La campagna elettorale più pazza del mondo, verrebbe da pensare su ciò che sta succedendo nel paese più importante, più ricco, più potente e nel bel mezzo di due guerre principali e di una serie di crisi internazionali variamente intrecciate.
Giornalisti e politologi, al solito, danno il meglio di sé per non farci capire niente.
Fino a un mese fa ci assicuravano che Joe Biden era un grande presidente, perfettamente in grado di guidare il paese e il mondo, di risolvere ogni problema per quanto spinoso e di continuare a farlo per altri quattro anni. Certo, doveva liberarsi dell’inutile, incapace e malvista Kamala Harris e trovare un altro/a vice a cui, eventualmente, in futuro lasciare il testimone.
Poi, davanti al disastro del dibattito televisivo, il vecchio Joe diventò di colpo un povero rimbambito che doveva togliersi di torno al più presto. Il poveretto provò a resistere per qualche giorno ma alla fine, sotto l’attacco concentrico di ex presidenti e relative mogli, ex speaker della camera, analisti, politologi eccetera, capitolò. Tutti costoro, a quel punto, intonarono in coro: che grande presidente, si è sacrificato per la patria, gliene saremo eternamente grati.
Archiviato rapidamente anche il lamento funebre, tutto l’establishment democratico, palese e occulto, cominciò a domandarsi: e ora che facciamo? il tempo stringe, il vecchio Joe, probabilmente, si è vendicato consegnandoci la candidata che proprio non volevamo e d’altra parte non si può rifare tutto il processo delle primarie. La riverniciamo al meglio possibile e la presentiamo come la nostra scelta. L’ultimo a capitolare fu Obama, probabilmente rimasto nei quattro anni di Biden il vero presidente-ombra.
La candidata Harris, a tutt’oggi, non ha concesso interviste e il dibattito con Trump è fissato per il 10 settembre. Quindi l’unica performance che abbiamo finora è il suo discorso alla convention di Chicago.
In 45 minuti circa, che i commentatori dem hanno esaltato, c’è stato posto per la prevedibile storia familiare: persone di colore, immigrati, che con duro lavoro e intelligenza si sono conquistati un buon posto nella società. Tutto vero ma con opportune dimenticanze: gli antenati del padre, per esempio, non erano schiavi ma proprietari di centinaia di schiavi bianchi e neri.
L’elemento ‘razziale’ ha avuto una grande importanza in tutta la convention, tanto che qualcuno degli ospiti ha affermato che la presidenza “è un lavoro per neri”. Mah!
Per tornare al discorso, la parte programmatica è stata estremamente vaga, nel tentativo di non scontentare nessuno e di offrire alle varie fazioni del partito un po’ di ciò che chiedono. L’unica cosa che si capiva era: “più soldi per tutti”, alla Cetto La Qualunque, insomma, senza dire ovviamente dove trovarli, questi soldi, data l’attuale situazione economica.
Capitolo bugie: ne ha dette talmente tante che perfino un giornale di sinistra, pilastro dei democratici, come il Washington Post, ne ha elencato un bel po’:
“Ho combattuto i cartelli della droga al confine del Messico”: il suo unico incarico nell’amministrazione Biden era proprio questo: a detta di tutti un totale fallimento.
“Legge e ordine”: nei suoi precedenti incarichi ha tolto fondi alla polizia, depenalizzato i saccheggi nei supermercati e liberato una quantità di criminali.
“Abbiamo creato più di 800.000 nuovi posti di lavoro”: secondo i report ufficiali dell’amministrazione Biden non sono stati creati nuovi posti e ne sono stati persi un milione.
Il punto fondamentale, tuttavia, sia del suo discorso che di quelli del candidato vicepresidente, degli ex presidenti e dei tanti altri che sono intervenuti, quello su cui tutti hanno martellato in ogni modo possibile è stato: “Non dobbiamo lasciare che vinca Trump”, e giù una quantità di insulti impressionante, a seconda della fantasia di ognuno. Alcuni hanno addirittura detto: “Bisogna cambiare strada, abbandonare le terribili politiche di Trump”. Non sono informati, a quanto pare, che da quattro anni governano loro.
Un altro punto importante, su cui si è molto insistito, è quello del ‘diritto’ all’aborto, da imporre a livello federale anche a quegli Stati che hanno recentemente posto dei limiti. Harris afferma da anni, e fa di tutto per realizzare, che l’aborto deve essere un diritto assoluto per tutti i nove mesi di gravidanza e che, nel caso il bambino nasca vivo, deve essere lasciato morire senza alcuna assistenza. Per ottenere un tale risultato afferma di voler manomettere l’assetto costituzionale della Corte Suprema, una delle istituzioni considerate sacre e che nessun presidente ha mai osato toccare.
Il legame strettissimo fra Harris e Planned Parenthood, il più grande abortificio degli USA, era rappresentato alla convention dalla presenza di un loro camion – clinica che offriva aborti gratuiti e vasectomie.
(Questo punto del programma di governo merita tuttavia una trattazione a parte, in un prossimo articolo)
E così la campagna elettorale più pazza del mondo entra nel vivo e fino all’inizio di novembre ne vedremo di ogni sorta, anche grazie ad un sistema elettorale a sua volta folle oltre ogni nostra immaginazione di europei.
Il ‘vecchio’ Trump (78 anni) contro la ‘giovane’ Harris (60 anni): due personaggi improbabili e imprevedibili che si contendono la guida di una superpotenza spaccata in due come forse non lo è mai stata nella sua storia, a parte il periodo della guerra civile.
Mietta Gaziano 24/08/2024








