PeerGynTrip al teatro “TOR BELLA MONACA” di Roma Prima di tutto: Viva il teatro! Ma soprattutto: Viva il teatro in periferia!

Certamente: viva il teatro in periferia; è la periferia che ha bisogno di cultura, di riflessione, non il centro che ne è contornato e dove la riflessione è quasi consequenziale ad essa, un binomio, meglio dire una co-sostanza che appare senza quasi che sia necessario ricorrervi.

Ma ancor di più necessaria è la cultura in periferia alla luce di questa epoca fatta di talkshows, dove arrabbiati, emotivi, e pretendenti esperti, trattano di tutto, spesso ponendo al pubblico argomenti che, per il modo in cui vengono proposti, escludono per principio la dialettica come metodo di indagine, ma al contrario dell’indagine, vogliono indirizzare il pubblico a schierarsi or per l’una or per la parte presuntamente avversa, nascondendo ai meno preparati, l’inganno, la trappola logica dell’argomentazione.

Per inciso ed a proposito di quanto sia faziosa l’attività dei giornalisti odierni, si segua la polemica scatenata dai quesiti sulla natura della donna del prof. Alessandro Barbero concessa al quotidiano “La stampa”, per altro ampiamente sconfessata da altre donne, che, confidando in quel metodo della dialettica che prima dissi, hanno accettato l’interrogativo; chi volesse seguire la questione può farlo ma deve essere sicuro di possedere tutta la filiera dei documenti sul tema.

 Sarebbe opportuno leggere a tal proposito un interessante libro di Richard Davies “Le fonti dell’argomentazione” edito da Dino Audino; ma qui, nel nostro articolo, non c’è spazio tematico per discuterne.

Valga un confronto che potrebbe essere utile:

Dio si rivolge ai poveri di spirito, ai derelitti, non agli eletti.

La cultura si rivolge alle periferie che ne hanno sete e dove l’acqua vivificante manca.

Quest’acqua vivifica a Scampia (Napoli) è sgorgata: il liceo Elsa Morante, un ospedale e prossimamente una sezione dell’Università Federico II.

Karin figlia adolescente di Töre, nella tragedia “La fontana della vergine” film di Ingmar Bergam del 1960, giace adagiata sulla terra oramai senza vita; porta i segni delle violenze subite; afflitto, il padre, le solleva la testa; improvvisamente, uno zampillo d’acqua, fiotta dalla terra; <<qui costruirò una chiesa>> queste le ultime parole di lui.

Il quotidiano “Corriere della sera” sez.ne “cronaca di Roma” pag.5 del 29 ott. 2021 titolava: “Torbella, Sgarbi pronto per la cultura. <<Porterò Moni Ovadia e il teatro rom>>  e nell’articolo, dichiarava: <<…Il mio divertimento è mettere insieme gli opposti, cercare di trovare un’umanità comune>>.

Ma c’è anche un altro pericolo incombente cui, in qualche modo, dovremo porre rimedio.

Monsignor Gianfranco Ravasi in una intervista sul settimanale “7” del Corriere della Sera del 29.10.2021 afferma: <<…Noi viviamo in un tempo in cui purtroppo non c’è più il grande ateismo né la grande profezia…La nostra è l’epoca in cui dominano indifferenza, superficialità, banalità. Il suo colore è grigio>>.

Del resto il linguista Tullio De Mauro affermava in una intervista del 2016:

<<Il 70% degli italiani non capisce quello che legge>> (analfabetismo strumentale e analfabetismo funzionale).

Siamo di fronte ad una gigantesca catastrofe culturale, dalla quale sarà, a giudizio di chi scrive, quasi impossibile riprendersi e dalle cui macerie, purtroppo, sorgerà una casta eletta di dotti che non avrà alcuno strumento di comunicazione con quel “70%” a cui manca il sistema di analisi-sintesi-conseguenza; sarà preda facile degli slogans che, agendo impulsivamente sullo strato profondo dell’animo, stimolerà solamente quello che viene chiamato “riflesso condizionato di Pavlov”.

Ecco perché è necessario il viaggio (trip) di Peer Gynt nell’adattamento del regista Stefano Sabelli.

Lo è non solo perché funziona da operazione di inculturazione portata in periferia, ma perché risulta un “viaggio odierno di Peer Gynt”.

Ovvero: come il personaggio Peer Gynt si muove nel secolo XXI, quali istanze porta, a chi potrebbe essere rivolto, chi potrebbe e come salvare dal piattume intellettuale?

Il “Peer Gynt” è una opera di Ibsen (1828-1906) che non ha somiglianza con altre opere sue o di altri.

Ibsen vive i 3/4 di un secolo ove effettivamente si può dire, accade di tutto.

Dal punto di vista sociale: industrializzazioni pesanti, lotte di indipendentismo di paesi che vogliono riconosciute le loro nazionalità, l’apparire sulla scena di classi sociali assenti nel passato, la Germania che diventa nazione nel 1867.

Dal punto di vista culturale: il passaggio dalla letteratura dello Sturm und Drank e dell’eroismo, alla nuova concezione romantica  del classicismo che, della tragedia greca, assume la volitività dell’individuo passionale volto a superare i limiti della normativa esterna, fino al positivismo,  fiducioso che la scienza avrebbe guarito le piaghe del mondo, il sorgere di una letteratura politica e relativa saggistica (Marx per esempio) ed il coevo filone della letteratura pedagogico-didattica, fino al decadentismo che denuncia la falsa morale della classe borghese e l’arte dello scandalo alla maniera di Oscar Wilde, ma anche i primi scricchiolii della fede nella religione già abbondantemente messa in crisi dalla ragione di matrice franco-rivoluzionaria .

Dal punto di vista dell’arte figurativa: il preraffaellitismo della inglese Pre-Raphaelite Brotherhood , la nascita del surrealismo che a fronte dell’asfissia di una etica borghese di vita, propone, come rimedio ai tormenti dell’anima, un sogno, una anestesia immaginifica tale da esprimere emozioni e non ragionamenti, ma anche il divisionismo che, caleidoscopicamente, suddivide l’immagine che ormai ha abbandonato la vecchia pennellata continua e il puntinismo, dove i colori non si impastano, ma mantengono le loro individualità dalla cui sommatoria risulta l’immagine .

E’ proprio in questo clima che il norvegese nasce e lavora.

Il “Peer Gynt” è un unicum nell’intera opera di Ibsen.

Paolo Chiarini nella introduzione a “Tutto il teatro di Ibsen” Newton Compton editore 1973 si chiedeva:

<<…Assomiglia davvero la sua opera, oggi, ad un monumento compatto e massiccio, ma isolato, a un oggetto “impraticabile” che non ci concerne più?…>>.

Interrogativo acuto.

Ci interessa e come, risponde chi scrive!

Primo, perché se dovessimo assistere ad una rappresentazione teatrale di una delle sue opere, potremmo scoprire anche nei testi giovanili che si occupano del passato storico norvegese, l’irrequietezza romantica dell’animo ottocentesco ibseniano e seguire il percorso evolutivo della sua arte drammatica e, conseguenzialmente e didatticamente, aggiungere un tassello del nostro passato storico,  poiché ciò che siamo oggi è quello che ieri fummo.

Secondo, perché anche ammettendo che le motivazioni che animano i personaggi e le storie dell’opera di Ibsen appartengono ad un passato che certamente non è il nostro, viene da chiedersi se il “corpus” ibseniano esprima valori che prescindono dalla contingenza storica e che per questa ragione assumono la valenza di concetti universali propri dell’essere umano (turbolenze, conflitti interiori, aspettative proprie del singolo quando si raffronta con l’etica prevalente) soprattutto nel rapporto esterno-interno che dilania l’uomo e che oggi parrebbe avere soluzione in un individualismo assoluto e soggettivistico, acme della considerazione del “se” che però, posto in questo assolutismo, apre al problema della impossibilità comunicativa, generando un solipsismo che, quando viene collettivizzato, propaganda edonismo: festa delle feste in un tempo sospeso in assenza di storia.

Si aprano gli occhi! La storia ci sta chiamando!

Dunque: Ibsen, drammaturgo dell’ottocento romantico.

Affidiamoci alle parole del drammaturgo stesso per comprendere quel conflitto interiore esterno-interno di cui si disse:

<<la contrapposizione fra capacità e desiderio, fra volontà e possibilità, la tragedia e nello stesso tempo la commedia dell’umanità e dell’individuo>>.

In nuce il conflitto interiore che poi esploderà in “Hedda Gabler” del 1890, Ibsen già lo dimostra quando, nei “Guerrieri di Helgeland” dramma scandinavo del 1858, fa dire a Hjordis figlia di Ornulf:

<<…è duro morire ma talvolta è ancor più duro vivere…>>.

Hjordis e Hedda sono due donne; ma mentre nella prima alita ancora una eco flebile del phatos eroico di Friedrich Schiller sotto la guida del romanticismo ibseniano, tutto incentrato sulla tensione dell’individuo verso la storia, in Hedda, la storia come movimento dello Spirito, non trova posto; Hedda è pienamente consapevole del periodo in cui vive e la sua battaglia si combatte sul conflitto tra il “se” e le convezioni etiche.

Hjordis è personaggio funzionale alla storia, Hedda è il personaggio che la storia vuole fare; la tribolazione interiore fra volontà e possibilità ora, in “Hedda Gabler”, assume una valenza sociale, non più confinata nell’ambito interiore del personaggio, ma espressione di una nuova soggettività specifica in una società viziata di etica dei costumi.

Ritorniamo al Peer Gynt.

Si disse che è un’opera assolutamente a se stante; dal punto di vista puramente estetico, risulta quasi come il bosco sacro di Bomarzo oppure come le opere di Gaudì. Semplice dedurre che la fantasticheria ibseniana che lo ha creato, non trova posto nel totale delle sue opere.

Si certo non trova posto come soggettistica ma non come tematica, soprattutto se si considera che fu scritto ad un anno di distanza del “Brand” e dopo il “Brand”.

Ora o Ibsen è uno schizofrenico oppure una qualche esigenza di porre ancor più in risalto la pervasività dell’esterno sull’interno doveva suggerirgli un personaggio come Peer Gynt.

Basterebbe dare una occhiata al “Brand”, ove l’ascetismo e la conseguente morale del pastore protestante, costruiscono un dramma  ove tutto viene sacrificato in nome di un fine teleologico religioso che neppure lui riesce pienamente a raggiungere.

Di contro gli si pone il “Peer Gynt” che, pur dimostrando il valore del “se” incontenibile e presente come aspirazione (sebbene un “se” completamente avulso dalla da ogni possibilità di esistere) fallirà il suo obiettivo. 

Si potrebbe pensare di accostare il “Peer Gynt” di Ibsen al “Candido” di Voltaire.

L’idea è accattivante ma non tiene conto che il personaggio-Candido ed il personaggio-Peer Gynt, vivono le loro esperienze in ambiti ed atmosfere culturali completamente diverse.

Il primo tutto impregnato di illuminismo, viaggia e scopre popoli e usanze fino allora sconosciuti aggiungendo voci all’enciclopedismo di Diderot, meravigliato dal “buon selvaggio” che, nelle mani di Rousseau diverrà mito dell’incontaminazione della natura; vuole sperimentare l’idea della fratellanza ispirata ai principi di uguaglianza e libertà che sotto il manto protettore della ragione, coesistono; con ottimismo si inoltra in mille avventure fantastiche e fantasmagoriche; non ne esce con quella agognata speranza della felicità eterna cara al secolo dei lumi, ma mantiene sempre vivo il senso della aspettazione fiduciosa del futuro. 

Il secondo, scritto ben 100 anni più tardi, non presenta alcun sotteso messaggio riconducibile a valori ideologici, anzi può ben essere considerato come il viaggio di un personaggio che, in un’epoca dominata dalle rigide caratteristiche storico-sociali ben disegnate nell’opera quasi coeva di Ibsen “Brand” (Brand 1866, Peer Gynt 1867), sperimenta la possibilità di essere se stesso, inconsistente, vagabondo, privo di orizzonti con tutti gli interrogativi che una operazione del genere può suscitare, quando, fuori dall’etica ottocentesca, l’animo si chiede se possa espungere da se ogni aspirazione interiore, quasi una crisi asmatica scatenata dal confronto tra esterno ed interno, confronto che sfocerà poi nell’altra opera ibseniana “Hedda Gabler” (1890) proto esempio della figura femminile Andreas-Salomé Lou .

Se il “Peer Gynt” di Ibsen risulta una immaginifica chimera propulsa dal desiderio di liberazione dai lacci etico-sociali a tal punto inconcepibile all’epoca della sua prima rappresentazione che valse all’autore la derisione del pubblico, il “Peer Gyntrip” di Sabelli, che ben potrebbe essere definito “viaggio con variazioni di Peer Gynt”, accentuando la posizione ludica quasi onirica della vita, ripropone l’eterno problema mai risolto dell’animo umano sempre torturato fra l’io interiore e i vincoli esterni.

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PEER GYNTRIP

tratto da Herik Ibsen

adattamento e regia Stefano Sabelli

con Eva Sabelli, Gianantonio Martinoni, Bianca Mastromonaco, Matteo Palazzo, Fabrizio Russo

musiche dal vivo Piermarino Spina

scene Francesco Fassone

costumi Martina Eschini

luci Michele Mascia

macchinista Michelangelo Tomaro

Testo e foto di Fabio Massimo Tombolini (redazione romana “Palermo parla”)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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