classici di sapore universale, possono essere reperiti ancor oggi, ma che alla lunga, fa perdere i contatti con chi, quei valori universali, ha per primo segnalato con la sua opera, con il che si perde anche la contestualizzazione storica dell’opera originale, che ci inserisce nel tempo, nelle credenze, nei costumi, nella cultura in cui essa sorse e che per il tramite della mente eccezionale del suo autore, a noi giunse.

DSC_1056 (Copia)Conoscendo i due mi piacerebbe vederli in un Čechov, magari in un racconto aperto a caso, tanto per un divertimento teatrale messo su in una giornata noiosa di pioggia fitta fitta ma sottile tale da indurre alla autoriflessione, esercizio coscienziale, forse praticato al giorno d’oggi solo dalle monache di clausura agostiniane della basilica dei Santi Quattro Coronati, ma non certo dai più che, con quel diabolico strumento dello smartphone, si prodigano a falciare per strada le persone, troppo occupati a comunicare…loro!!!

Vi ricordate “Casablanca”?

Ugarte (interpretato da Peter Lorre) sudacchia sempre, si asciuga anche la bocca, preso dalla paura si rifugia nel club di Rick (Humphrey Bogart); non è proprio quello che si può definire un gangster, ma uno che non avendo il coraggio di esserlo, si arrangiucchia.

Povero Peter Lorre!

La natura è stata avara con lui: bassetto di statura, un pochino rotondo, con un volto fra il timido-timoroso e il sottomesso che quando, prendendo le forze che la sua natura vigliacca gli consente, cerca di rialzare un pochino la propria dignità, compie atti di forza all’interno di quello che la sua anima viscida, può concepire di fare, ma…non si rialza!

Io ho ucciso” (1935 da “Delitto e castigo” di Dostoevskij) pellicola in bianco e nero con un doppiaggio gelido che dà l’impressione di voci esterne allo svolgersi delle scene, che però, proprio per questo motivo, conferisce ai personaggi quel tono di distacco appropriato alla algidità della storia.

Qui Peter Lorre (Rodion Romanovič Raskol’nikov) ha del coraggio inaspettato; certo non si può sperare ch’egli impersoni un uomo posato, razionale che con perseveranza persegua un suo fine e che abbia la volontà di seguire una strada che ha iniziato. No, assolutamente no!

Peter Lorre viaggia sempre nel fallimento oppressivo della sua vita; è uno studente fuori corso di legge a San Pietro Burgo, che però, spinto da un autentico e condivisibile desiderio di giustizia, uccide una luridissima donna che pratica il prestito ad usura.

Ed ha un coraggio ancor maggiore: occulta prove, si dimostra ferreo nel giudizio sui criminali, quando viene convocato dall’ispettore della polizia; anzi, fornisce piste di interpretazione sulla psicologia del criminale, volendosi accreditare quale sicuro collaboratore per estirpare il male dal mondo, con un fervore un po’ eccessivo simile al detto “giustificatio non petita accusatio manifesta”, ma lui questo non lo avverte!

Ma, lo capisce bene l’ispettore che…aspetta!

L’ispettore aspetta ciò che una coscienza leale dovrebbe aspirare a fare: la confessione per l’espiazione e per la liberazione dal peso del delitto!

E Peter Lorre lo fa.

Dostoevskij è uomo d’altri tempi; tempi in cui “giorno verrà” manzoniano, veniva guidato da una fede religiosa e per giunta, nel caso di lui, da una cieca fiducia nella vita che anche nelle disgrazie o nei momenti più abietti ove il proprio agire ne determina la spregevolezza, sempre è fonte di speranza.

Parlare oggi di espiazione e di liberazione dal peso della colpa suona totalmente curioso e quasi desta stupore se non ilarità quand’appunto la coscienza religiosa e del dono sublime della vita manca.

Il suo posto è stato occupato da un generico “pentitismo” e l’afflizione del colpevole –come situazione interiore di travaglio dell’animo- sembra non mai apparire nelle persone attrici di un crimine, almeno per quanto è dato di osservarle nelle interviste.

Il topo del sottosuolo.

E’ la volta di un altro personaggio dostoevskijano: Svidrigajlov; per nulla simile a Romanovič Raskol’nikov; a dire il vero non oscuro anzi chiarissimo in quello che egli chiama la sua malattia.

E’ un personaggio del sottosuolo, un topo, come dice il titolo del pezzo teatrale, ma un topo molto diverso da quelli della “topaia Gorbeau” della riduzione TV dei “Miserabili” 1964.

Il topo del sottosuolo Svidrigajlov ha qualcosa di speciale: è un topo al quadrato; è un topo fortunato perché la sua fogna non è la condizione di miseria reale il che lo esenta sicuramente dalle ingiurie della povertà e dalle sue conseguenze.

Ci si aspetterebbe quindi che, lontano dalle contingenze, egli conducesse una vita quanto meno regolare, forse un po’ monotona nella sua ripetitività, insipida se si vuole, magari inframezzata da una partitina a carte da pochi copechi ed un bicchierino di vodka in più, sottraendo i copechi all’acquisto di nuovi calzini che, sotto le ghette sono bucati – tanto nessuno li vedrà mai- ma comunque una vita rettilinea senza lode e senza onore ma regolare.

No, Svidrigajlov è un topo al quadrato “mentale”, supportato da una forte dose di amoralità sulla quale basa ogni sua azione: sbeffeggia, seduce, vive di inganni, approfitta di donne che, sole nella vita, pensano ad una compagnia duratura sebbene con qualche anno in più di lui, vive delle loro elargizioni e si vanta di queste sue arti malevoli, essendo lui stato abilissimo a cogliere la altrui debolezza e ad usarla; è quindi lui un genio, un acrobata del male!

C’è un bellissimo film sempre in bianco e nero del 1943 “Jane Eyre” in Italia conosciuto come “La porta proibita” regia di Robert Stevenson con eccellenti attori Joan Fontaine, Orson Welles, Margaret O’Brien; anche lui, Welles, inveisce verbalmente verso la futura sposa in modo sarcastico quando, in prossimità delle nozze, rivela i reconditi motivi per i quali la nubenda sarebbe invogliata allo sposalizio; vediamo alcune frasi:

<<…cominciamo a considerare i dati più importanti della storia: primo, il signor Rochester (si riferisce a lui stesso) è volgare e brutto come il diavolo…terzo, Lady Ingram (la pretendente) è piuttosto povera, mentre l’insopportabile Rochester ha una rendita sicura di ottomila sterline l’anno e quindi, quale è l’atteggiamento che ci aspettiamo dalla signorina Ingram? L’esperienza mi insegna che forse ella passerà sulle volgarità…basta con le commedie!>>.

Ed aggiuge a fronte al di lei risentimento che si sente offesa nell’onore:

<<… insultata!?…ti facevo l’enorme dono d’una completa sincerità…>>.

E’ altezzosità, è questa superbia? No; è rabbia cieca, la rabbia di colui che, ancora una volta, in prossimità di uno dei pochissimi eventi, forse preludio di una vita di pace, scorge l’inganno.

Non è la sola volta che Welles/Rochester è bruciante, lo fu anche con la giovanissima governante Jane Eyre, con la quale poi finirà per vivere, con l’aggravante che lei non pretendeva nulla, fedele, educatissima, riservata, istruita, perfetta nell’eseguire la volontà del signor Rochester per il bene della bimba che con lui viveva.

Ogni intervento di Rochester è sarcastico, ma di una intensità e qualità che si intende essere frutto di una antica ferita mai rimarginata e che produrrà poi la catastrofe, cui solo l’amore segreto e puro di Jane Eyre può dare sollievo e speranza e lo darà!

Rochester è un animo fondamentalmente buono, un po’ autoritario, ma non volto al male: ferisce ora che è stato ferito, schernisce chi lo circonda, si fa beffa del destino, ma soffre, perfettamente cosciente di riversare veleno nella vita, amandola però!

Tutto questo manca a Svidrigajlov.

Si certo, Svidrigajlov, confessa il suo passato e nella versione di Mino Francesco Manni, si espone al pubblico di poche persone che, raccolto attorno a due tavolini, assiste attonito, incredulo e forse anche un po’ impaurito dalla tracotanza di Manni/ Svidrigajlov, testimone d’una virulenza verbale e fisica presago d’un epilogo che poco concede alla speranza di vedere il personaggio purificato e lo fa sempre guidato dal suo animo perverso con una tronfio disprezzo; dimostra ed ostenta arroganza; racconta di se in modo apologetico, con un sarcasmo che denuncia la corruzione interiore e affiorando alla coscienza il senso del putrido, esso non passa per un sincero autentico rammarico, doloroso strazio dell’anima necessario per arrivare ad una purificazione, ad una catarsi.

Svidrigajlov non affronta il giudizio dello specchio come Raskol’nikov che espia, consegnandosi alla giustizia.

La superbia, il senso di grandezza nel male gli suggeriscono ancora di essere grande fino nell’acme della propria confessione che non può che terminare con l’unico gesto eroico del male: il suicidio.

Quanto meglio sarebbe stato se egli avesse fatto ammenda della sua vita come nella saga de “La famiglia di Borg” (autore Gunnar Gunnarson) ove il ritorno del peccatore nel villaggio, che per anni aveva vagato flagellando la sua coscienza e di cui ora nessuno ha più ricordo e nessuno più riconosce, dà principio ad una profonda riflessione: si, ho peccato!

Ma Svidrigajlov non lo fa.

Testo e foto di Fabio Massimo Tombolini

(Corrispondenza dalla redazione romana)

——————————————————————————–

Il topo del sottosuolo

Con Mino Francesco Manni

Regia di Alberto Oliva

Teatro Basilica

Piazza di San Giovanni Roma

25 gennaio 2020

 

 

 

 

 

Articoli correlati