Veggenti o informati? Ecco una profezia sul Covi-disease

James Howard Kunstler: “Please, please, stop referring to yourselves as “consumers.” OK? Consumers are different than citizens. Consumers do not have obligations, responsibilities and duties to their fellow human beings. And as long as you’re using that word “consumer” in the public discussion, you will be degrading the quality of the discussion we’re having. And we’re going to continue being clueless going into this very difficult future that we face”

Profezie o informazione anticipata? Spesso c’è chi conosce in anticipo eventi sorprendenti, di quelli che non avremmo mai creduto si verificassero..

Fu così quando il Vescovo di Palermo, Cardinale Romeo, annunciò con grande anticipo: “…fra un anno Benedetto XVI non sarà più papa”. Era una previsione di morte? Impossibile! Ma chi avrebbe potuto capirlo? Come mai il vescovo si era lasciata sfuggire una simile dichiarazione? Conosciamo la storia che seguì: le dimissioni di Ratzinger e l’arrivo di Bergoglio con un altro papa (emerito) ben vivo. Mai visto!E dire che Ratzinger era stato protagonista di uno dei conclave più prevedibili della storia! Era lui il delfino del molto celebrato Wojtyła…

James Howard Kunstler, noto columnist americano, scrittore e firma del New York Times, nel suo libro “Collasso” anticipò – invece – l’incombere e i rischi di una nuova influenza come la Spagnola del 1918, generata in Asia per l’allevamento in batteria di animali commestibili.

Era tutto scritto. La profezia di Kunstler sul coronavirus: “Si contageranno anche i medici”.

E’ difficile – insomma – sostenere che la pandemia di coronavirus sia stata un fatto inatteso e imprevedibile.

Tra quelli che avevano messo in guardia governi e opinione pubblica c’è lo scrittore statunitense James Howard Kunstler, saggista, giornalista e firma del New York Times.

Il suo libro, in comune vendita, è intitolato Collasso. Sopravvivere alle attuali guerre e catastrofi in attesa di un inevitabile ritorno al passato (The Long Emergency: Surviving the Converging Catastrophes of the Twenty-first Century) pubblicato nel 2005 (Grove/Atlantic –  Nuovi Mondi Media) in qualche modo prevede, in base ai dati a disposizione al momento della stesura del libro, una epidemia influenzale dalle conseguenze disastrose, originata in Cina e frutto delle più spregiudicate tecniche di allevamento in batteria.

Anche Papa Giovanni XXIII° ci mise del suo: “Il coronavirus durerà sette anni), lo dicono le sue profezie… 

L’autore ragiona di “una grande paura” che aleggia nell’epidemiologia: che il retrovirus dell’Aids possa trovare altri mezzi di diffusione come attraverso le vie aeree, con conseguenze micidiali per la razza umana.

Ma “…l’influenza rappresenta una minaccia altrettanto potente per le popolazioni cresciute a dismisura grazie all’ipertrofia dei combustibili fossili del XX secolo, anche se le sue modalità d’attacco sono molto diverse da quelle dell’AIDS. In primo luogo, l’influenza può uccidere in pochi giorni dal momento di l’infezione e non richiede comportamenti umani particolari per diffondersi. Per poter diffondere il contagio un virus non necessita d’altro che di vaste popolazioni cosmopolite”, si legge in Collasso,

“Il virus influenzale – spiega Kunstler – ha avuto origine negli uccelli acquatici selvatici, per poi diffondersi e mutare negli animali da cortile, e tende a compiere salti di specie verticali, colpendo prima i suini domestici, che fungono da stazioni riproduttive di trasferimento e poi l’uomo (…) Laddove le popolazioni umane crescono e più persone entrano in contatto con polli, anatre e maiali, aumenta enormemente la possibilità che si formino nuovi ceppi di influenza. Questo è in particolare il caso della Cina, dove una popolazione contadina di un miliardo di individui vive a stretto contatto con i propri animali. La malattia si diffonde facilmente con la tosse, gli starnuti o il contatto cutaneo. Viaggia ancora efficacemente negli uccelli selvatici, che si scambiano il virus con i loro cugini domestici”.

Il precedente più noto – si legge nel volume – è rappresentato dall’influenza spagnola del 1918. “Si ritiene che la pandemia del 1918 abbia ucciso 10 milioni di persone in tutto il mondo compresi 675.000 americani. Più dell’appena conclusa prima guerra mondiale! Molti di più furono quelli che si ammalarono ma sopravvissero. La ‘spagnola’ uccise più soldati che combattevano nelle trincee della guerra stessa. Per quello influenza morirono in un solo anno più persone che nei quattro anni di peste bubbonica dal 1347 al 1351″.

Persino il Presidente Woodrow Wilson la contrasse all’inizio del 1919 durante i negoziati del cruciale trattato di Versailles. Quelli che furono abbastanza fortunati da evitare il contagio ebbero comunque a che fare con le terribili misure sanitarie adottate per contenere la diffusione del male… In pubblico si dovettero indossare mascherine di garza. Per evitare l’assembramento di persone, i negozi non potevano fare saldi.

I funerali erano limitati a quindici minuti. Tutte limitazioni che rivediamo oggi, applicate come se la medicina fosse ferma ad allora. E ‘così- o quasi – per la lotta ai virus. Si può oggi intervenire con gli antibiotici per le complicazioni da batteri.

La profezia di Kunstler

“…La comparsa di un nuovo supervirus nell’ordine di quello del 1918 è attesa da tempo. In realtà, potremmo essere sfuggiti per poco a qualcosa di simile” nel maggio 1997 con l’epidemia di aviaria. E oggi? “Nonostante i progressi miracolosi della tecnologia medica, della mappatura a genetica e dell’immunologia, le nazioni del mondo non sono molto meglio preparate ad affrontare una grave epidemia di influenza di quanto non lo fossero nel 1918. Le epidemie di influenza sono molto difficili da neutralizzare. I vaccini antinfluenzali sviluppati in un dato anno sono notoriamente inefficaci contro i nuovi ceppi che possono manifestarsi l’anno successivo”. E ancora: “Se una pandemia dovesse scoppiare oggi, le strutture ospedaliere ne sarebbero sopraffatte. Infermieri e medici rimarrebbero contagiati insieme al resto della popolazione”.

Ad essere messi sotto accusa i metodi di allevamento in batteria di animali con massicce dosi di antibiotici: “il prevedibile risultato è stata l’evoluzione di germi e batteri resistenti a quei farmaci, in particolare dei batteri responsabili dell’avvelenamento alimentare: la salmonella, l’E. coli e il campylobacter. Ci vogliono anni per mettere a punto, testare e ottenere l’approvazione di un nuovo antibiotico. Così, mentre le compagnie farmaceutiche stanno lentamente sviluppando nuove classi di potenti antibiotici, la resistenza si sviluppa a un ritmo ben più rapido. L’uso eccessivo di antibiotici nel bestiame è stato rispecchiato dall’uso smodato degli antibiotici nella medicina ufficiale”. La natura si ribella all’uomo quando questa non viene rispettata.

(Testi raccolti e ricostruiti in redazione)

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