Ci è capitato, nel parlare di un’Italia “un po’ meno misera” di quanto spesso si racconti per motivi di incerta natura (ad esempio preparare gli italiani a nuove tasse e a nuove incombenze nei richieste dall’UE), di nominare un auto da competizione definita tutt’oggi, dopo il boom della F1, “la più bella macchina da corsa mai costruita”.
E’ l’Alfa Romeo P2, divenuta poi P3. Essa fa parte indubbiamente delle glorie italiane di un periodo …da condannare pedissequamente. Per questo viene ricordata, più che altro, nei testi specialistici dell’automobilismo. In quei libri in cui lo sport riesce ad astrarsi dalla politica, certe realtà non possono essere taciute…
Come vedremo, quest’auto è la progenitrice diretta della Ferrari, essendo stato Enzo Ferrari il direttore sportivo dell’Alfa ed aver ottenuto la prima vittoria con una scuderia che portava il suo nome nel dopoguerra proprio con una Alfa Romeo P3. Inoltre, le prime Ferrari da competizione utilizzarono pezzi “donati” sia dall’Alfa Romeo che dalla Lancia, che corse e vinse su strada fino agli anni’50 con le sue spider rosse da oltre 3000 cc. E piloti del calibro di Piero Taruffi e Peter Collins.

Sotto il cofano rombava infatti un “due litri” a otto cilindri in linea sovralimentato (compressore Roots) in grado di generare una potenza di 140 CV.

Nel 1924 l’Alfa Romeo P2 inizia alla grande la propria carriera vincendo al debutto: merito di Antonio Ascari primo a Cremona il 9 giugno.
Il primo successo importante arrivò il 3 agosto nel GP di Francia con Giuseppe Campari mentre il 19 ottobre le P2 – con la potenza aumentata a 145 CV – le P2 dominano il GP d’Italia con 4 vetture nelle prime quattro posizioni e con Ascari sul gradino più alto del podio.
Nel 1925 l’Alfa Romeo partecipò alla prima edizione del campionato del mondo costruttori: la P2 – come tutte le Case europee – saltò la prima tappa a Indianapolis ma il 28 giugno consentì ad Antonio Ascari di trionfare a Spa nel GP del Belgio.
Il 26 luglio Ascari perde la vita al volante della sportiva del Biscione durante il GP di Francia sul circuito di Montlhéry, ma il 6 settembre la Casa milanese si aggiudica il primo titolo iridato della storia dell’automobilismo grazie al successo di Gastone Brilli-Peri a Monza nel GP d’Italia.

Dopo questo successo il marchio Alfa Romeo viene impreziosito da una corona d’alloro che rimarrà fino al 1972.
Si iniziò a pesare alla sicurezza (un po’meno ai consumi) e il nuovo regolamento nel 1926 limitò la cilindrata a 1,5 litri ed escluse quindi l’Alfa Romeo P2 dalle competizioni importanti.
A “mantenere in vita” la sportiva del Biscione ci pensò Giuseppe Campari: vinse due edizioni consecutive della Coppa Acerbo nel 1927 e nel 1928 e successivamente vendette la vettura ad Achille Varzi, il quale nel 1929 portò a casa 4 successi (Alessandria, Roma, Montenero e Monza), cui si affiancano i trionfi di Brilli-Peri a Cremona e a Tunisi.
Nel 1930 per l’Alfa Romeo la rinascita inizia riacquistando 3 esemplari di P2 (dei 6 costruiti) ed elaborandoli portando la potenza a 175 CV, tanti per allora…
Gli ultimi successi importanti arrivano con Varzi (primo ad Alessandria e alla mitica Targa Florio) ma non va sottovalutato il trionfo di Tazio Nuvolari nella corsa in salita Trieste-Opicina, la prima vittoria di sempre per la Scuderia Ferrari.
L’Alfa Romeo P2 scende per l’ultima volta in pista il 28 settembre 1930 a Brno e conquista un terzo posto con Mario Umberto Borzacchini e Nuvolari.
L’auto aveva scritto subito in modo indelebile il proprio nome nella storia dell’auto da orsa, tenendo a battesimo e vincendo il primo campionato del mondo di automobilismo mai organizzato. Fu il predecessore dell’omonimo di Formula 1, nel 1925, vincendo due Gran Premi. Conquistò infatti il Gran Premio d’Italia a Monza con Antonio Ascari e il Gran Premio del Belgio a Spa-Francorchamps con Gastone Brilli-Peri. Ascari – come accennato – morì poi nel corso di questo campionato sul circuito di Montlhéry, vicino a Parigi. I due sconfissero i piloti delle case automobilistiche che dominavano i Gran Premi dell’epoca e che erano pertanto favorite per il titolo: Bugatti, Fiat, Delage, Sunbeam e Miller. Per celebrare la vittoria, sul bordo dello stemma della casa automobilistica milanese venne aggiunta una corona d’alloro che rimase nello stemma dell’Alfa Romeo fino al 1982.
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Il motore era un 8 cilindri in linea di 1987 cm³ a due alberi a camme in testa e due valvole per cilindro con basamento e coppa in lega leggera. Era rivoluzionario. Inizialmente ad un carburatore, venne presto dotato di due carburatori Memini, seguiti da un compressore a due lobi Roots, che dotava il veicolo di un potente sistema di sovralimentazione, tale da consentire nel corso dell’evoluzione il raggiungimento della potenza di 140 CV. Della prima versione del 1924 fino ai 175 cv. della versione del 1930, ad un regime di rotazione di 5.500 giri, tra i più elevati dell’epoca.
L’Alfa Romeo Tipo B, più conosciuta come Alfa Romeo P3, è stata un’evoluzione: un’autovettura prodotta dall’Alfa Romeo tra il 1932 ed il 1936 e facente parte della serie 8C. Grazie alla numerose vittorie conquistate soprattutto da Tazio Nuvolari, è tutt’oggi universalmente considerata una delle migliori auto da competizione mai costruite.
Con la P2 e la P3 l’Alfa Romeo è considerata l’auto che “vince tutto” nei favolosi anni 30, quelli in cui sbocciò la vera e propria “vita moderna”, uno stile di vita e delle abitudini che assomigliano molto a quelle odierne. Gli anni ’40, senza la guerra, avrebbero anticipato certamente il boom del decennio ’60 – ’70. Di cui, per inciso, l’Italia è stata l’antesignana nel mondo. Quella dove nacque il termine “boom” e l’espressione miracolo economico, letteralmente “esportato” verso occidente e verso oriente…
Il primo successo dell’Alfa Romeo 8C 35 nel 193 5 risale al 15 settembre sul circuito di Modena con Tazio Nuvolari.
Nel 1936, anno più magico che mai, Nuvolari ottenne altre due vittorie con questa “monoposto”: il 16 giugno in Ungheria e il 2 agosto alla Coppa Ciano (Livorno) in coppia con Carlo Maria Pintacuda. Mario Tadini conquista la Coppa Edda Ciano a Lucca il 6 settembre mentre un mese più tardi a Donington (Regno Unito) trionfano lo svizzero Hans Rüesch e il britannico Richard Seaman.
Nel 1937, l’ultimo anno di attività l’Alfa Romeo 8C 35 ottenne le vittorie più importanti grazie a Rüesch, primo in Finlandia, al Grand Prix des Frontières (a Chimay, in Belgio) e a Brooklands (Regno Unito). Pintacuda sale invece sul gradino più alto del podio a Rio de Janeiro.
Come abbiamo scritto anche altrove, la storia della P3 è strettamente legata alla nascita della Ferrari, perché Enzo Ferrari si era rivelato in qualità di direttore sportivo dell’Alfa ed aveva fondato la scuderia Ferrari con auto Alfa Romeo, iniziando, poi, a costruire all’alba degli anni ’50, le sue prime vere e proprie Ferrari da competizione. Può dirsi, insomma che la Formula1, che tanta fortuna riscuote oggi nel mondo, debba considerarsi in buona parte un “made in Italy”.
Sarebbe bene che gli italiani, troppo avvezzi ad auto commiserarsi, valutino meglio la loro “Italietta”. La smettano di dire che …potrebbe vivre solo di turismo. Non è soltanto sole, pizza amore e ricordi del passato. Senza trascurare il valore di tutto ciò, l’Italia – Sicilia compresa – vive, già da molto tempo, di ben altro. Altro che può e “deve” incrementare e valorizzare esaminando in dettaglio la realtà e tutte le potenzialità. Queste appartengono al passato, ma anche al futuro: vedi sviluppo in coso (Neo Rinascimento) del Mediterraneo.
Germano Scargiali








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