Esisterebbe uno stretto legame tra carenza di Vitamina D e Long COVID-19. E’ quanto emerge da uno studio recentemente pubblicato da Luigi De Filippo e coll. dell’Istituto di endocrinologia e Scienze metaboliche della Università Vita-Salute San Raffaele, IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano su The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism. I ricercatori hanno valutato alla dimissione da COVID-19 i livelli di vitamina D e dopo sei mesi, momento nel quale gli stessi pazienti erano stati controllati per eventuali sintomi da Long Covid. Orbene coloro i quali, valutati attraverso un’analisi di regressione multipla, avevano una carenza di 25(OH) vitamina D (<20 ng/mL) hanno manifestato, in modo significativo, una sintomatologia tipica del Long Covid: fatica, difficoltà di respiro, tosse, dolori e debolezza muscolare, evidente alterazione dell’olfatto e/o del gusto, confusione mentale, amnesie. Gli ultimi due sono stati, in particolare, i sintomi più evidenti. “Non sono ancora noti i meccanismi molecolari attraverso i quali la vitamina D da sola entra nella fisiologia cellulare e di mediatore genetico e necessitano studi approfonditi” ha detto Ray Marks, PhD docente di studi comportamentali alla Columbia University . Il Copper Institute, 12330 Preston Road Dallas, TX 75230, ha poi segnalato che tale carenza, a causa della maggiore melanina che ridurrebbe la produzione corporea di vitamina D, è presente di più nei neri rispetto ai bianchi (76% vs 40%). La vitamina D appartiene ad un gruppo di pro-ormoni liposolubili costituito da 5 diverse vitamine: vitamina D1, D2, D3, D4 e D5. Le due più importanti forme sono la vitamina D2 (ergocalciferolo) e la vitamina D3 (colecalciferolo), entrambe dall’attività biologica molto simile. L’ergocalciferolo (D2) è di provenienza vegetale, mentre il colecalciferolo (D3), derivante dal colesterolo, è sintetizzato negli organismi animali. E’ quindi liposolubile e necessaria a numerose funzioni biologiche, prima fra tutte l’omeostati e metabolismo del calcio e del fosfato, promuovendo la crescita fisiologica dello scheletro, il rimodellamento osseo e prevenendone la degenerazione in età avanzata. Oltre a questa funzione la vitamina D interviene nel buon funzionamento del sistema immunitario e modula la risposta infiammatoria dell’organismo umano. Oltre ad essere prodotta, attraverso i raggi ultravioletti dal nostro organismo si trova anche in alcuni alimenti quali:
- pesce grasso, come salmone, sardine, aringhe e sgombri (4,2-17 microgrammi per 100 grammi)
- fegato
- tuorli d’uovo (4,5 microgrammi per 100 gr)
- cioccolato, con contenuti che divengono apprezzabili in 100 grammi
- frutta e verdure, in minima quantità e nella variante meno biodisponibile (vitamina D2)
- funghi, contengono vitamina D2 di origine vegetale
Gli unici alimenti non animali, ma neanche vegetali con quantità apprezzabili di vitamina D sono i funghi. Il comune champignon, ne contiene meno di mezzo microgrammo per 100 gr (0,45 microgrammi); altri. come porcino, ovolo finferlo, ne contengono di più (2-3 microgrammi per 100 grammi di funghi), ma il loro consumo è senz’altro più limitato, anche perché con consumi abituali si potrebbero verificare effetti collaterali indesiderati dovuti alla possibile epatotossicità di tossine presenti anche nelle specie commestibili.
In alcuni alimenti di fabbricazione industriale, ad esempio latte o cereali, la vitamina D viene aggiunta nella fase di produzione, e tali cibi vengono detti fortificati. La fortificazione degli alimenti, in particolare del latte, è una pratica molto diffusa in alcuni paesi (Stati Uniti d’America) ma non in Italia. Considerare latte e derivati come fonti alimentari significative di vitamina D è dunque un fraintendimento conseguente alla traduzione di informazioni da fonti anglosassoni. Latte e derivati infatti diventano fonti di quantità apprezzabili di vitamina D solo se “fortificati”, vale a dire addizionati di Vitamina D in modo artificiale. Una fonte importante di vitamina D è, iinfine, l’olio di fegato di merluzzo, un tempo normale integratore della dieta dei ragazzi. Si calcola, comunque, che soltanto il 10-20% della vitamina D provenga dalla dieta ed il restante 80-90% dalla sintesi nella pelle dopo l’esposizione al sole.
L’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA, European Food Security Agency) ha recentemente aggiornato i valori dietetici di riferimento (DVR) per la vitamina D ed indicato come fabbisogno giornaliero di vitamina D:
- 10 microgrammi al giorno (400 unità internazionali), per bambini fino a tra 7 e 12 mesi di età.
- 15 microgrammi al giorno (600 unità internazionali), per gli adulti
- Oltre i 71 anni: 20 μg/ 800 UI;
- Donne in gravidanza e allattamento: 15 μg/600 UI
Il Dr. Giustina, uno degli autori dello studio, infine ha raccomandato a tutti coloro i quali hanno avuto il Covid-19 di controllare i livelli di vitamina D e di procedere, in caso di carenza, ad una adeguata supplementazione.
Guido Francesco Guida
Fonte foto:vdmagazineit








