Taormina Film Festival

Qualche recensione 

La rieducazione Regia Aurelio Grimaldi Con Toni Sperandeo Origine Italia 2024

Ottima accoglienza per Aurelio Grimaldi, che ha portato a Taormina un film low budget scegliendo come co-protagonista un attore straordinario come Tony Sperandeo, nel ruolo di Totò Riina. E fa centro, perché il film è stato lungamente applaudito. Macabro mentre crescono di giorno in giorno le stragi compiute dalla mafia. Serio quando cita l’articolo 27 della Costituzione: “La responsabilità penale è personale, l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva, non è ammessa la pena di morte, si deve tendere alla rieducazione del condannato”. Il film punta proprio sulla rilettura accurata di questo articolo. E aggiunge che, una volta scontata la pena, chi esce deve essere aiutato a reinserirsi nella società. Il film si svolge in un carcere di massima sicurezza dove i detenuti sono sottoposti al regime del 41bis. Ora Grimaldi è un-pedagogista che si confronta con il boss dei boss di Cosa Nostra, sperando in una sua rieducazione. Non è facile ovviamente, ma poco alla volta lui diventa meno aggressivo, qualcosa sta cambiando. Ma c’è chi pone ostacoli imprevisti che vanificano il lavoro compiuto. Il regista dichiara che il suo film “dovrà subire ancora qualche ritocco” e aggiunge: “Con questo film realizzo un sogno di gioventù, che ebbe inizio quando, giovanissimo vincitore di concorso, fui insegnante nel carcere minorile Malaspina di Palermo. Ritorno nel ruolo di psico-pedagogista impegnato in un percorso di rieducazione del boss dei boss di Cosa Nostra. Lui è testardo, non si fida, rifiuta di ammettere i suoi errori, anche coi suoi figli che non ha fatto studiare. Alla fine qualcosa cambia, non è più ostile come all’inizio. Ma il finale imprevedibile capovolge tutto, vanificando i risultati della cura e suscitando anche indignazione. Applauditissimo in sala, il film coinvolge e appassiona.

Saint Clare Regia Mitzi Peirone Con  Bella Thorne, Ryan Phillippe, Rebecca De Mornay. Origine USA 2424

Film di apertura, presentato in anteprima mondiale al Festival di Taormina, “Saint Clare” è la storia di una studentessa molto singolare. Orfana di entrambi i genitori, lei studia in una scuola cattolica. All’apparenza è una semplice studentessa ventenne, invece è una lady vendetta, collezionista di omicidi. A guidarla è una voce misteriosa alla quale deve obbedire. Ne viene fuori un trhiller horror sgradevole che piacerà, forse, agli amanti del genere, ma lascerà gli altri assai perplessi: l’assassina, infatti, non prova alcun senso di colpa A guidarla, lei afferma, è la mano di Dio. Ma a spiegarcelo in sala c’è la regista Mitzi Peirone, italiana che al momento preferisce lavorare negli USA, e che ha trovato in Bella Thorne, cantante di successo che se la cava bene anche come attrice, la protagonista ideale. Ma poiché al Teatro Antico scarseggiano gli applausi, il giorno dopo la regista convoca i giornalisti in conferenza stampa e mostra il corto che è alla base del film. Molto si ispira però anche a un romanzo dell’americano Don Roff, dal titolo “Clare at sixteen” E si giustifica scherzosamente, dicendo che a turbarla fu anche la notizia di una possibile rielezione di Trump. Sia quel che sia, il film non entusiasma. Ma cosa spinge la ragazza a uccidere? La difesa della propria famiglia certo, ma soprattutto la violenza praticata da uomini infami su donne inermi e indifese. Lei si considera una novella Giovanna D’Arco. Vogliamo concederle le attenuanti? Pochi comunque gli applausi e i consensi. La regista ha dichiarato che questa sua seconda prova la rende più sicura. Speriamo in qualcosa di meglio la prossima volta. (ELN)

Shikun Regia Amos Gitai Con Iréne Jiacob, Yael Abecassis, Hana Laslo. Origine Israele, Svizzera, Francia

Presentato alla Berlinale, sezione Special, Amos Gitai, porta a Taormina il suo “Shikun”, che ha presentato lui stesso, facendo intendere che a ispirarlo sono anche fatti recenti che hanno a che fare con l’attuale governo di Israele, al quale negli anni non ha mai risparmiato le sue critiche, a tal punto da essere costretto, di tanto in tanto, a trasferirsi all’estero.  Ed ora ci sorprende con un film altamente metaforico, che si rifà a Ionesco e al teatro dell’assurdo. Taormina lo ha accolto nella sezione Focus Mediterraneo.  E così sabato 13 luglio Amos Gitai ha presentato il suo film, che dura 84 minuti nei quali affronta temi scottanti che riguardano il suo Paese, la guerra in generale e i sistemi politici attuali. Il film si concentra su 20 personaggi e si svolge proprio a Shikun, nel deserto del Negev dove le loro vite si intrecciano e si intersecano manifestando il crescere dell’intolleranza e del pensiero totalitario. Prevalgono le storie di due donne, in cerca di serenità: l’una convinta che ci sia in atto un’invasione di rinoceronti, metafora ironica della vita e della società contemporanee, l’altra si adatta, viaggia su un monopattino, e si costruisce uno strano copricapo intorno a un corno di rinoceronte. A chi gli ha chiesto perché proprio le donne, Gitai risponde che apprezza il loro pacifismo, mentre gli uomini sono inguaribili guerrafondai. Cinema complesso il suo che, a tratti suscita qualche comprensibile perplessità: “Io sono un architetto, non ho mai studiato in una scuola di cinema; quindi, se faccio un film è perché ho qualcosa da dire.. E lo fa a modo suo: “Shikun” è una grande affascinante metafora, un messaggio molto articolato, con una struttura narrativa sui generis, assai complessa. E conclude: “È facile ridurre un’opera cinematografica a film di propaganda. Occorre invece reinventare il cinema, farne un più efficace mezzo di espressione”.(ELN)

Il Giudice e il Boss Regia: Pasquale Scimeca  Con Gaetano BrunoClaudio CastrogiovanniPeppino Mazzotta Origine Italia 2024

 Diretto da Pasquale Scimeca, il film racconta la storia del giudice Cesare Terranova (Gaetano Bruno) e del maresciallo di poliziaLenin Mancuso (Peppino Mazzotta) impegnati in una lotta epica contro il male, che non era solo la mafia, ma serpeggiava anche tra i corrotti delle Istituzioni. Erano i tempi nei quali Luciano Leggio, detto Liggio (Claudio Castrogiovanni), spadroneggiavano con la mafia dei corleonesi.
Il processo, per legittima suspicione, si tenne a Bari nell’estate del 1969. Dietro le sbarre tanti di loro. Oltre ai i boss numerosi anche i picciotti.  Nessuno ebbe il coraggio di accusarli delle loro malefatte. Furono assolti. Ma il giudice Terranova non si tirò indietro, pur consapevole dei pericoli a cui andava incontro e malgrado l’invito di alcuni colleghi a non correre rischi. Meglio trovare una scusa per non andare avanti.
Se il processo di Bari, istruito dal giudice Terranova dopo dieci anni di indagini svolte assieme al maresciallo Mancuso, al vicebrigadiere Agostino Vignali e al colonnello dei carabinieri Ignazio Milillo, si fosse concluso con la condanna dei boss Luciano Liggio, Totò Riina, Binno Provenzano e 62 picciotti del clan, quante stragi si sarebbero evitate? Ma le cose andarono diversamente. Il giudice Terranova non si tirò mai indietro. Con l’aiuto del fedele Lenin Mancuso, continuò le sue indagini, pur consapevole di correre grandi rischi.  Lui non aveva figli, e cercò di salvare Mancuso che aveva moglie e figli. Commovente il suo rifiuto e l’abbraccio che li unì in quel momento. Andò com’era prevedibile. Buona l’idea del regista di risparmiarci la scena della loro eliminazione. Più efficace il resoconto finale della loro storia. Da sottolineare la bravura dei due attori, ma buono anche il resto del cast. Ringraziamo Pasquale Scimeca, che ha costruito intorno a loro un buon film, dallo stile semplice ma accurato, doveroso omaggio a due eroi dimenticati

Eliana L. Napoli

Articoli correlati