Padre Calogero Gaziano, il mio caro zio missionario in Brasile

Una rara immagine del primo ritorno di Padre Calogero ad Aragona, circondato da fratelli, sorelle, cugini e nipotini. In alto da solo, Piero Cumbo. Da sinistra accanto a Padre Calogero: zia Mariannina, Zia Vincenzina, zia Giuseppina, zia Maria con in braccio Settimo Morreale, Gianni Cumbo col fratellino Mario in braccio.

In questi giorni di angoscia – mentre incombe la minaccia della malattia – sentendo più forte in me lo scorrere degli anni in modo inarrestabile, ecco che realizzo un mio antico progetto, da sempre rinviato: raccontare di mio zio, Padre Calogero Gaziano, missionario. Altri lo hanno fatto, ma io parlerò a modo mio dei ricordi che porto nel cuore…

Padre Calogero ai tempi di Porecatù
Padre Calogero ai tempi di Porecatù. Era un giovane prestante: mise la propria anima e la propria forza fisica a disposizione di gente lontana e bisognosa…

Lo zio missionario era per noi bambini  un rifermento ed un mito. Ho rivolto tante volte il pensiero a quello che rappresentava in famiglia il lontano zio Calogero. Stentavamo, forse, ad immaginarlo, oltre l’oceano, alle prese con le fatiche della missione in cui lui era tutto: una guida e un servitore al contempo.  Era nato ad Aragona, un paese nella provincia di Agrigento, e fin da giovanissimo si sentì chiamato alla vita religiosa. Ma prima di parlare della sua vita, voglio dire qualcosa sulla sua famiglia, perché credo sia utile per capirne meglio il carattere e le scelte.

Il padre, Giovanni, era, come si direbbe oggi, un piccolo imprenditore agricolo. Col suo ingegno e la sua operatività aveva acquistato parecchi terreni e li faceva rendere utilizzando metodi moderni (almeno per quei tempi). Costruì una sorta di “filiera”: coltivazione del grano, costruzione del mulino e produzione della farina, nonché un palazzetto a più piani, adibito, oltre che ad abitazione per la famiglia anche ad albergo …

Io, purtroppo, non ho conosciuto il mio nonno paterno perché, quando morì, mio padre aveva appena nove anni. Quindi persino mio padre non ebbe modo di conoscerlo bene. Sono stati, però, i racconti di famiglia a farmi capire tante cose…

Giovanni e la moglie Maria Cumbo ebbero ben dodici figli. Di questi raggiunsero l’età adulta: Maria, Vincenzina, Tommaso, Mariannina, Gerlando, Calogero, Giuseppina e, undicesimo, ma non ultimo, Vincenzo (mio padre).

Mi ha sempre impressionato, infatti, apprendere della morte del più piccolo, il dodicesimo, appena un neonato, che era stato chiamato Angelino.

Una famiglia numerosa, ma soprattutto laboriosa. Gente onesta, tutti molto uniti e dai saldi valori umani e religiosi. So che mio nonno, che univa in sé saggezza e coraggio, non si tirava indietro nell’aiutare personalmente chi aveva bisogno, sia materialmente, sia con utili consigli. Ad esempio, in occasione del terremoto di Messina del 1908, non esitò a partire da Aragona per andare in cerca di un parente che si trovava lì e, incredibile a dirsi, riuscì a trovarlo nella gran confusione creata dal sisma. Era vivo. I morti, a Messina, a causa del terremoto, furono la metà della popolazione (circa 70.000).

La moglie di Giovanni, Maria, era una donna di notevole intelligenza. Purtroppo neppure lei ho potuto conoscere, perché morì un anno prima della mia nascita. Pur senza avere alle spalle molti studi, amava leggere libri di filosofia. Di forte tempra, era anche profondamente religiosa. Infatti, trascorreva molto tempo in preghiera. Rimasta vedova troppo presto, seppe guidare la famiglia, crescere i figli avviandoli agli studi superiori e persino universitari. Mio padre, Vincenzo, studiò in un collegio a Catania, si laureò a Roma in Filosofia alla Gregoriana, mentre a Palermo, successivamente, prese una seconda laurea in Lettere, sempre col massimo dei voti.

Dopo il matrimonio con mia mamma Chiara Calamida, disegnatrice e valida pittrice, ebbe tre figlie femmine: Maria Antonietta, Lydia (che sono io) e Mirella. Mio padre insegnò prima al Liceo Garibaldi di Palermo e poi al Liceo Italiano a Madrid, in Spagna. Fu poi inviato come addetto culturale a Madrid e a Tunisi, professore di Italiano all’università del Cairo, in Egitto, per finire la propria carriera da preside di un istituto superiore a Roma. Autore di varie pubblicazioni, tra cui una Letteratura e civiltà europea, tuttora attuale, conferenziere, incantava l’uditorio col suo eloquio e la sua cultura, amato da colleghi e alunni, argomentava con acume e pacatezza…

Il fratello Tommaso divenne un funzionario della pubblica amministrazione, si sposò ed ebbe due figlie. Gerlando morì di malattia prima dei trent’anni. Le sorelle Maria, Vincenzina, Mariannina e Giuseppina si sposarono ed ebbero numerosi figli. Maria sposò Salvatore Bellanca, Vincenzina Francesco Sajeva, Mariannina Filippo Collura e Giuseppina Tommaso Cumbo.

Calogero, che sentì più degli altri dentro di sé la voce del Signore, divenne missionario e fu mandato prima in Birmania, durante la seconda guerra mondiale, e poi in Brasile, in una misteriosa e sperduta località il cui nome faceva già sognare: Porecatù.

Le zie io le ricordo grandi lavoratrici, mandare avanti botteghe alimentari, curare la campagna e amministrare la casa, mentre riuscivano a tenere in riga marito e figli…

In particolare la zia Giuseppina, la più vicina a mio padre per età, rimasta vedova giovanissima con tre bambini, era un vero ‘braccio di mare’. Seppe mandare avanti lavoro e famiglia nel migliore dei modi. In piedi fin dalle cinque del mattino, lavorava fino a tarda sera quasi senza pause, infaticabile… Nelle occasioni riuniva a casa sua il parentado, organizzando grandi tavolate. Tirò su tre figli maschi diventati da grandi altrettanti padri di famiglia. Il primo, Piero, funzionario alla Regione siciliana, il secondo, Gianni, ingegnere, e il terzo, Mario, medico.

La numerosa ‘tribù’ dei Gaziano, Bellanca, Sajeva, Collura, Cumbo, con ricca prole, nipoti e pronipoti, alcuni ancora ad Aragona, altri sparsi per l’Italia, si riuniva, alcuni anni fa, per iniziativa di un nipote che ora non c’è più, Alfonso Morreale, periodicamente ad Aragona in occasione del “Pompa day”. Questo era il soprannome (in siciliano ‘nciuria) dato alla famiglia Gaziano, che veniva comunemente chiamata Pompa per l’abitudine di …fare sempre le cose in grande. I discendenti, maschi o femmine indifferentemente, sono oggi professionalmente affermati nei campi più svariati, impegnati nel lavoro e nel sociale con risultati brillanti.  

Mio zio Calogero era nato il 3 marzo del 1914. Da bambino, era stato conquistato alla fede da Vincenzo Gandolfo, rettore della Chiesa del Carmine, un sacerdote di Aragona dalle grandi doti carismatiche e comunicative che aveva fatto tanto bene alla sua comunità. Ancor giovanissimo, studiò nel seminario di Ducenta (Caserta), passò gli anni del noviziato a Genova, frequentò il liceo a Monza e il corso teologico a Milano. 

Diventato missionario del PIME (pontificie missioni estere), nel 1936 fu ordinato presbitero e un mese dopo partì per Kengtung in Birmania (Asia sudorientale). Lì – oltre a portare il messaggio evangelico – si occupò dei malati di lebbra, ancora tristemente presente in quei luoghi. Era il 1940.Lo internarono, anche, in un campo di concentramento, solo perché italiano, senza alcun riguardo per l’alto valore della missione umana e religiosa che stava svolgendo.

Nel 1946, fu espulso e, dopo due anni trascorsi in Italia, a fine 1948 fu inviato a Porecatù, in Brasile, una località rurale poverissima situata nel sud, nello stato del Paranà. Nel ’49, su sua sollecitazione, venne incaricato dal vescovo Mons. Jacarezinho di fondare la parrocchia di Porecatù.

Oggi Porecatù èuna cittadina non priva di strade e case moderne. Una piazza porta il nome di Padre Calogero Gaziano, In prticolare ricorrenze, le sue spoglie vengono portate in processione come quelle di un santo.
Oggi Porecatù è una cittadina non priva di strade e case moderne. Una piazza porta il nome di Padre Calogero Gaziano. In particolari ricorrenze, le sue spoglie vengono portate in processione come quelle di un santo.

Geraldo Fernandes Bijos, vescovo di Londrina (sempre in Brasile), parlava così di Padre Calogero: “sempre allegro, povero e umile, infaticabile lavoratore, santo”. Monsignor Domenico De Gregorio, in un articolo pubblicato sul Settimanale della Diocesi di Agrigento “L’Amico del Popolo” il 16 novembre del 1975, in ricordo del missionario aragonese, stroncato da un infarto a soli 53 anni, il 4 gennaio 1967, riportava quello che era un giudizio comune, basato su testimonianze oculari ed esperienze personali: egli era per tutti “il santo di Porecatù”.       

Di Padre Calogero, Padre Piero Gheddo rilevava i cardini dell’azione evangelizzante in due poli: la scolarizzazione popolare e la promozione del laicato.

Padre Calogero osservava come, tanto in Myammar quanto in Brasile, avesse ricevuto le critiche dei ricchi latifondisti e delle autorità locali che non consideravano utile lo studio per dei contadini certamente destinati a restare tali. Ma l’esperienza evangelizzatrice dei missionari e delle missionarie, alla luce del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa, è stata sempre di avviso contrario a quella di chi lucrava sull’arretratezza e l’incultura delle masse popolari. Tant’è che nell’interno del Brasile, così come in Amazzonia, in Mato Grosso e in tante altre parti del mondo le prime scuole sono state costruite da missionari e missionarie cristiani.

Per Padre Calogero, infatti, prima della chiesa andava costruita la scuola perché, diceva: “senza la scuola la chiesa non serve”.

Per quanto riguardava la promozione del laicato, ne sosteneva l’importanza fondamentale: occorre responsabilizzare i laici nella parrocchia, “…al prete tocca il 10% e ai laici il restante 90%”. Dava, in effetti, molta libertà di iniziativa ai laici. Egli infatti animava, istruiva, pregava e poi li lasciava fare. Non tollerava, però, che ci fossero tra i suoi parrocchiani discordie, gelosie, invidie…e lavorava sempre per la pace.

Sereno, ottimista, di umore gioviale, sapeva creare gioia e armonia intorno a sé e, ovunque fosse, portava l’allegria.

Si adoperò molto anche a favore delle coppie, perché tornasse l’armonia nelle famiglie, riuscendo ad ottenere, a quanto dicono, risultati straordinari. Aveva trovato, infatti, al suo arrivo, molto disordine, separazioni, concubinaggio, poligamia, famiglie smembrate con grande sofferenza per i figli.

Il suo ricordo è tuttora molto vivo a Porecatù e svariate opere portano il suo nome, oltre ad una piazza nel centro della città. In soli 18 anni, infatti, era riuscito a trasformare un piccolo paesino nella città più importante della regione, ma per sé non teneva nulla.

Amava talmente la povertà che per seppellirlo bisognò usare gli indumenti dei confratelli, perché non ne possedeva di decenti”.

Ebbe in Padre Salvatore Cumbo, suo parente e missionario anch’egli, un grande collaboratore e amico.    

Altri due cugini Cumbo, Vincenzo, detto Vincenzino, e Salvatore, detto Totò, divennero sacerdoti salesiani e sono ancora ricordati, a distanza di tanti anni per la loro grande fede e per le opere di carità. Anch’io li ricordo per la grande carica umana, la simpatia e l’ottimismo incrollabile. Sul loro volto regnava sempre il sorriso della fede. Ebbi la soddisfazione di essere sposata in chiesa a Palermo, dallo zio Vincenzino.

Da piccola, abitavo con la mia famiglia a Palermo – cioè con mio padre Vincenzo, fratello di Calogero, la mamma Chiara e le due sorelline Mietta e Mirella – in un grande appartamento a piano terra su due piani con scala interna. Era pure dotato di un cortiletto interno e di un piccolo giardino, per accedere al quale, però, bisognava calarsi da una finestra, oppure uscire fuori dal palazzo ed entrarvi poi da un cancelletto. Naturalmente la prima opzione per noi era la più comune e mia mamma, allora giovanissima, ci calava ad una ad una dalla finestra per farci giocare in giardino. Eravamo piuttosto monelle e non doveva essere facile per i miei ‘combattere’ con noi.

Mia mamma era un’ottima compagna di giochi, ci parlava di tante cose, ci raccontava storie, fiabe, dei viaggi che avrebbe voluto fare, ma ci parlava anche dei parenti, sia dei suoi, sia di quelli di mio padre. Restavo colpita, in particolare, quando mi diceva che lo zio Calogero si trovava in Brasile, in un paese lontano, dall’altra parte dell’oceano. Mi diceva delle opere straordinarie che aveva compiuto a Porecatù, dove quasi dal niente, in gran parte grazie a lui, era sorta una città con strade, palazzi, scuole, ospedali, chiese…Ma come aveva fatto, da solo e senza mezzi?

La sua fede profonda, accompagnata da una energia straordinaria, lo avevano portato a viaggiare instancabilmente per tutto il paese, chiedendo aiuti e risorse a destra e a manca. Riusciva ad ottenere aiuti e finanziamenti da ricchi benefattori, imprenditori, politici… Insomma compiva dei veri miracoli. Lo accompagnava la povertà personale. Padre Calogero si privava anche del necessario, degli indumenti, ma per gli amati abitanti di Porecatù si batté, come sappiamo, fino alla morte e, proprio per questo, fu stroncato da un infarto a soli 53 anni.

Il suo amore è stato pienamente ricambiato e ancor oggi il suo ricordo è così vivo tra la popolazione di Porecatù che periodicamente i suoi abitanti organizzano manifestazioni e incontri per tenerne sempre viva la memoria. Tanti di loro parlano dei miracoli che padre Calogero ha compiuto in abbondanza e dei frutti di amore che tuttora possono raccogliere.

Ogni tanto gli scrivevamo delle lettere e una volta mia mamma volle aggiungervi anche un raccontino che io avevo scritto su ispirazione di una rappresentazione classica al teatro greco di Siracusa cui avevo assistito con la mia famiglia: la tragedia di Euripide “Ippolito”. Lo avevo intitolato “Ippolito e i tre gatti”. Quando rispose mio zio si ricordò anche di me, aveva apprezzato il mio racconto e mi incoraggiava a continuare a scrivere.

Passò del tempo e, un giorno, ricordo mia mamma mi disse che lo zio Calogero sarebbe tornato in Sicilia e lo avremmo potuto conoscere di persona.

A quell’epoca i viaggi tra Europa e America avvenivano prevalentemente via mare, ci volevano parecchi giorni e per chi viaggiava in terza classe erano tutt’altro che crociere.

Quando arrivò al porto di Palermo, mio zio sembrava forse più un cow boy che un sacerdote. A causa del cappellaccio, della lunga barba e della tunica priva di bottoni, il suo aspetto aveva destato un profondo stupore tra il parentado aragonese e in particolare tra le donne, che non tardarono a rimediare cucendogli personalmente il guardaroba.

Durante il suo breve soggiorno tra Palermo e Aragona, accaddero tante cose degne di menzione.

Intanto quelle belle: la mia prima comunione con la partecipazione di mio zio, poi, di pomeriggio, la festa nella nostra casa nuova di Palermo.

Lì, tra gli invitati, era presente anche la famiglia romana di un noto professore universitario ateo e comunista, però colto, simpatico e gentile. Le nostre famiglie erano molto amiche tra loro, nonostante le differenti idee politiche e religiose, mentre i loro figli, tre maschi, erano i nostri abituali compagni di giochi.

Ricordo come fosse ieri, l’accoglienza di padre Calogero nei confronti del professore, il suo abbraccio e la sua sincera e affettuosa spontaneità.        

Un’altra cosa che non dimenticherò mai fu il loro regalo. Tra tanti orecchini, braccialetti, libri e giochi che avevo ricevuto in dono, dal professore di sinistra ebbi, invece, una bibbia, anzi La bibbia del bambino, che mi piacque moltissimo e che ancora conservo.

Quei giorni furono densi di avvenimenti che non avrei più dimenticato. Un evento doloroso colpì la nostra famiglia. Il mio nonno materno, Giulio Calamida, già in condizioni di salute precarie, improvvisamente morì. Ebbe, però, prima di tornare alla casa del Padre, il conforto dell’estrema unzione, proprio dallo zio missionario. Mio nonno era stato una persona meravigliosa: colonnello in pensione, aveva combattuto nella prima guerra mondiale, svolgendo vari compiti tra cui quello di gestire il vettovagliamento, il cibo per i soldati e far funzionare la cosiddetta sussistenza.

Anche papà di mia mamma era una persona di grandi principi e valori. Si occupava personalmente dell’assistenza ai poveri, facendo giungere loro cesti pieni di alimenti in maniera anonima e, certamente, senza secondi fini. Viveva con la moglie, la mia cara nonna Concetta in semplicità, senza lussi di alcun tipo, ma con grande dignità. Avendo contratto varie patologie in guerra, negli ultimi anni perse completamente la vista, ma ricordo come fino all’ultimo non smettesse di occuparsi delle cose da sbrigare e scrivesse tante lettere fino a sera tarda ad amici e parenti.

Colto, raffinato e sensibile, era stato con le figlie un papà affettuoso e comprensivo. Con noi nipoti un nonno adorabile.

Provai un dolore immenso e per la prima volta in vita mia scoprii il senso della morte e il vuoto incolmabile che lascia nei nostri cuori. Era un giorno di febbraio. Il grigiore e il freddo che mi avvolgevano descrivevano perfettamente all’esterno quel che provavo dentro di me. Un’angoscia assoluta al funerale, un silenzio, un’assenza: era impossibile anche solo pensare che il mio amato nonno fosse stato rinchiuso in una bara e posto in un sepolcro al cimitero. Avvertivo il distacco definitivo da chi era stato per me così importante, così caro. Non potevo accettarlo, come del resto non l’ho mai accettato.      

Nei giorni successivi, però, andammo ad Aragona con mio zio Calogero. Rivedere le zie, i cugini, i parenti fu di grande aiuto e mi permise di allontanare la tristezza. La presenza di Padre Calogero fu anch’essa un conforto.

Voglio raccontare a questo punto un episodio che accadde mentre eravamo dalla zia Giuseppina, che era quella che solitamente ci ospitava a casa sua. Mi trovavo in una stanza con lo zio e ad un tratto gli dissi, con tono deciso, come sono soliti fare i bambini: “da grande farò la giornalista”. Lo zio Calogero rimase un po’ soprappensiero e mi disse: no. Rimase un altro po’ a pensare, poi mi disse: ah, sì.

Trascorso tanto tempo da allora, credo di capire il senso di queste risposte contrastanti perché, in effetti, io, da grande, per tanti anni ho insegnato lettere a scuola e solo una volta in pensione mi sono dedicata al giornalismo con mio marito Germano, che invece il giornalista lo ha fatto da sempre. Ma la cosa che più mi impressiona oggi, e non allora – perché avevo solo dieci anni e non ci feci neppure caso – è il fatto che lo zio Calogero sembrava poter leggere nel futuro, anche quello più lontano.

I giorni passarono e venne il momento dell’addio. Sì, addio e non commiato perché non lo avrei più rivisto. Lo salutammo al porto di Palermo. Ad attenderlo c’era quello che per tutti era ancora il ‘vapore di Napoli’. Anche se andava a motore da già da molto tempo. Poi lo zio avrebbe continuato il lungo viaggio per il Brasile con un transatlantico. Partivano ancora …i  bastimenti.

Scomodo viaggio in terza classe, quella dei poveri per intenderci. In una grande camerata con i letti a castello, senza oblò e con poca luce. Immagino, però, che il suo sarà stato comunque un viaggio meraviglioso, perché avrà portato nel cuore tanti ricordi della sua terra natia, mentre andava verso il nuovo mondo, la sua nuova patria, i suoi nuovi affetti.

Da allora trascorsero sette anni, pochi all’apparenza, tutta una vita per me che nel frattempo ero cresciuta. Con i miei avevo lasciato l’Italia per trasferirmi a Madrid, dove avevo completato gli studi del liceo per poi tornare di nuovo a Palermo, in quella bella casa nuova che avevamo lasciato troppo presto senza neppure potercela godere. Una cosa assurda, incredibile per tutto il parentado, ma non per noi che, animati da spirito di avventura e desiderio di conoscere il mondo, non ne avevamo certo fatto un dramma.

Ma proprio in quella casa, in cui avevo vissuto poco, ma anche alcuni dei giorni più indimenticabili della mia giovane esistenza, una triste sera di gennaio vidi, nel salone che passeggiava, silenzioso mio padre, gli andai incontro e gli chiesi se era successo qualcosa di brutto e lui mi rispose che lo zio Calogero, suo fratello, era morto nel lontano Brasile stroncato da un infarto.

Il dolore per la sua scomparsa era aggravato dal fatto che ne attendevamo il ritorno dopo pochi mesi e lo avremmo presto riabbracciato. Solo pochi mesi. Ma la vita a volte è così, ti travolge senza darti neppure il tempo di pensare, di capire. Però non ero più una bambina. Pur soffrendo, riuscivo ad accettare la morte delle persone care e sapevo che dobbiamo ricordarle sempre da vive, nei momenti gioiosi, perché nel nostro cuore sappiamo che l’amore non muore mai, non finisce mai.     

Quanti ricordi! Questo è il mio piccolo contributo alla storia di mio zio Calogero: la storia dello zio santo in controluce con quella familiare, piena per me di lontani momenti felici… Lo zio Calogero ha dato e ricevuto un affetto immenso dalle persone più svariate, sparse in più angoli della terra. Della sua vita e dei suoi incontri mi piacerebbe saperne di più, perché tante persone hanno testimoniato i miracoli che hanno, poi, ricevuto per mezzo di lui. Ma, ai fini del racconto, credo che non cambi molto, perché le sue opere parlano da sole: quel che resta è l’immenso dono d’amore che egli ha profuso a piene mani mettendosi sulle orme di Gesù.  

Lydia Gaziano

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