C’è un regista, Pino Mercanti (Giuseppe all’anagrafe), nato a Palermo il 16 febbraio del 1911 e morto a Roma il 3 settembre del 1986, di cui pochi conoscono l’esistenza, anche tra i suoi concittadini, sebbene la sua cospicua produzione cinematografica, iniziata negli anni trenta e proseguita fino al 1970, abbia attraversato un quarantennio di storia del cinema italiano e, molti dei suoi film, spettacolari e di intrattenimento, abbiano avuto un notevole successo di pubblico, a differenza dei capolavori del neorealismo, che sono entrati nella storia del cinema.
Pochissimi anche gli scritti che gli furono dedicati. A colmare questo vuoto, restituendo “a Cesare quel che è di Cesare”, ci ha pensato Nino Genovese, il più serio e competente fra gli studiosi di cinema di casa nostra, che a quattro mani col figlio Mauro, ha di recente pubblicato, per i tipi di Algra Editore, una casa editrice catanese molto attenta a ciò che di interessante si produce dalle nostre parti, un prezioso volumetto di 270 pagine dal promettente titolo: “PINO MERCANTI – Un regista siciliano tra realtà e utopia”, che fa piena luce, nel bene e nel male, sul cineasta palermitano.
Presentato per la prima volta a Taormina, ai margini del recente Tao FilmFest, l’evento ha avuto luogo nella neonata Casa del Cinema, una funzionale e moderna struttura che – come promette Ninni Panzera, Segretario della Fondazione Taormina Arte Sicilia – rimarrà aperta tutto l’anno per ospitare mostre, conferenze ed altre attività culturali.
A introdurre il libro, l’infaticabile Milena Privitera, da anni preziosa interlocutrice, puntuale e precisa, dei giornalisti presenti al Festival, la quale ha sottolineato innanzi tutto, l’importanza della splendida prefazione di Gian Piero Brunetta, il maggiore tra gli storici italiani di cinema, che mette nella giusta luce, il lavoro cui da anni Nino Genovese si dedica: “ Monografie, curatele e saggi sempre più maturi…, tappe della ricerca storico-critica sul cinema siciliano e sulle sue connessioni con la letteratura, il teatro, la storia locale e la storia nazionale.” E ne rivendica l’appartenenza a una generazione di studiosi cinematografici che “senza guide e maestri particolari, spinti da una passione disinteressata che non è mai venuta meno nel tempo, ha contribuito a far luce… su personaggi e fenomeni culturali specificatamente legati alla Sicilia”. E fra i tanti argomenti da lui trattati, cita la storia della Rassegna cinematografica di Messina e Taormina e la sua “esemplare ricostruzione de L’orfanella di Messina, un film del 1909 ritrovato di recente, che ha come sfondo il terremoto dell’anno precedente” dal quale fa emergere “il senso del dolore reale della tragedia” ma anche “i suoni, gli odori, le voci dell’atmosfera natalizia in cui è avvenuta”.
Dopo queste intriganti premesse, si entra nel vivo della presentazione ed è Nino Genovese a parlare della genesi del suo lavoro e delle certosine ricerche che ha comportato. Inevitabile, prima di entrare in medias res la citazione de Il ritorno di Cagliostro il film del 2003, diretto da Daniele Ciprì e Franco Maresco nel quale, usando nomi differenti, si fa riferimento ad un regista, Pino Grisanti, di cui si cita, come cavallo di battaglia, “Gli invincibili Beati Paoli,…dal famoso romanzo di Luigi Natoli” affermando – complici le autoironiche dichiarazioni dei critici Gregorio Napoli, Tatti Sanguineti, e Maurizio Laudicina, e facendo riferimento ad una scena del suo film, inventata di sana pianta come la pagina di una rivista che lo denigra – la totale insipienza di Grisanti come regista.
E’ ben nota d’altronde, la tendenza del duo registico palermitano, allora al culmine del successo, a metter tutto in satira feroce e beffarda parodia e fu Mercanti allora a farne le spese. Altro invece è l’approccio al personaggio di Genovese che, lungi dal farne il panegirico, passando “dalla denigrazione all’agiografia”, vuol solo restituirgli il posto che merita, partendo dalla “realtà” – dai film cioè che ha veramente realizzato – per arrivare, come recita il sottotitolo, all’ “utopia”, al sogno di un cinema interamente prodotto in Sicilia e ispirato ai nostri grandi classici, in primo luogo Verga e Pirandello. Un sogno al quale contribuì personalmente con progetti come I Malavoglia, e film come Malacarne/Turi della Tonnara, e perché no?, I Beati Paoli. Dall’analisi dei suoi film (14 secondo il “Filmlexicon”, 18 per il “Dizionario SugarCo”, 22 secondo una testimonianza epistolare) si deduce infatti che sono opera di un autentico e raffinato “artigiano del cinema” che conosceva bene il suo mestiere.
Ma il fallimento dell’avventura produttiva in terra siciliana, da realizzarsi attraverso la sua l’O.F.S. (Organizzazione Filmistica Siciliana), nelle memorie scritte da lui nel 1979 e inviate al giornalista Manlio Graziano, lo attribuisce al carattere del siciliano, che è “un’isola nell’isola” afflitto da un endemico individualismo che lo spinge ad “essere, o voler essere, un Don”. Mentre, come è stato detto prima, i suoi film, decisamente “commerciali” seppero cogliere i gusti del pubblico, affrontarono i generi, dal “cappa e spada” al “sentimentale”, dallo “storico” al “musicarello”, dal “western” allo “spionistico”, regalando, con il successo di pubblico, una boccata d’ossigeno al cinema “di qualità”. Mi si consenta a questo punto una parentesi che riguarda Gregorio Napoli, necessaria, dato quello che scrive lo stesso Nino Genovese che di lui fu amico ed estimatore ricambiato, che dopo aver “scherzato” con Ciprì e Maresco, dedicò grande interesse ed attenzione al cinema di Pino Mercanti, contattò i familiari, conobbe Nila Noto, una studiosa sua estimatrice, e si prodigò, assieme alla sottoscritta, affinché la città gli dedicasse una strada, anche un angolo remoto, per il ruolo non indifferente che ebbe nel cinema del suo tempo.
Fu tutto vano, le vie della Toponomastica sono insondabili, e alquanto misteriose. Ma torniamo alla storia di Mercanti, come ce la racconta il libro dei Genovese. Tutta la parte della sua produzione cinematografica, dedicata al “genere”, Mercanti, lasciata la Sicilia, la realizzò a Roma, prodotta per lo più dalla “Romana Film” del conterraneo Fortunato Misiano. Il libro divide i film per genere, dedicando a ciascuno lo spazio che merita, contestualizzandoli coi necessari riferimenti al cinema contemporaneo, specie americano. E chiude con gli ultimi due: Cifrato speciale, un film di spionaggio del 1966, e The underground/ Il clandestino, un gangster movie del 1970, sui quali scrive un intero capitolo.
Nel prosieguo il saggio di Mauro e Nino Genovese, apre orizzonti sempre più vasti, è curato nei minimi dettagli. Un capitolo riguarda l’attività documentaristica, il successivo “Pino Mercanti e…”, contiene un’accurata biografia di tutti coloro che si interessarono al regista. Tra loro Francesco Alliata, con la sua Panaria Film, lo scenografo e costumista Gino Morici, che lavorò a molti dei suoi film, l’attore icona Otello Toso che ne interpretò tanti, ed anche l’amico Gregorio Napoli.
Un altro ancora riguarda i progetti non realizzati, dal quale scaturiscono le conclusioni: Mercanti è “Un “vinto” che sognò il cinema in Sicilia”. Segue la filmografia completa, con le schede filmografiche, opera per opera, dettagliate e in sintesi, inclusi i giudizi della critica. E si chiude in bellezza, con una straordinaria sorpresa. Genovese va alla ricerca della già citata Nila Noto, un’insegnante con la passione per la poesia, la narrativa, e il cinema, in particolare quello siciliano. che aveva stretto solidi rapporti con Mercanti, che apprezzava molto. Apprende dal figlio che, prima della sua scomparsa, la studiosa aveva disposto la creazione del Fondo Nila Noto, una serie di documenti inediti, fra cui quelli che riguardavano il regista palermitano, che vennero accolti nell’Archivio Storico del Museo Nazionale del Cinema di Torino, diretto allora dalla mitica Maria Adriana Prolo.
Tocca a Mauro Genovese consultare l’Archivio, ricavandone preziosi reperti fotografici, manifesti di film, perfino documenti, i più incredibili e disparati, tutto materiale inedito che, raccolto nella preziosa “Appendice Fotografica”, ci restituisce, oltre al senso di un percorso umano e professionale, il sapore di un’epoca, il respiro di un mondo non poi così lontano, ma assai diverso da quello in cui viviamo. Redatto con la testa e con il cuore, cos’altro attendersi da un saggio critico?
Eliana L. Napoli
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Nota
La produzione di Pino Mercanti fu abbondantissima. Diresse Alain Delon (Il vendicatore) e Vittorio Gassman (I fuorilegge), un western all’italiana (Tre dollari di piombo). Di lui si ricorda spesso Malacarne con Otello Toso del 1946.
Nota 2
Otello Toso (1914 – 1966) fu un divo dell’immediato dopoguerra del teatro del cinema e della Tv. Fece sognare gli italiani della ricostruzione (per questo l’autrice dell’articolo lo definisce …attore icona). A soli 20anni – spesso con i toni da uomo fatale alla H. Bogart e gli immancabili baffetti alla D. Niven – bucò il grande schermo e iniziò a legare il proprio nome ai divi italiani dei tempi: Clara Calamai, Andrea Checchi, Alida Valli, Elli Parvo, ed a due futuri “registi di grido” come Pietro Germi e Luigi Zampa.
(G. Sc.)








