Dopo Sciascia la Bindi sull’antimafia di facciata

Rosy Bindi

Storie di mafia e falsa antimafia. Sono trascorsi anni da quando Leonardo Sciascia parlò dei professionisti dell’antimafia. Le sue parole risultarono pesanti come un macigno, quanto inattese: gradite da una generalità di persone, taglienti per coloro che si potevano sentire “allusi” da quelle parole…

Una cosa è certa: la mafia è presente e dimostra la capacità di sopravvivere persino a se stessa. Ciò non può attribuirsi solo alla “mafiosità” di un popolo. Fenomeni similari alla mafia – forme di malavita organizzata e ricattatrice – esistono un po’ ovunque. C’è qualosa che sta al di sopra che protegge la mafia e talvolta finge di combatterla… Di recente anche Rosy Bindi, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia si è espressa sul tema, andando quantomeno in tale direzione.

“Ci muoviamo – ha detto la Bindi – su più fronti. C’è anche una mafia che usa l’antimafia per prosperare… C’è poi una antimafia che dietro l’obiettivo manifesto di combattere i mafiosi nasconde la cura di altri interessi”.

L’onorevole mette in guardia dalla pericolosità di tale fenomeno. Poi, con riferimento alla Sicilia, afferma: “…Lì c’è un movimento antimafia che si è trasformato in un movimento di potere. Cerca di determinare la formazione delle maggioranze in regione, di influenzare le scelte politiche ed economiche. C’è infine una antimafia che diventa un mestiere. Una professione, ma non come intendeva dire Leonardo Sciascia”. Insomma, di più…

A ben vedere sono tanti i casi di soggetti, vantati come icone antimafia, che si è poi scoperto essere contigui o addirittura strettamente collegati ad esponenti mafiosi di spicco in un intreccio di cointeressenze economiche e di scambio, di reciproci favori…

Fra i casi più recenti c’è quello di Rosy Canale, simbolo dell’antimafia calabrese, condannata dai giudici del tribunale di Locri a 4 anni di reclusione. La Canale aveva creato il movimento “Donne di San Luca” che avrebbe dovuto dare lavoro e speranza alle donne del piccolo centro dominato dalla ndrangheta. In realtà, invece, si appropriava di gran parte dei fondi destinati al Movimento. In particolare dei finanziamenti che, per centinaia di migliaia di euro, le venivano inviati dalla Presidenza del Consiglio regionale della Calabria, Prefettura di Reggio Calabria e Fondazione “Enel Cuore”.

La Canale, nell’ambito del “Progetto Mafia”, interpretò anche se stessa in uno spettacolo teatrale di cui fu anche autrice: “Malaluna. Storie di ordinaria resistenza nella terra di nessuno”. Lei stessa anticipò lo spettacolo partecipando ad una tavola rotonda “Donne e mafia” insieme a Nando Dalla Chiesa, Gianni Barbacetto, Ombretta Ingrascì. Allora dichiarò: “Le mie ferite sono la mia spada, raccontano i valori di pulizia ed onestà che voglio trasmettere”. Disse anche: “…Le donne di San Luca e della Locride con il loro lavoro stanno cambiando il destino di una delle zone a più alta penetrazione mafiosa. Sono la Calabria che resiste e non si arrende…”. Alla sua stessa madre che, come risulta dalle intercettazioni, le raccomandava prudenza, rispondeva: “me ne fotto”. E’ probabile che la Canale non avrebbe potuto fare quelle affermazioni e prendere quelle iniziative senza il consenso della ‘ndrangheta stessa.

Di identico parere non sono stati però i giudici del Tribunale di Locri che nella sentenza scrissero: “Grazie ad una strategia mediatica abilmente pianificata, condita da diverse denunce di minacce fasulle, ma strombazzate con l’unico scopo di cavalcare l’allarme sociale in modo da acquisire credibilità sia in campo politico che nel contesto dei rapporti con soggetti istituzionali”.

La Canale, addirittura, era riuscita ad accreditarsi presso il Ministero della Gioventù, la Presidenza del Consiglio regionale, la Prefettura di Reggio Calabria, la Fondazione Enel Cuore da cui riceveva cospicui finanziamenti che finivano nelle sue tasche. Infine, la Canale era giunta a chiedere la visita di papa Francesco e aveva ricevuto in Campidoglio il premio Borsellino.

Un altro caso di antimafia di facciata ha coinvolto (ma le indagini sono ancora in corso) il presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, paladino della lotta alla mafia. Il caso può definirsi emblematico. Secondo le accuse emerse dalle indagini della magistratura e in particolare dalle dichiarazioni di quattro pentiti, era legato ad esponenti mafiosi ai quali venivano concessi favori, in cambio di protezione dalle estorsioni. Sostengono infatti i pm di Caltanissetta che il Montante sarebbe stato collegato ad appartenenti alla “famiglia” mafiosa di Serradifalco di cui avrebbe fatto gli interessi.

Secondo i pm nisseni, dal 1990 in poi Montante avrebbe consentito ai boss di “ottenere l’affidamento di lavori e commesse a loro personale vantaggio, a scapito di altri imprenditori, nonché assunzioni dagli stessi segnalate, ricavandone in cambio il sostegno per il conseguimento di incarichi all’interno di enti e associazioni di categoria” oltre alla “garanzia dello svolgimento della sua attività imprenditoriale in condizioni di tranquillità”. L’indagine è per “concorso esterno”. Eppure Montante, aveva sempre pubblicamente condotto una battaglia per l’affermazione della legalità. A fine aprile 2016, Montante è ancora indagato. Ha annunciato di non essere disponibile per una nuova candidatura, ma è rimasto comunque in carica come Presidente di Unioncamere Sicilia, nonostante sia ancora indagato.

Eclatante anche il caso del presidente della Camera di commercio Roberto Helg, arrestato all’atto in cui intascava una busta con 30mila euro in contanti, frutto di una tangente corrispostagli da un imprenditore al quale aveva assicurato il rinnovo dell’affitto per il suo negozio in aeroporto. Anche Helg, in pubblici convegni cui partecipavano persino parenti di vittime della mafia, si spacciava per un vero e proprio baluardo della legalità e dell’antimafia. E’ singolare come nel suo ufficio, dove avvenne l’arresto, facessero bella mostra le targhe di tanti convegni antimafia. La dimostrazione visiva di come l’antimafia si fa mafia.

Oscura è spesso la gestione che si fa dei beni sequestrati alla mafia… Decise accuse sono anche state mosse dal pm antimafia Catello Maresca nei confronti di Libera, l’associazione fondata da don Ciotti, che gestisce, appunto, una quantità di tali beni. In una intervista a Panorama Maresca getta pesanti ombre sulla gestione e sugli interessi che ruotano attorno ad essa.

Ha dichiarato il pm: “Libera è stata una importante associazione antimafia, ma oggi mi sembra un partito che si è auto attribuito un ruolo diverso. Gestisce i beni sequestrati in regime di monopolio e in maniera anticoncorrenziale. Personalmente sono contrario alla sua gestione e la ritengo pericolosa” E ancora: “Se una associazione come Libera diventa troppo grande, acquisisce interessi che sono anche di natura economica …e ci si possono inserire persone senza scrupoli che approfittano del suo nome per fare i propri interessi… “Registro e osservo che associazioni nate per combattere la mafia hanno acquisito l’attrezzatura mentale dell’organizzazione criminale e tendono a farsi mafiose esse stesse.”

Franco La Torre, figlio di Pio La Torre, ucciso nel 1982, lasciò Libera accusando Don Ciotti di scarso controllo sulle attività e di autoritarismo. Don Ciotti ha annunciato querele e vede nelle affermazioni del PM il tentativo di “demolire Libera con le menzogne”. Sentito peraltro in Commissione antimafia ha ammesso che i problemi di trasparenza di alcune cooperative ci sono stati ma sono stati anche risolti.

Chiara l’opinione di Francesco Campanella, soggetto ritenuto molto attendibile dai magistrati. Cresciuto tra i boss della mafia di Villabate, vicino a politici di diversi partiti, nominato a Villabate e Bagheria consulente da centro destra e centro sinistra, fu lo sponsor di una “Consulta antimafia” e organizzatore di marce e convegni contro la mafia cui intervennero anche magistrati antimafia. Addirittura, lui stesso si fece promotore del conferimento della cittadinanza onoraria al Capitano Ultimo. Ma ha poi dichiarato, dopo la sua decisione di collaborare con la giustizia, che, per organizzare queste crociate antimafia, aveva chiesto l’autorizzazione alla mafia. Ha infatti rivelato che questa autorizzazione gli era stata data dai “padroni” di Villabate e cioè Nino e Nicola Mandalà, padre e figlio. E’ appena il caso di rilevare che trattasi di soggetti vicini a Bernardo Provenzano per cui è facile intuire da chi, di fatto, venne il permesso, non essendo ipotizzabile che si sia trattato di una loro iniziativa. Ed ancora chiese l’autorizzazione a Mandalà per incaricare il deputato Cristina Matranga del coordinamento della Consulta antimafia. Ha infatti riferito il Campanella: “Chiesi al Mandalà l’autorizzazione. Era una cosa un po’ inusuale, ma spiegai che serviva per spostare i riflettori da noi. Mi dissero che dovevano riunirsi. Lo fecero…”. Provenzano (che lui chiama il Grande Capo) diede il via libera.

Pur non dovendosi generalizzare, emerge un quadro che ci induce a considerare che una cosa è la lotta alla mafia altra cosa è un certo genere di antimafia. Vi è una palese rincorsa ad acquisire “patenti di antimafia” che spesso servono per il perseguimento di interessi propri, di politica, di carriera, per crearsi alibi nel caso in cui si dovesse essere raggiunti da sospetti di mafiosità o contiguità…

Occorre essere consapevoli che accanto ad una antimafia autentica ve ne è una falsa costituita da personaggi e associazioni che, pur mantenendo rapporti, talvolta anche organici, con esponenti mafiosi, aderiscono ad associazioni antimafia o addirittura le costituiscono.

Campanella, con il sì della mafia, aveva costituito una “Consulta antimafia” e per il cui coordinamento, con l’assenso di Provenzano, aveva proposto un deputato. Per combattere questa strategia occorre smascherare quelli che il pm Maresca ha definito gli “estremisti dell’antimafia”. C’è dunque un’antimafia che, soprattutto dopo il maxiprocesso e le stragi, è sorta come un fenomeno spontaneo e volontaristico, ma anche una che ostenta la propria opera e “si è fatta impresa” o ne ha fatto una professione, come disse Sciascia…

Purtroppo questa riesce a carpire anche il consenso dei cittadini che non riescono a comprendere il “trucco” che si nasconde dietro la scena.

Resta il fatto che qui non si parla dicerti aspetti, ma si tace della mafia sovrastante, che prende le grandi decisioni, comanda dall’alto su politici, imprenditori e malavita organizzata. E’ la mafia del puro denaro e non solo di quello: dispone anch’essa di diramazioni dall’alto verso il basso. E’ una grande equilibrista: fra i soldi e il potere.

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