C’è un tempo per ogni cosa e sembra che tempi duri siano giunti per il magistrato e uomo politico palermitano Piero Grasso, presidente del Senato. Che dico? Seconda carica dello Stato, Vicepresidente della Repubblica, in grado di venire a Palermo con l’aereo presidenziale, come gli ha mostrato più volte il suo conterraneo Renato Schifani. E che apparato! Sapete che nessuno può navigare nelle acque di punta Raisi quando arriva l’aereo presidenziale?

Ma Grasso pare proprio stia prendendo la cosiddetta “via dell’aceto” e vedremo perché. Politico non di mestiere, ma noto magistrato e, in pratica, alto poliziotto, ci era stato sicuramente simpatico a lungo. Sia perché palermitano, sia per quel suo sorriso intelligente e sornione che traspariva anche quando – come tanti – diceva che la mafia ha già subito duri colpi… Quale delle mafie, infatti, non era dato sapere. Né allora, né adesso.
Super partes a lungo, ma pro forma, pende ad un certo punto “pericolosamente” non per una generica sinistra ideologico spirituale, ma per il partito ex comunista. Un must che rende in automatico la persona un “bourgeoi bohemien”, cioè un radical chic, un certo tipo di persona che abbia un certo genere di appartenenza. Chiaro? Per alcuni sì, anche molto, per altri forse, per altri no. Addirittura affatto…
Il vicepresidente della Repubblica – ma sì, sempre Grasso – è fra quei politici non politici non votati, tanti, troppi, in Italia e nel mondo, dove vigerebbe l’autodeterminazione dei popoli, ma traballa… Tuttavia, di regola, Grasso entra a far fa parte – occorre saperlo – del gruppo parlamentare del PD…

Nel giro di ore, nel pieno dell’autunno 2017, il colpo di scena: fuori Piero Grasso dentro Denis Verdini. Grasso si è dimesso: da dove? Dal Pd. Che caduta di stile! Si riparla delle “porte girevoli” del Pd, che perdendo la seconda carica dello Stato, acquisisce, però, una volta di più (prima aiutava dall’esterno e se ne vantava: “non ho fatto cadere il governo”) il sostegno dell’ex Berlusconiano. Pensiamo alla frase di Vespasiano: “non olent”. Sono i voti, Crocetta docet. Ma anche Mao: che importa se il gatto è bianco o nero? L’imperatore romano attribuiva la sua storica battuta alle monetine dei cessi pubblici da lui stesso istituiti. Il Pd, come altri partiti, si riferiscono ai parlamentari: utili sono. Prima sporchi, brutti e cattivi, poi ben accetti, purché “servano”. A volte veri e propri mezzi di salvataggio, veri galleggianti in mezzo al “mare – dissociabile”, dove si affonda…
Grasso, un certo punto, ha rassegnato le dimissioni dal Gruppo dem a Palazzo Madama: immediatamente, per norma, passa al Misto.
L’annuncio del “mi dimetto”, che suona sempre strano in Italia, terra dei “Signor nonmidimetto” era contenuto in una nota, senza che indicasse le motivazioni. È un fatto, però, che l’ex magistrato abbia dato comunicazione della decisione solo poche ore dopo l’approvazione definitiva della legge elettorale. Una legge votata a colpi di fiducia – con il fondamentale apporto degli stessi Verdiniani – e a pochi mesi dal via alla campagna elettorale per le politiche.
Il “mito” di Piero Grasso, licatese di nascita, quasi pirandelliano di sangue, palermitano di adozione – e non si scherza – era stato, però, da poco intaccato dal “gran rifiuto” alla richiesta di candidarsi alla presidenza della regione Sicilia. Che il siculo, sangue caliente, dietro l’imperscrutabilità sorridente del volto quasi cinematografico, lo avesse fatto per viltà come il Celestino V dantesco, era, però, escluso.
Lasciare Roma, per andare a comandare in casa propria, quella tanto ricca, ma solo di comari e suocere? “E chi glielo fa fare?” Chi fra noi, del resto, lo farebbe? Così avevamo scritto noi…

Ma Pietro Grasso detto Piero, capace di girarla in scherzo – ma davvero – anche nei momenti seri per sdrammatizzarli, aveva tirato in ballo, stavolta, il meglio che la morale politica potesse suggerirgli:
“In questo momento – dichiarava a caldo – io faccio il presidente del Senato e vado avanti con il mio compito. Quali che siano le mie decisioni personali e le mie intime motivazioni posso dire che può anche essere più duro resistere e continuare, piuttosto che abbandonare con una fuga vigliacca. Si può esprimere il malessere, ma non è detto che, quando si ha il senso delle istituzioni, si debba obbedire ai propri sentimenti. È chiaro?”
Insomma, Celestino V (versione dantesca) lo sarebbe stato semmai se ne fosse …andato in Sicilia. Lasciando, diciamolo, quel prestigioso e comodo scranno imbottito a Roma, la città più bella del mondo. Una deminutio? Certo! Dalla seconda carica a quella che equivale – fossimo nell’esercito – al grado di senatore semplice, sia pure è ben altra soddisfazione, operativamente…
Probabilmente adesso sì, le sue parole sono molto più chiare. Crimi, però, non rinuncia ad attaccare l’ex procuratore antimafia (divenuto presidente del Senato nel 2013 grazie ai voti di alcuni senatori grillini) anche dopo le dimissioni dal gruppo Pd: “Forse poteva farlo prima – dice il grillino – forse poteva fare qualche gesto un po’ più importante, come abbiamo più volte detto. Oggi è tardivo. Troppo tardivo”.
Per l’altro pentastellato Danilo Toninelli, l’addio al gruppo dem da parte di Grasso è addirittura “una presa in giro colossale. Se avesse avuto coraggio, si sarebbe dimesso da presidente prima delle fiducie…”

Ma il peggio viene alla fine: Caro Piero ci deludi fortemente. Non solo sei un tardo comunista, un radical chic dell’ultimora, un economista con la panica piena… Sei con i nostalgici, con quelli che vogliono “il cambiamento” per tornare indietro. Incredibile! Sì, incredibili loro, ma più incredibile tu, persona intelligente. Ma vissuta la storia quando sei nato? Non l’hai capita e la storia degli ultimi 100 anni? Già, perché tanti ne son passati dal dì della rivoluzione russa al 2017: da quel mastodontico pasticcio storico, sociale e civile?

Non sei con Renzi che vuole innovare, sei con Bersani e gli altri che vogliono “il cambiamento” anche loro, ma per tornare indietro. Cioè nell’errore marchiano del socialismo che sa di Marx… Ma anche un movimento guidato da Bersani, con D’Alema, lo smacchiettatore, dietro le quinte e Veltroni quasi in lacrime… Niente umanamente contro Bersani, ma è l’ennesimo politico italiano da mezzo litro e una gazzosa. Sai, ce ne sono stati tanti: Saragat liscio, senza gazzosa, Pertini con le carte di scopone… Scalfaro in trattoria faceva mettere la giacca alle signore scollacciate ed era astemio (per tali doti divenne presidente al posto di Craxi. Nel mezzo le stragi…) Napolitano niente vino, ma whisky e birra, purché inglese e rossa, marca Massona. “Non ce l’avete? allora non ne bevo”.
Basta! L’Italia degli artisti e degli stilisti, degli industriali e della moda, quella che corre in Ferrari, prima al mondo anche quando perde, è un’altra cosa. Deve esserlo. Basta! Basta col pane e mortadella. Venga l’Italia delle griffe, ma almeno quella delle lasagne, dell’abbacchio a scottadito, annaffiato da rossi doc, dello storico fritto misto all’italiana e …non manchi il cervello! Niente animelle, per favore!
Scaramacai








