Un super yacht affonda in pochi istanti. Che cosa potrebbe essere accaduto?

Il naufragio della Bayesian, avvenuto a Porticello all’alba di lunedì scorso, suscita molte perplessità e speculazioni per due ordini di motivi: da un lato le persone coinvolte erano molto in vista, e la loro ricchezza proveniva dall’alta tecnologia e da legami con servizi segreti internazionali ed aveva portato ad un processo penale conclusosi proprio nei giorni scorsi. Per di più il socio e coimputato del proprietario del veliero è rimasto ucciso praticamente in contemporanea in Inghilterra in un incidente automobilistico. Ce n’è più che abbastanza per alimentare speculazioni.
L’altro ordine di motivi è la dinamica stessa dell’incidente: che una barca simile possa inabissarsi in modo così repentino appare a prima vista impossibile. Parliamo di un veliero di 56 metri con un albero di 75 metri costruito dal cantiere Perini Navi, il cui presidente afferma che era ‘inaffondabile’ (si diceva lo stesso di un’altra nave famosa che, in realtà, affondò). Era considerata la migliore del mondo, e con l’albero più alto in assoluto.
Saranno le indagini, naturalmente, a spiegare che cosa sia accaduto; ma proviamo a fare qualche considerazione basata su un’esperienza trentennale di crociere in barca a vela nel Mediterraneo.
Le dimensioni e le altre caratteristiche erano ovviamente del tutto diverse, ma una barca, qualunque siano le sue misure, ha comunque una struttura di base simile e richiede le stesse attenzioni.
Intanto: che cosa è successo? Si è parlato di una tromba marina o di un downburst, e forse pare più probabile la seconda ipotesi, dato che le altre barche che erano vicine non hanno subito alcun danno. Il comandante della barca olandese che ha prestato i primi soccorsi ha affermato di aver visto spezzarsi l’albero, cosa che comunque non avrebbe causato l’affondamento e che in realtà non è avvenuta: i sommozzatori hanno visto l’albero intatto.
Facciamo una considerazione su questa strana circostanza: si è sempre creduto, e la maggior parte delle persone lo crede ancora, che un testimone oculare, che non abbia alcun motivo o intenzione di mentire e che, addirittura, come in questo caso, sia una persona che ha la capacità tecnica di spiegare l’accaduto, ebbene dirà certamente la verità. Non è così, la psicologia sperimentale ha fatto molti studi in proposito e si è scoperto che, soprattutto in momenti di particolare stress, confusione, urgenza, il cervello tende a creare dei falsi ricordi che per il soggetto sono indistinguibili da quelli veri. La nostra struttura mentale, sopraffatta da un affastellarsi di sensazioni frammentarie, tende a ricomporle comunque in qualche modo.
Tornando alla dinamica dell’incidente, si può dire che una barca affonda se imbarca acqua: finché questo non accade, anche se gravemente danneggiata, rimane a galla. Nel 1979 durante la regata del Fastnet ci fu una terribile tempesta con onde di 20/ 25 metri, 19 morti e 20 barche affondate. Ebbene, molte altre barche furono poi, nei giorni successivi, ritrovate a galla. Anche una grossa falla, se si riesce a turarla in qualche modo, anche con pezzi di mobili e materassi, non causa tragedie.
In questo caso, non pare che ci sia stata una collisione con uno scoglio: l’unico che esiste in quel golfo, la Formica, era a distanza di sicurezza e la parte visibile dello scafo, la fiancata di sinistra, appare intatta.
Errore umano, dunque? Sembra l’ipotesi più probabile. Secondo il codice della navigazione la responsabilità è, sempre e comunque, del comandante: in questo caso si tratta del neozelandese James Cutfield su cui si concentrano, ovviamente, le attenzioni degli inquirenti.
Intanto il bollettino meteo dava avviso di burrasca e il golfo di Palermo era lì, a brevissima distanza, e avrebbe offerto un ancoraggio di massima sicurezza.
Un altro elemento importante è il bulbo, cioè una pinna di piombo che si trova sotto lo scafo e che serve a mantenere la barca verticale: se non ci fosse, la spinta del vento sull’albero, sul sartiame e soprattutto sulle vele farebbe inclinare lo scafo fino a ribaltarlo. Di solito il bulbo è fisso e determina il pescaggio dell’imbarcazione, e di conseguenza su quali fondali può giungere senza rischiare di impattare col fondo. La Bayesian ha un bulbo di 10 metri che però non è fisso ma retrattile, evidentemente per poter entrare e ancorare in rade con fondale minore, sempre che le condizioni meteo lo consentano. A quanto pare, il bulbo era almeno parzialmente sollevato e in tal caso non avrebbe potuto contrastare l’azione del fortissimo vento sull’enorme albero, sul sartiame e sul grosso boma, che dalle foto sembra così grande da poter ospitare, arrotolata, la vela principale, la randa.
Infine, queste grandi barche hanno di solito dei portelloni, a poppa e spesso anche lungo la fiancata, per far uscire e recuperare tender, moto d’acqua, attrezzature sub eccetera. Se uno o più di tali elementi fossero rimasti aperti avrebbero determinato verosimilmente un tale afflusso d’acqua da spiegare l’affondamento.
Solo ipotesi, ovviamente. Speriamo che le indagini giungano a chiarire l’accaduto anche per rendere più improbabili, in futuro, altri incidenti simili.
Mietta Gaziano 22/08/24
Foto Bayesian di Attilio Taranto prima dell’affondamento








