OPERETTE MORALI “L’uomo è come una salsiccia: diventa ciò che ci ficchi dentro”

“L’uomo è come una salsiccia: diventa ciò che ci ficchi dentro”.

Questa l’affermazione di Kozma Prutkov pseudonimo di Aleksey Konstantinovich Tolstoy, scrittore russo (NOTA: da non confondersi con Lev Tolstoy)

Nulla di meglio per la nostra periferia e per i suoi giovani che il proporre le “Operette morali” di Leopardi”…il vero risveglio culturale delle zone fuori dai circuiti centrali di Roma, per far loro sentire che la cultura è proprietà di ogni singolo cittadino; un’acqua fresca, profumata di speranze, potentissimo antidoto all’abbandono, arma micidiale contro le devianze; la periferia è centro di produzione!

I giovani non sono “salsicce” tolstoiane!

Si; un ben venuto alle “Operette morali” ma anche una fermissima posizione di rifiuto nei confronti di quel “deficentario” che vorrebbe bandire illustrissimi uomini della cultura per ragioni che vanno dalla politica fino alla lettura delle loro opere alla luce di concetti odierni completamente assenti all’epoca dei loro contributi intellettuali.

La Compagnia teatrale “Il salto” propone oggi 4 “Operette” leopardiane (Dialogo di Malambruno e Farfanello, Dialogo della Terra e della Luna, Dialogo di un folletto ed uno gnomo, Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere).

Giunge all’uopo questo spettacolo in un momento di crisi europea per le sorti di una vicenda tempestata di plumbei interrogativi: l’Ucraina!

Non è assurdo istituire un confronto fra il momento attuale e quello in cui visse Leopardi al tempo delle “Operette morali”.

Infatti: falliscono i moti indipendentistici del 1820-21; la natura che per il poeta risulta l’alveo protettore, la culla dell’anima, positiva nel suo decorrere, vira improvvisamente nel suo aspetto arcigno, malevolo e la speranza sprofonda.

E’ il tramonto degli ideali e l’approdo di Leopardi al pessimismo della storia; e quella natura che così amorevolmente e primitivamente soccorre l’uomo e nella quale egli vive il suo momento di quiete, ora lo opprime: è il trionfo del “vero” sul “bello” leopardiano.

Il primitivo stato di felicità intima dell’anima è ormai invaso dalla ragione della storia e dal rivoltarsi contro della natura così tanto cara!

E’ la conversione filosofica leopardiana che s’affaccia e che lo conduce alle “Operette morali”.

Parallelismi dunque? Possibile.

L’Europa si sveglia dal sonno idilliaco della pace che aveva riposto nell’economia mondiale come vettore di contrattazione fra le nazioni.

La coscienza che tutto si aggiusta con la diplomazia e con buoni affari economici, non è la dottrina e la mentalità che possa tenerci fuori da conflitti o per lo meno non è il pilastro unico.

Pessimismo leopardiano oggi per i fatti d’Ucraina?

No; ma nuova coscienza dell’Europa per una politica reale, capacità prospettica totalmente nuova!

Questo forse potrà essere anche il trionfo del “vero” sul “bello” leopardiano, modernamente inteso, ma è reale!

Crisi leopardiana allora che lo matura per un pessimismo storico; crisi dell’Europa oggi che ci matura per “una altra Europa”.

E’ nella crisi la radice della maturazione; infatti…

Leopardi: <<In questi giorni, quasi per vendicarmi del mondo, e quasi anche della virtù, ho immaginato e abbozzato certe prosette satiriche>>.

E’ questo che lui scrive il 4 settembre 1820, ma ancora qui non sono delineati i contenuti delle “Operette” ma già i prodromi vi sono.

Qui la conversione filosofica segna i suoi primi passi; lo fa con tono satirico, contro il degrado dei valori naturali della società oramai distanti dall’ideale etico di Leopardi.

Ma è tempo interiore di lui, spingersi oltre la messa in ridicolo per l’approdo alle ragioni profonde del dolore, scaturito dalle “prosette” in queste sarcastico.

I fuochi ardenti della critica in prosa, lasciano il posto alla riflessione sul “dolore-sconforto” come storico pessimismo e alla più profonda constatazione della sua cosmicità che, per questa ragione, travalica la percezione soggettiva per estendersi a tutti.

E’ interessante notare che questo pessimismo leopardiano non è un fenomeno confinato nella piccola Recanati, ma si trova anche – forse dando ragione proprio al nostro poeta che lo considera come situazione cosmica-  primariamente potente in Schopenhaur, ove per dolore, s’intende la condizione costante e non sporadica, ovvero come tensione ineliminabile dell’anelito della vita, un “vado-verso” (un adgrĕdĕre latino).

Secondariamente in Kirkegaard allorquando s’occupa della teoria della soggettività, ponendo al centro della speculazione filosofica il soggetto come essere umano, sia nella sua individuale finitezza, che nella complessità dei fatti che ne determinano l’essere esistenziale, fondando così le basi per quello che nel XX secolo sarà l’esistenzialismo.

E’ bene comunque tener presente che Leopardi non rivolge la propria attenzione alla speculazione filosofica; egli è un cantatore lirico, osserva, sente e trasferisce in scrittura ciò che l’anima gli detta.

Dunque le “Operette morali”.

Si potrebbe dire che esse siano quasi dei lavori in cui il “GENIO” letterario leopardiano erompe in tutta la sua forza.

Lui le vuole, con un guizzo di volitività tipica del lirismo, con una prosa:

<<inaffettata, fluida, armoniosa, propria, ricca, efficace, evidente, pura>> (sua definizione).

Sconfinata è la sua conoscenza della “antichità classica” che gli consente di attualizzare miti, personaggi, fatti, all’interno della sua “conversione” con un obiettivo teoretico, donde, la sua visione della moralità.

La freschezza lirica, non acre, non accidiosa, ma piena di luce nella consapevolezza del dolore che è comune al genere umano, ci consegna 23 “operette” che, contro ogni edonismo spasmodicamente ricercato dall’uomo specialmente oggi, ci costringe a scendere a patti con l’essenza della vita:

non esiste la assoluta tensione di una retta diagonale a 45° sul piano cartesiano, che possa viaggiare all’infinito verso la felicità; e semmai dovesse esistere sarà sempre accompagnata dal grafico “della sofferenza” che la mantiene e la sorregge!

Ma per quel “dolore” intrinseco all’uomo, anche la pietà s’affaccia, (come appare nel  “Dialogo di Timandro e di Eleandro”)  quando Leopardi esonera gli uomini dalla responsabilità delle proprie malevoli azioni, non attribuendole alla corruzione propria di essi ma ad uno stato del maligno che pervade e sovrasta le loro coscienze; una visione compassionevole-pietistica della loro condizione, senza condanna!

Farfanello (il demone) è chiaro quando risponde a Malambruno: << Se vuoi sottrarti all’infelicità, be… dormi pure senza sognare, oppure muori>>.

E…che cosa succede se gli uomini non abitano più il nostro mondo, si chiedono il Folletto e lo Gnomo?

Assolutamente nulla, convengono i due!

Il mondo continua a girare anche senza di loro.

Il sonno che viene suggerito da Farfanello in modo satirico, riappare nel “Dialogo della Terra e della Luna”.

Forse sarebbe stato meglio se la Terra non avesse mai tentato di confrontarsi con il suo satellite per non scoprire la verità sull’essere umano: nessuna possibilità di salvazione per il mondo quando si ripone la speranza nella tecnologia moderna, ma anche nessun antropocentrismo che confina l’uomo nel suo profondo stato di vivente solo sulla Terra, privandolo dell’orgoglio teatrale dell’attore dell’universo.

Ma ci possiamo sempre consolare (Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere) con un nuovo calendario: l’anno nuovo sicuramente sarà portatore di novità gravide di abbondanza!

Oh, si certo: l’immaginazione è la zona dell’essere umano che gli fa sopportare la vita.

Peccato però che Giovanni Verga, un po’ dopo Leopardi, usava  almanaccare per fantasticare.

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Articolo e foto di Fabio Massimo Tombolini (redazione romana di “Palermo parla”)

OPERETTE MORALI di Giacomo Leopardi

Regia e adattamento: Esper Russo

Attori: Fausto Cassi, Tiziana Biscontini, Leonardo Silla, Giovanni Del Bono, Giorgia Gaggiotti, Veronica Bettarelli

Consulenza artistica per la commedia dell’arte: Mario Gallo

Movimenti coreografici: Matilda Russo

TEATRO TOR BELLA MONACA 12 MARZO 2022 ROMA

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