“Riccardo III L’avversario” in prima al Palladium di Roma

Una scena del Riccardo III in programmazione a Roma

Questo lavoro teatrale ha aperto una valanga di interrogativi. Ben vengano; è la funzione del teatro!

<<…Ceterum censeo Carthaginem delendam esse..>> (ceterum=per altro, censeo=ritengo,  Carthaginem delendam esse=che Cartagine deve essere distrutta).

Queste le parole di Marco Porcio Catone a riguardo dei destini di Cartagine, ulteriormente commentate dallo storico Brian H. Warmington che scrive in “Storia di Cartagine”: ”Tutti i discorsi da lui pronunciati in Senato, qualunque ne fosse l’argomento, si chiudevano con le famose parole…(vedi sopra)”.

Naturalmente non tutti erano della sua opinione e probabilmente senza giungere alla soluzione radicale, qualche accordo poteva essere fatto, risparmiando ai cartaginesi, immani lutti e violenze ed ai romani, astronomici indebitamenti.

“…Carthaginem delendam esse”.

Così disse Marco Porcio Catone! E così fu.

[La Storia non è così semplice come a noi fa piacere che sia e ingannevolmente appare e, tra le pieghe, spessissimo cela i motivi per i quali, giungono a noi i fatti, così come li conosciamo, senza però che questi fatti siano glossati e con tali glosse ci rendano conto del come, quando e perché, in tal modo noi li conosciamo].

La storia, quanto a determinatezza, non scherza; non scherzava nel passato e non scherza nel presente qualunque possano essere le conseguenze, qualunque!

I servizi segreti britannici hanno secretato fino al 2055 i loro rapporti con gli omologhi tedeschi per il periodo della II guerra mondiale per lo meno a riguardo dell’Ammiraglio Canaris, capo di uno dei due servizi segreti tedeschi (l’altro era affidato all’SS Reinhard Tristan Eugen Heydrich).

Canaris, integerrimo nel suo servizio militare, pur leale servitore della Patria, con l’acume e la rettitudine di chi i disastri vuole evitare, tentò approcci con gli alleati, scoperti i quali, venne assassinato, dopo tortura, con una corda di pianoforte.

Sarebbe stato più logico che, soprattutto dopo l’eliminazione di Heydrich, portata a segno dai servizi segreti britannici nel 1942 con l’operazione “Anthropoid”, si fosse supportato Canaris per l’eliminazione di Hitler e la conseguente apertura di trattative.

Ma non fu così. Quali i motivi? Noi conosciamo solo il disastro universale seguente, quello si, ma non tutte le vicende.

Senza dubbi, si decise di non intervenire ben consci che, così facendo, la guerra sarebbe continuata con i ben noti disastri umani.

La famigerata banda della Magliana” a Roma, finì per auto estinzione: si uccisero l’un l’altro dopo aver imperversato, con lucidissima tecnica criminale, priva di scrupoli nel perseguire i loro fini, senza esitazioni o ripensamenti.

La logica dei tre episodi è semplice: in ogni caso una azione a meno di non ritorcersi contro, nell’immediato, deve essere portata a termine con lucidità programmatica, senza che subisca rettifiche in corso d’opera, salvo quelle necessarie al miglior raggiungimento del fine.

Non è la prima volta che, chi scrive, s’affida al pensiero di Hannah Arendt nella sua “Banalità del male”, incapace di ragionare su fatti di così elevata tragica catastroficità.

Carlo Jean, consigliere scientifico della rivista “Limes”, in un articolo sulla medesima del gennaio del 2020, scrive: “…quando è in atto una guerra se ne può imporre una fine o una tregua. Non lo si può fare con la semplice maledizione della guerra…”.

Il ricorso all’uso della violenza non soggiace a criteri di moralità; il fine e solo il fine conta!

RICCARDO III

(dei Plantageneti duca di Gloucester detto “croockback”)

Una certezza abbiamo: qualsivoglia esito avessero avuto i duelli fra i due rami della stessa dinastia, nessun povero diavolo che avesse vissuto in una misera, sporca spelonca, ne sarebbe mai stato avvantaggiato.

Solo in seguito molti anni dopo, il povero diavolo (sarebbe stato sempre povero) ma un po’ meno diavolo grazie alle riforme dei discendenti dei Plantageneti che, con molto acume imprenditoriale, lo avevano elevato da schiavo a servente di un modesto embrione di quella che poi fu la potentissima classe media commerciale, britannica perfettamente raccordata al sistema amministrativo-burocratico, divenne, per l’epoca, efficientissimo.

York e Lancaster: un nodo gordiano fatto di matrimoni combinatissimi,  parentele strette ove in molti potevano vantare il diritto al trono. Uno di questi era appunto Riccardo III il gobbo!

Feroce, crudele, sanguinario, amorale?

Se così, non si vede perché non attribuire questi appellativi ad Enrico Tudor, conte di Richmond quando lo uccide a Bosworth, si cinge il capo con l’agognata corona assumendo il nome di Enrico VII e, per finire, completa l’opera di pulizia in famiglia e toglie di mezzo tutti gli altri Plantageneti!

Ma forse una risposta viene data proprio da Shakespeare e quindi

RICCARDO III (di William Shakespeare)

In primo luogo c’è da segnalare che l’arte teatrale è arte della drammatizzazione; in assenza di essa, nessun “pathos”, nessuna captazione del pubblico; stupore, impotenza, repulsione, amore, senso dell’orrido, sono sensazioni che bisogna saper trasmettere alla platea perché essa le percepisca come tali e reagisca.

Shakespeare lo sa, è un raffinatissimo tecnico del testo e lo è, sia per talento naturale, sia perché era in uso in Inghilterra riproporre un’opera che aveva avuto successo non variandone il senso fondamentale, ma accentuando caratteristiche di fatti, personaggi, profili psicologici, vicende personali che potessero presentare la storia sotto una nuova luce, un nuovo punto di vista come è il caso della tragedia shakespeariana.

Ora, Shakespeare vive sotto la dinastia Tudor, ma anche un altro illustre personaggio vive in quel periodo; si tratta del nobile Sir Thomas More, illustre umanista conosciuto per la sua opera “Utopia”, poco invece per un suo ritratto di Riccardo III, dipinto a tinte oscure, fosche, ove abbondano descrizioni tenebrose soprattutto sulle modalità della sua nascita che viene riportata come avvenuta per i piedi e con completa dentizione, quasi a voler prefigurare nella stessa nascita, la nascita del maligno assoluto. E di questo ritratto Shakespeare conosce!

Probabilmente se Riccardo III, fosse stato trucidato dal duca di Clarence, suo fratello, sarebbe stato raffigurato come il “povero gobbo innocente” incapace di difendersi, schiacciato per odio delle sue deformità.

Ma la Guerra delle due rose (York e Lancaster) venne vinta dal ramo dei Tudor. Logico che si scrivesse in lode dei Tudor, soprattutto se si considera il clima di paura in cui tutta l’Inghilterra viveva allora. Tanto che, quando, un po’ di tempo dopo, Sir Thomas  More rifiutò di aderire al protestantesimo sotto il regno della grande Elisabetta, figlia di Enrico VIII e Anna Bolena, venne condannato a morte.

John Foxe si incarica di scrivere la sua “damnatio memoriae” in “Book of Martyrs”, apologia dei martiri protestanti, che, per quanto vigorosa, non riesce a scalfire la figura di More.

Dunque: vi sembrano dei boys scout tutti questi personaggi?

Ed ancora: Riccardo III, lui, il pretendente maligno, si sarebbe potuto ritirare dalla competizione?

Si, certo. Il che equivale a dire no! Perché?

L’ombra di lui, ritirato, sarebbe sempre stata proiettata sul futuro re d’Inghilterra che avrebbe proiettato la sua su di lui, sentendosi minacciato nella detenzione del titolo regale; qualcuno dei due avrebbe dovuto sopprimere l’altro per portarsi fuori dal pericolo di vivere nell’ombra e ovviamente di essere eliminato. Qualunque mossa sullo scacchiere si sarebbe conclusa tenendo presente il fine ultimo: la corona, a qualsiasi costo! La necessità totale della azione!

Riccardo 3. L’avversario di F. Niccolini

C’è una pregiudiziale che grava su tutti i lavori riguardanti Riccardo III compresa la versione di Shakespeare: chi conosce Riccardo dei Plantageneti duca di Gloucester detto “croockback”? Nessuno purtroppo.

Come si è visto, l’apologia del protestantesimo tudoriano, sommata al clima di terrore che si era costruito a sostegno dei Tudor, impediva uno studio storico scientifico su Riccardo III, per cui tutti i lavori teatrali sul duca di Gloucester sino ai nostri giorni, accettano la figura del sanguinario genio del male.

Stupefacente è la rappresentazione del “Riccardo III” che Sir Laurence Olivier dà nell’omonimo film del 1955, in cui la mirabolanza camaleontica della sua dote attoriale, conferisce al duca di Gloucester tutte quelle caratteristiche tramandate dalla tradizione , ulteriormente accentuate dalla sua forte pronuncia britannica, quasi primitiva dal sapore sassone e dal suo interloquire con il pubblico, quando, giocando con la macchina da presa, lo coinvolge quale destinatario dell’azione rafforzando l’usanza inglese di considerare la platea, parte della azione scenica.

Il “Riccardo 3. L’avversario di Francesco Niccolini funziona su due tecniche componentistiche: una ereditata dalla tradizione di cui prima si disse e in questo non innova. Riccardo continua ad essere sanguinario, volutamente operante all’interno di una crudeltà mentale quasi patologica. L’altra “L’avversario”, mutuata da un fatto di sangue verificatosi in Francia: si tratta della storia di Jean-Claude Romand, tratta dall’omonimo romanzo di Emmanuel Carrèr che, incapace di vivere la propria natura non particolarmente dotata e scarsamente incline ai successi professionali, sviluppa una psicopatologia che lo porta ad inventare una vita inesistente retta da una catena di menzogne che, come ogni storia cui manca la verifica nella realtà, crolla improvvisamente. Mette così a confronto il suo ideatore non solo con sé stesso ma soprattutto con la famiglia, per evitare il quale decide di sterminare i suoi componenti.

Il duca di Gloucester di Niccolini, viene ambientalmente  collocato in una specie di manicomio e immerso in una atmosfera onirica e allo stesso tempo posto in condizione di rispondere della propria storia come sottoposto ad un processo della cui accusa si occupano due dei tre attori (uno è Riccardo III).

Il “Riccardo 3” di Niccolini morirà per effetto di una dose mortale somministrata via endovena.

Nel lavoro teatrale s’apprezza molto lo scavo di autocoscienza di Riccardo che, messo difronte alla storia cede, ma ha già ceduto quando, sulla sedia a rotelle appare sul palco, come se si offrisse ad un tribunale morale della storia, suggerendo agli astanti sin dall’inizio della performace, l’ambito indagativo sottratto al puro fatto storico, dando maggior risalto alla presunta indole malefica, quasi visto come il “Calibano” della “Tempesta” dello stesso Shakespeare, con l’aggravante che la maleficità sia una sua personale scelta razionale e non imposta come in Calibano, essendo quest’ultimo figlio del diavolo e di una strega concepito in una notte di tempesta.

Questo allevia molto il senso di disagio del pubblico nei confronti della crudezza della “Storia” e l’accostamento della mattanza di Jean-Claude Romand ai fatti di sangue del duca di Gloucester, accomuna i due sotto il motivo della psicopatologia, addolcendo così il terrore che la storia incute.

Ma quanto è filologicamente lecito disegnare un profilo à la silhouette di Riccardo III che si stacca dalla storia quale suo operatore vincolato e coatto, per agire come un deus ex machina dotato di una sua volitività assoluta sanguinaria e amorale, concedendo agli altri il beneficio di essere stati plagiati e non correi consapevoli o fiancheggiatori, scientemente operando con gusto del male, abbracciando lui solo, nella vicenda della successione alla corona, il male quale metodo operativo?

E ancora: è plausibile supporre la medesima natura sulla scaturigine dei fatti violenti di Riccardo III e Jean-Claude Romand?

E’ piacevole e bello poter immaginare che i personaggi oscuri della storia si sottopongano a un giudizio e che accettino la pena di morte per i fatti commessi così redimendosi per lo meno nell’infamia delle loro azioni, ma la storia non registra episodi di simile levatura morale, anzi, volendo portare ad esempio il caso di Joseph Fouché duc d’Otrante che il curatore delle sue “Mémories” Edwy Plenel definisce <<…homme de la manigance et du complot..>> dimostra in esse, con un esercizio di rettorica degno di Cicerone, di essere passato indenne e con tutto diritto nelle fasi dalla rivoluzione francese al direttorio fin al periodo napoleonico, come necessario strumento di azione politica repressiva che, alla luce della ragion di stato, per un giusto esercizio di terrore illuminato, poteva mettersi al servizio del supremo interesse della Nazione senza rispondere né alla sua coscienza, né a qualsiasi principio morale!

(“Ed io tra di voi” Charles Aznavour)

Oh, no, non è niente, forse un po’ di fatica

Cosa vai a pensare? Al contrario

È stata una magnifica serata

Sì, sì, una magnifica serata

Testo e foto di Fabio Massimo Tombolini

(Corrispondenza da Roma – Coordinamento Nino Macaluso)

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RICCARDO 3. L’AVVERSARIO

In prima romana

Liberamente ispirato al “Riccardo III” di William Shakespeare

e ai crimini di Jean-Claude Romand

di Francesco Niccolini

Regia di Enzo Vetrano e Stefano Randisi

Con Enzo Vetrano, Stefano Randisi e Giovanni Moschella

TEATRO PALLADIUM ROMA

8 febbraio 2020

 

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