Che “Festa della Repubblica” abbiamo

Mattarella fornisce in ogni occasione il proprio contributo di cultura e signorilità. E’ un presidente molto amato, ma non riesce a liberare l’Italia dal generico buonismo e dal sonno dell’amor di patria. La cultura dominante penalizza anche il diffondersi della valorizzazione dell’individuo. La festa della Repubblica ha trascurato il trema dell’identità nazionale: non avrebbe dovuto essere l’ennesima giornata del multiculturalismo….

Quam rem publicam habemus?“, si chiedeva in senato Cicerone, additando le nefandezze di Catilina. Poi aggiungeva: “In qua urbe vivimus?”

Queste parole – fra tante – ci tornavano in mente, assistendo alle celebrazioni per la Festa della Repubblica, a partire dalla tradizionale sfilata per via dei Fori Imperiali a Roma.

Fra i pochi particolari che ci consolavano c’era il grido “Italia!” che i gruppi che sfilavano pronunziavano di tanto in tanto e, di solito, davanti al presidente della Repubblica.

Ma le parole di Cicerone non ci tornavano in mente nel senso ciceroniano delle catilinarie. Il grande oratore si disperava in Senato perché Roma restasse inerte di fronte alle nefandezze di Catilina.

Ieri le perplessità provenivano da due aspetti della manifestazione che ne tradivano, la tradizione: il primo era il generico buonismo pacifista professato, il secondo  era l’ossequio alla presenza di altre etnie.

Partiamo da questo secondo punto. Non possiamo festeggiare la Repubblica, che non è altro che la forma di governo, ma intesa come simbolo dello Stato e della Nazione in modo generico. Non si può, cioè, rinunziare apertamente alla sua identità dedicando la festa a delle realtà ospiti che non si integrano proprio perché non si vogliono integrare. Non è il momento! Tanto più che per tali realtà sono già in calendario celebrazioni generiche e specifiche nel corso dell’anno.

No, la Festa della Repubblica è la festa dell’Italia, dell’orgoglio di essere italiani, dell’orgoglio del Tricolore, al cui sventolare sono morti tanti nostri fratelli e per il quale abbiamo visto sfilare, ancor ieri, tanti invalidi militari e civili…

Non si può ripetere che il mancato sviluppo del terzo mondo sia colpa del popolo e degli individui che lo compongono, che ben poco avrebbero potuto fare per evitarlo. Né la responsabilità è dell’Italia e neanche del resto d’Europa: l’Italia e gli italiani in particolare sanno bene che lo sviluppo dell’Africa e del Medioriente non può portare “ai vicini” altro che giovamento e adesso ne attendono l’imminente compimento…

Né questa sorta di rimprovero è da impartire in occasione della Festa della Repubblica.

Non si possono (ecco l’altro punto) escludere dalla sfilata così platealmente armi e mezzi corazzati. E’ da tanto tempo che la guerra, anche difensiva, non si fa andando a piedi… Tanto più che l’Italia è fra le maggiori fabbricanti di armi del mondo. Allora si dovrebbe limitare la costruzione di cannoni, mezzi blindati, mitragliatrici, sistemi di puntamento, droni da bombardamento (italiani primi in Europa, forse al mondo) e simili. Ma ciò non si può fare per non penalizzare l’industria nazionale che già affronta tante difficoltà…

Pertanto, vi sono molti motivi per mostrare i muscoli, come si è sempre fatto e come fanno gli altri, pur con il fermo proposito di usarli solo per motivi di difesa o, addirittura, per evitare o limitare la guerra. Come, del resto, avviene.

Questo farsi artificiosamente piccoli, questo ossequiare, quasi umilmente, le altre etnie che ci visitano mendicando aiuti, ma non certo ossequiandoci, è una stupida ipocrisia, oltre che un vano autolesionismo. Che colpa hanno l’Italia e gli italiani del mancato sviluppo dell’Africa? Ripetiamo che, semmai, hanno sempre avuto l’interesse contrario ed è questo che occorre chiarire. Occorre non incitarli alle elemosine, ma perorare politiche d’intervento e di collaborazione verso i paesi in difficoltà. Da tale presenza fattiva proverrebbe un probabile senso di riconoscenza e di amicizia anche per l’Italia. Sono anni che si dice: “non dategli un pesce, ma dategli la canna e insegnategli come si usa!”

Il male emerge chiaramente, perché nella realtà un problema rende finché esiste e, come nel caso di energia e smaltimento rifiuti, si propugnano scelte cervellotiche e bizantinismi, mentre la soluzione sta davanti agli occhi di tutti…

Chiedono più imposte. Concedano, invece, la possibilità, cioè libertà, di crescere liberamente anche partendo dal poco, evitando che la piccola iniziativa debba affermarsi – come dice un imprenditore amico di chi scrive – vivendo …border line.

Si diceva un tempo che il cittadino reclamasse solo i propri diritti. Oggi è lo Stato che vuole imporgli solo dei doveri, dettandogli – persino – pedissequamente i modi e i tempi della sua libera azione, della sua volontà di crescita.

Infine, al momento di celebrare l’identità e l’orgoglio nazionale, si svia il discorso verso “altri lidi”. Non stupiamoci che la società vada in buona parte alla deriva verso una maggiore spersonalizzazione o, al contrario, verso un cupo isolazionismo personale. La sola consolazione concessa è di poter ricorrere ad un relativismo etico che nega anch’esso ogni comune “religio” e, una volta generalizzato, rappresenta la morte della società civile e della Repubblica stessa.
Persino la musica – in Italia che ne è la patria – nelle celebrazioni parla straniero. Hanno suonato Shopin nella terra di Verdi di cui Wagner disse: “non scriverò mai musica così”. Ma abbiamo mille e mille brani italiani, per esempio dalle ouverture e dagli intermezzi delle opere liriche: altrettanti brani di musica sinfonica, sesi vuole proprio questa. L’Italia è il paese di Paganini, Toscanini e di Stradivari, è la terra che ha inventato lo stesso linguaggio musicale. Tutti i musicisti del mondo parlano italiano. Mal’Italia suona musica straniera alla celebrazione della Repubblica.

Germano Scargiali

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Nota. Anche in queste occasioni sembra che, imponendo un troppo generico senso della moralità, “l’autorità costituita” voglia contribuire a limitare lo sviluppo generalizzato. Ciò va a tutto favore dei massimi poteri presenti nella società contro la generalità del popolo. Quantomeno, ad una grande maggioranza di esso.

Quando si dice che tutto è impostato perché i ricchi diventino più ricchi e i poveri sempre più poveri, si dice ben poco. Perché bisognerebbe specificare a “quali ricchi” ci si riferisce. Più evidente e più grave è l’assottigliarsi delle classi benestanti che vengono, invece, assorbite dalle classi meno abbienti.

Il male, insomma,non è tanto che i ricchi diventino più ricchi, ma che i poveri stiano diventando di più. Ciò impedisce, anche, che il benessere della classe intermedia – medio alta e medio piccola – si riversi, com’è stato a lungo nella realtà civile, in direzione dei più bisognosi.

La classe di mezzo di solito vince le rivoluzioni, ma questa volta appare in maggior difficoltà che in passato. Il “nemico” agisce con armi sottili. Anche l’indeterminatezza dei traguardi morali – con la sola indicazione che ci si chiuda in un generico buonismo – non giova certo, come notavamo sopra, al riscatto dei più numerosi possibile.

Si chiede – per esempio – ai popoli che rinunzino in anticipo alla storia e alla geografia. In alto, però, questa rinunzia non avviene. Le rinunzie, del resto, vengono richieste solo alla base popolare.  E’ un altro modo per danneggiare la società. Ricorda i tempi in cui, sulla spinta del social comunismo, le classi lavoratrici chiedevano – in anticipo sui tempi – vantaggi che il sistema non poteva loro assicurare. Almeno per allora… (G.S.)

Nota 2.  La meta morale non può essere l’accoglienza. Ma tanto meno materiale… Essa è “puntualmente” una meta generica e vaga. La meta è la soluzione del problema Africa e quello del sottosviluppo in genere. In tal senso non potrà lavorare l’individuo, ma solo lo Stato. Anzi quel “super stato” che dovrebbe essere l’Unione Europea di cui ancora non si vedono i segni in politica internazionale…

 

 

 

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