Dall’Italia la ciambella che salva l’Europa dell’euro “irreversibile”

A Draghi anche la benedizione di Mattarella: contenti loro…
Ettore Rosato
Ettore Rosato

Se ne fa vanto con un sorriso l’On.le Ettore Rosato del PD: “siamo andati al governo per salvare l’Europa”. Non importa se ciò è avvenuto sottoscrivendo, assieme agli altri fedelissimi dell’UE, il patto di stabilità, che impone più rigore nelle spese e più fisco, col risultato di bloccare stabilmente la ripresa economica…

Certo è che se l’Italia facesse le bizze, per l’UE sarebbero dolori… Un’occasione per puntare i piedi e reclamare soluzioni alle “grida di dolore” che provengono dallo Stivale? Neanche per idea! Salviamo l’Europa!

E’ chiaro nel privato: se un’impresa in crisi (ma qui anche, nel pubblico, l’impresa Italia), non rilancia, non si riprende di certo…

Nell’ambito delle stesse 48 ore, Mario Draghi, cavallo di razza dell’Italia e dell’UE, lasciando fra gli applausi  la sua carica di presidente della Bce a Christine Lagarde (buona questa…) in attesa di nuovi traguardi personali, aveva detto in un discreto inglese con soddisfazione: “finalmente tutti hanno capito che l’euro è irreversibile”.

E’ vero, siamo tutti convinti che – stando così le cose – dall’euro non sarebbe possibile fuggire se non in seguito ad imprevedibili eventi. Un esempio? Che l’UE – così com’è – andasse a gambe all’aria, fosse l’Europa di Bruxelles e Strasburgo ad andre in default – in qualunque modo avvenga – prima di andarci noi come Italia, mentre come individui e famiglie siamo già al limite e molti sono già …oltre.

Sì, perché sarebbe stato molto ma molto meglio che il Super Mario avesse potuto dire – e non può certo farlo – che, grazie alle taumaturgiche capacità sue e dei suoi amici europei, quello europeo è un popolo più felice: sappiamo tutti – nessuno escluso – come non sia così!

Altro che merito di salvare l’Europa! Abbiamo sperato che la lezione della brexit servisse a qualcosa. Perché, se l’Inghilterra, privilegiata regina atlantica con un piede oltre oceano da sempre (per il granitico patto massonico firmato in mano a Giorgio Washington alla fine della rivoluzione americana), ci saluta e se ne va. Eppure aveva potuto mantenere la Sterlina e accettava l’Euro in pagamento. Niente hai detto: se se ne vanno i signori col cilindro e con l’ombrello, figurati che cosa dovremmo fare noi, fra divieti, imposizioni errate, decise dove non splende il sole tutto l’anno, dove non è stato inventato il Rinascimento, scoperta l’America e tutto il resto.

Il “complesso d’inferiorità delle nazioni mediterranee”, dovuto solo ai numeri, ai soldi fatti nei secoli più recenti, fattore meramente pecuniario, non certo morale e civile, non ha più motivo di esistere. Il Mediterraneo è lanciato – lo vogliano o no gli oceani e le terre dalle Alpi in su, a ritornare il cuore pulsante dell’Eurasia e della nascente realtà africana. Questione di tempo. E ciò che certamente avverrà è storicamente e politicamente come fosse avvenuto. Ciò, come ripetiamo spesso, vien dato da alcuni qualificati osservatori, iniziare formalmente dalla data in cui la dieta mediterranea divenne patrimonio dell’Umanità. Ma che questo sia vero o sia ancora soltanto un sogno – a parte la pazienza che la storia richiede per necessità – è certamente vero. Il raddoppio del Canale di Suez non è la causa del fenomeno in corso, come molti ritengono, ma è già la sua prima grande conseguenza.

Ripetiamo che il Mediterraneo è soltanto l’1% delle superfici acquee del mondo, ma assorbe già, all’indomani del raddoppio di Suez il 40% dei traffici. Allo stato attuale le porta container, protagoniste del “gigantismo” navale, fulcro dei trasporti intermodali non possono passare più da Panama e “devono passare da Suez. Visto che i trasporti sono l’anima del presente e tanto più del futuro (inevitabilmente globalizzato) il semplice passaggio dei “traffici” è tutto. Perché chi passa scarica e carica anche da e per le mete intermedie. Ciò allarga il mercato ingigantendolo.

In Sicilia abbiamo già “bell’e pronto” il porto di Augusta che è il più qualificato, per grandezza e caratteristiche a divenire “la porta d’Europa”. Ce lo ha dato il Signore: è il maggior porto naturale d’Europa e il primo d’Italia – da decenni – per tonnellaggio. Ma finché ci sarà “questa” UE, ciò sarà tenuto sotto silenzio, l’evoluzione di Augusta sarà ostacolata. Oggi si privilegiano addirittura Rotterdam e Francoforte, anche per le navi che giungono da Suez e dal Mar Nero. Presto non sarà più così…

Altre realtà si profilano ben chiare all’orizzonte. Sono realtà antiche, ma capaci di trovarsi in posizione privilegiata verso il futuro: a parte l’Africa (gran riserva di materie prime, territori e mercati), senza dubbio la Russia, la Cina e tutto il Far East. Tutto questo immenso mondo non aspetta altro – e già lo fa – che ruotare attorno a sé stesso e, in tutto questo il primato culturale, ma anche il ruolo tecnologico dell’Europa è fondamentale. Resta fermo che da Gibilterra si va pure in oceano…

L’Eurasia più l’Africa formano una massa di terre emerse in grado di schiacciare per superficie ambedue le Americhe. Il lancio del boomerang per cui l’Europa colonizza il mondo, allevandosi come pulcini i nemici di domani (ormai dell’oggi) è cessato.

Ma anche l’Europa – un po’ come l’Italia e la Sicilia. ha un concetto di sé e lo proclama, che è inferiore alla considerazione che ne ha, invece, lo stesso mondo dall’esterno.

Fra i vari ed evidenti “limiti” di questa Unione Europea – oltre alla inesistente presenza in politica internazionale, dove contano tuttora di più le singole nazioni – c’è quella di basarsi sui numeri e su fondamenta esclusivamente materialistiche. Appunto l’Euro come suo massimo plafond: una moneta “strana” difforme per natura da tutte le altre. Una cosa, ripetiamo, è chiara, anzi chiarissima: non sta portando gli europei verso il benessere. Ma l’Europa, illustriamo meglio il concetto, non coltiva il “concetto di sé”. Lo spirito europeo viene alimentato come unica iniziativa dall’Erasmus. Troppo poco per far sì che la cultura europea – che pure esiste come tale – divenga chiaro patrimonio comune, motivo di coerenza ed entri nella cultura antropologica degli europei.

Un antico scrittore siciliano – con tutto il provincialismo isolano che volete – scrive più o meno così: l’Europa è l’anima del mondo, l’Italia è l’anima dell’Europa, la Sicilia è l’anima dell’Italia. Delle tre l’affermazione più vera è la prima, per quanto l’ultima sia stata proclamata da Goethe. L’Europa ha una sua grande cultura e può giovarsene. Le prime università nacquero e furono in contatto tra loro già allo scoccare dell’Età moderna, Sono ancora un grande patrimonio, se si pensa che le banche, la partita doppia, ma perfino il nucleare siano nati in Europa… Se ne parlava di più 60 anni fa. Perché mai?

Nel ricordo di chi scrive queste righe, ecco le parole scambiate a Long Island con un grosso imprenditore americano incontrato per caso in un club nautico, dove si svolgeva un “mondiale” di vela. L’affermazione di chi scrive riguardava Manathan. “Non è un inferno – dicevo – tutto mi avevano detto ma non che fosse una bellissima città”. “Non hai visto niente – fu la risposta – perché se vai a Boston, vedi che lì l’America sembra proprio l’Europa!”

L’inadeguatezza dell’UE di Bruxelles e Strasburgo, incapace di tirar fuori il meglio di sé, intrappolata nella prigione di una evidente incultura, è chiara. Siamo lungi dall’intravedere la nascita degli Stati Uniti d’Europa, che pure sognammo da bambini. La volontà di non “farsi guerra” fra loro, per gli stati europei, dopo il doppio trauma delle grandi guerre, era già patrimonio comune. L’UE ha aggiunto, finora, poco o niente. Il colmo è che si parli astrattamente di …far maturare il sentimento comune, quando non si fa nulla per promuoverlo. Peggio: come se il sentimento comune degli europei servisse a smorzare le rivalità fra le industrie di Germania, Italia, Francia etc. Quando è in palio “qualcosa di serio” o gli imprenditori corrono come dalla mamma al loro governo nazionale per essere protetti, oppure gli stessi governi si oppongono a troppo facili scambi di proprietà, di territorio e di mercati fra i vari produttori, che restano assolutamente “stranieri”. All’interno dell’UE è difficile anche “dislocare”. Meglio andare fuori dall’UE…

Salvare l’Unione Europea? Perché non si comincia – finalmente – a curarla? A riformarla?

Germano Scargiali

 

Nota

Dal punto di vista economico, se è vero – come è vero – che il Mediterraneo assorbe già il 40% dei traffici mondiali, il primo problema (o il primo obiettivo) per l’Italia e la Sicilia è: come intercettare questi traffici? Come intervenire e partecipare ad essi? Come farne un “tesoretto”?

Viceversa, notiamo che – come avveniva negli interventi di un recente convegno al Palace di Mondello – si guardi ai problemi del sottosviluppo in Sicilia e nel Meridione, come un mero fenomeno interno a questa realtà. Siamo più dettagliati: si parla, come sempre, di modificare la mentalità locale, ma rispetto all’utilizzo dei finanziamenti nazionali o, specialmente, europei. Questi, in qualche modo, serviranno alla crescita… Non si vede come, ben più dei finanziamenti possa contare l’aprirsi verso nuovi mercati, vicini e meno vicini, e nuovi scambi con essi. Sia per un’azienda che per l’intero Pil, il primo capitale – il vero patrimonio –  è costituito dal mercato (per un’azienda il portafoglio clienti). E’ questa la ricchezza. Il principio base del marketing è, infatti, di produrre ciò che si venda. Ma per questo la “pre condizione” è che esista un mercato in cui vendere. Se c’è il mercato, non servono – o quasi – i finanziamenti europei…

E l’euro? L’euro è una trappola. Non si può gioire per il fatto che non sia irreversibile 

(G.S.)

 

Nota 2

Quanto al debito, ripetiamo come il suo rapporto col Pil sia una mera invenzione, non gà una verità tecnica con una sorta di contenuto scientifico. Da questo punto di vista è solo un’ipotesi che non ha – fra l’altro – nulla di matematico. Non siamo i soli a sostenere come si possa convivere con il debito, come si possa ridurre con sistemi estrinseci, nei rapporti con i cittadini (ricchi e  detentori di gran parte del credito) e nei rapporti di carattere politico con i paesi esteri. A nessuno conviene mandare in default una realtà – come quella nazionale italiana – che produce con una bilancia commerciale fortemente attiva e notevoli capacità interlocutorie. Siamo più chiari: non è detto che ad un creditore convenga chiedere indietro il credito, piuttosto che ottenere condizioni favorevoli nei trattati. Il debito si può congelare – cosa che evidentemente è già nei fatti – rinviandone il pagamento o annulllandolo del tutto… Finalmente c’è qualcuno che lo dice amche in Tv e qualche altro che lo proclama in Auropa…

 

 

 

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