Homeless: La pittura di Victor Mario Costabile

L’opera nei suoi contorni completi.

Non v’è dubbio che Victor Mario Costabile sia sorretto da un robustissimo studio di storia dell’arte, un ordito razionalmente disposto i cui sciolti e liberi lacerti costituiscono il costrutto attuale del pittore e dai quali discenderà il suo futuro, un po’ a modo di matematica frattale possibile di autonomi rami ma anche di ritorcimenti sull’albero originario.

L'opera nei suoi contorni completi.
L’opera nei suoi contorni completi.

Qualcuno potrebbe essere tentato di ascrivere il giovane pittore a qualche corrente artistica, facendo ricorso a complicati descrittivismi che, forse, potrebbero essere didatticamente utili se, e solo se, fosse che l’arte non venisse considerata una ermeneutica.

Ma l’arte è eminentemente una ermeneutica che necessita di parafrasi analitiche per le quali è certo possibile, non indispensabile, istituire comparazioni, accostamenti, forse anche lontane appartenenze, sempre però trovanti esistenza sotto l’ombrello della personalità dell’autore, la quale lei sola, batte il “LA” dell’accordatura delle proprie opere e di esse con il circostante; un autore che lentamente, nel corso della propria vita, elabora mentalmente e sensitivamente il deglutito quotidiano e si appoggia sulla storia che, per essere tale, riguarda solo il passato ma, nulla dice del futuro, il quale incombe sull’autore imponendogli di innovare.

Sembrerebbe, il giovane Victor, percorrere questa strada. Come?

Il grande regista giapponese Tadashi Suzuki scriveva:

“ Si dice di solito che “no” e “kabuki” sono arti teatrali classiche. Secondo me, esse sono, per alcuni aspetti, più contemporanee delle nostre più recenti avventure teatrali”.

Questo significa che il regista, pur essendo alla continua ricerca di nuovi linguaggi espressivi che ben possano rappresentare il Giappone odierno, è perfettamente cosciente che i valori semantici del “no” e “kabuki” sono potenti espressori a confronto dei quali gli sperimentalismi del secolo XX non possono pretendere la palma della vittoria; ma è altresì cosciente che da soli, i semantici dell’antico Giappone, non sarebbero sufficienti a vivere l’odierno.

Anche qui le dichiarazioni di Suzuki potrebbero perfettamente calzare per il giovane pittore Victor.

Il pennello di lui si muove con tratti che sottilmente rammentano all’osservatore il vissuto tecnico del passato, ma poi s’assoggettano al volere del suo spirito compositivo; in più, una inusitata collocazione dei volti ai bordi delle tele, d’ampiezza quasi pari alle stesse tele, segnalano l’irrompere dei modi di inquadramento della macchina da presa e proiettano l’attenzione dello spettatore, verso il contemporaneo.

Ma di quale soggetto si occupa Victor Mario Costabile?

Homeless, è la risposta.

“…Siccome per me è impensabile di fare un ritratto senza conoscere il soggetto…” (dichiarazione del pittore sul suo pieghevole per la mostra del 5 maggio 2018 a Roma).

Dunque Costabile non s’avvale di un impulso immediato come poteva essere, ad esempio, per Jackson Pollock, determinato ad imprimere con l’atto medesimo creativo, la propria volontà d’artista, tanto immediato e tanto autodeterminante da far scrivere a qualche critico d’arte a fronte della morte di lui, avvenuta per impatto violento della sua autovettura con un ostacolo, che essa morte ed il modo distruttivo e disgregativo con cui era avvenuta, poteva ben essere considerata l’ultima estrema opera sua all’interno della sua volitività d’essere e che così l’aveva dipinta.

L’indole di Costabile non conosce alcun impulsivismo!

Verdi: “Requiem, Dies Irae”

E’ con questo pezzo che Artur Aristakisyan, un regista ai più sconosciuto e che merita molto più che semplici menzioni, apre il film “Ladoni” (Palms) del 1993.

“Ladoni” è un film narrato, diffuso come docu-film.

Voglio essere chiaro: è un termine degradante.

L’opera di Artur Aristakisyan, che, se dovesse essere confrontata con “I Miserabili” di V. Hugo, non perderebbe in comparazione, è un dipinto in forma cinematografica di squisitissima fattezza e sublime senso morale, trasudante altissima religiosità e che dovrebbe essere all’indice dei migliori film da proporre nelle scuole quale testimonianza della miseria umana, o meglio di ciò che la dittatura dei potenti, produce!

Ma non lo è ed è mio dovere citarlo in questo ambito artistico in relazione alle opere del pittore Costabile.

Perché questo accostamento?

“Ladoni” è un film in bianco e nero, la macchina da presa s’adatta, non crea nessunissimo spettacolare “neo-realismo attoriale”, il regista non interferisce, non interrompe la tragica magia dei “miserrimi”.

Non risentimento, non invidia, non rabbia, non desiderio, non bramosia, non cupidigia, non rivalsa, non vergogna, albergano negli animi dei derelitti della Moldavia che, il liquefarsi dell’URSS, in quegli anni ’90, aveva prodotto.

Neppure il pittore Costabile interferisce, vuole conoscere per rendere in pittura il conosciuto dei “miserabili” da loro raccontato.

V’è, nei volti di Costabile, un trasparente irenismo, una accettazione senza condizioni della sostanza “miseria”, perchè si tratta di vera sostanza quella che traspare dagli occhi dei dipinti, come ricchezza del non possesso; ma v’è anche una specie, in alcuni volti, di “aperturialità” dei miseri a comprendere l’opulenza del mondo.

Non è dunque il mondo appestato della ricchezza che vuole volontariamente intendere “avere” come “essere”, identificando la sostanza sublime del “essere” nella accumulazione del “avere”, satanizzando così la “LUCE” con lo sporco dell’avidità, ad osservare il povero, ma è il contrario.

Qualcuno dei miseri, sarà irascibile, ma è normale, tanto l’opulenza non potrà mai capire!

La voce narrante di “Ladoni” lo dice chiaramente: l’opulenza è sistemizzata con un algoritmo che la obbliga a produrne ancor di più, pena…la perdita del già accumulato! Non l’opulenza attenderà il Regno di Dio in Terra ma i miseri puri!

Costabile è un pittore contemporaneo.

Se volessimo assumere quale punto d’osservazione il pensiero di Heiddeger, potremmo dire che in virtù della qualità poietica del mondo, esso s’apre con i “miseri” del Costabile, tramite la sua abilità pittorica, mettendo in opera la scena della miseria, come operazione veritativa e fenomenologia propria del mondo medesimo.

Ma il nostro pittore vive al confine tra il XX secolo ed il seguente e molte cose sono accadute per l’estetica.

Una di queste cose, è l’incalzare di fenomeni spettacolari semivirtuali come, per esempio, Hatsume Miku, una figura in ologramma che interagisce sul palco con un gruppo musicale che suona dal vivo, espungendo così la presenza umana dalla scena della vita, con grande partecipazione di un pubblico giovane che osanna la figura femminile “finta”!!!

Acutissimo e lucido è Paolo Peluffo che in “Grandezza del risorgimento” Limes maggio 2018, scrive: “ …Esiste un problema globale…che trae origine in processi di globalizzazione che favoriscono la costruzione di neo-memorie collettive, frutto di sincretismo, sempre più confuse, sottili, popolate da ologrammi, funzionali a strategie di omologazione aggravate dallo spezzettamento dell’eco-ambiente digitale…”.

Del resto non possiamo non tenere conto delle nuove scoperte nel campo degli studi delle neuroscienze.

Semir Zeki, uno dei massimi scienziati, studioso dei processi cerebrali, in una intervista esaustiva quanto lineare fatta a “Scienza in rete” del 4/12/2017, introduce il concetto di neuroestatica come di una scienza che non indica cosa possa essere la bellezza o il suo contrario, ma semplicemente quali siano i meccanismi neuronali coinvolti nel senso della bellezza, e come, in genere, la stratificazione delle emozioni passante per i neuroni, in qualche modo possa elaborare il concetto del bello e del suo opposto tenute presenti le basi elementari biologiche che guidano ad identificare gli oggetti in base alla loro possibilità di conferire al soggetto le migliori opportunità di sopravvivenza.

Quale possa essere la collocazione del pittore Costabile in questo momento della storia dell’estetica, apparterrà alla sua futura storia personale intrecciata di filamenti che lo fanno elemento determinante della stessa storia futura e nel medesimo tempo oggetto di essa.

(Fabio Massimo Tombolini corrispondenza da Roma. Foto di Costabile)

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