La guerra dei servizi

Che cosa traspare da questa nuova guerra in atto?

Come costatiamo giornalmente, di guerre nel mondo ce ne sono tante e di tanti tipi differenti: calde, fredde, economiche, dei dazi, sanitarie…ma adesso ne sta venendo fuori anche un’altra che non ci aspettavamo: quella dei servizi segreti. Intendiamoci: non stiamo parlando dell’azione sotterranea che si svolge tra forze o paesi ostili tra loro, che c’è sempre stata, ma di quella tra servizi dello stesso paese tra loro. Quale potrebbe esserne l’origine?

Spesso, nell’immaginario collettivo, un’istituzione economica o politica viene vista come perfettamente unitaria e solidale: l’Unione europea, il Vaticano, il Fondo monetario internazionale e via discorrendo, ma, in pratica, le cose funzionano un po’ diversamente.

Interessi e ideologie di varia natura intervengono anche ad alto livello per condizionare le scelte di un ente o di una istituzione. Non c’è pace nemmeno tra le alte sfere del potere o, quando c’è, si tratta solo di una tregua armata pronta a trasformarsi in guerra aperta non appena accade qualcosa che fa precipitare gli eventi.

Appare, così, evidente che oggi sia in atto uno scontro durissimo tra chi detiene le leve del comando, come pure che la vittoria di Trump abbia segnato un punto a favore di una parte piuttosto che di un’altra.

L’Occidente appare, così, spaccato a metà tra chi, da una parte, vorrebbe affidare le sorti del mondo, in massima parte, all’alta finanza, all’industria bellica e a Big Fharma, mentre c’è chi propende, invece, per uno sviluppo fondato soprattutto su attività economiche che nascono dalla libera iniziativa umana e dalla collaborazione spontanea tra le persone o gli stati.

Il modo di procedere trumpiano può sembrare tante volte dittatoriale ed eccessivo (e magari lo è), ma, se vogliamo capire la realtà dei processi economici e politici, prima di attribuire patenti di “buono” o “cattivo”, dobbiamo renderci conto che c’è stato qualcuno, prima dell’avvento di Trump, che ha creato il muro contro muro e quel qualcuno rischia ora di pagarne le conseguenze.

La sconfitta di Biden, e del suo entourage, infatti, da che cosa è nata?

Forse l’opposizione andava maggiormente ascoltata? Forse il popolo democratico non si sentiva veramente rappresentato dalla Harris, ma non è riuscito a trovare un candidato valido da opporre a un uragano come Trump? O forse, più probabilmente, l’establishment voleva andare sul sicuro (dal proprio punto di vista) ed evitare di scegliere un candidato capace che avrebbe, però, potuto rompere certi equilibri?

Quando si perde la partita non è producente incolpare gli avversari di cattiveria, giova di più analizzare i motivi della sconfitta, altrimenti si continuerà a perdere in modo irrimediabile.

L’establishment o deep state, come lo vogliamo chiamare, è indubbiamente ancora molto potente a livello mondiale, ma c’è un noto detto che recita: “a volte è meglio perdere che straperdere”.

Questo potere, se vuole ancora rimanere tale, dovrebbe porsi, infatti, qualche domanda: “Come mai le destre vincono un po’ in tutte le parti del mondo, non sarà che le sinistre sono sempre spaccate al loro interno? “Come mai si è formato il blocco dei Brics che funziona in modo alternativo all’impero del dollaro?”

E se riflettesse sui fatti, piuttosto che seguire le proprie impressioni o i propri pregiudizi, chi attacca continuamente l’opposizione, a torto o a ragione, potrebbe finalmente rendersi conto che molti guai hanno avuto origine a casa propria.

Lydia Gaziano Scargiali   

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