Lo chiamavamo “il vecchio Palermo” e la sua più visibile rappresentazione era quella di piazza Fieravecchia, fra la via Roma e la Kalsa. Siamo in uno dei punti più suggestivi della Città murata, ma nemmeno tanto lontani dalle mura che corrono – a meno di 1 Km – lungo l’attuale via Lincoln. Si diceva che quello fosse stato una volta il “centro di Palermo“. Ci si sarebbe dovuto chiedere “di quale”, per una città che si favoleggia sia nata nella preistoria, ma certamente è antichissima… Non certo era il centro della città fenicia, che circondava la cala ad ovest e giungeva appena all’attuale piazza Marina, Né della poco più grande città romana…

Di recente – con l’intenzione dichiarata di recuperare il senso delle maggiori tradizioni locali – si è riparlato del “Genio della Città” con il suo vero nome, quello forbito, rispolverando una considerazione che in tempi passati fu molto forte a Palermo. Il Genio fu il primo riferimento che rappresentasse l’anima della città assieme dell’amata Santuzza, Santa Rosalia, la protettrice che guarda il popolo dall’alto del suo Monte Pellegrino. Un simbolo religioso, dunque, ed uno laico, quasi pagano, a confermare la realtà composita e multiforme di questo centro mediterraneo, avvezzo – anche troppo – a brillare di luce propria…
Quel che è certo è che, nel 1489, allorché i giurati di Palermo chiesero al sovrano il privilegio di usare l’emblema come loro sigillo assieme a quello dell”aquila, la figura del vecchio barbuto col serpente era già diffusa nell’iconografia cittadina.
Ma chi è il Genio? Simbolo di arcana magnificazione, “il simulacro personificava il simbolismo di un’entità protettiva e nello stesso tempo espressiva della identità del popolo palermitano. Ne costituiva – al contempo – la rappresentazione antropomorfa. Era, insomma, per la gente del luogo, la l’immagine dell’originalità municipale, in cui identificava in un soggetto eponimo, rappresentato in forma virile, gli attributi originali e autoctoni della realtà cittadina…” (Salvo Di Matteo)
Il Vecchio Palermo divenne così, con una tempistica e una dinamica non chiarissima, il nume tutelare, una sorta di genio egemone e paternalistico nel quale si riconosceva lo spirito collettivo della civitas…
Ma quante statue del Genio vi sono a Palermo? La molteplice riproduzione è testimone di epoche in cui la presenza del Genio in città fu molto sentita. Non è facile dare un ordine d’importanza fra la statua bellissima che si trova alla Villa Giulia e le due, pur piccole e danneggiate che si trovano alla Vucciria, in via Argenteria, appena dopo piazza Caracciolo. Una di queste è il Genio del Garraffo. In tutto si contano a Palermo 16 raffigurazioni fra sculture, un arazzo e un affresco a Villa Igiea. Rispetto e devozione toccarono a tutte le statue da parte dei palermitani nei tempi passati…

Forse, il Genio più significativo è quello che viene conservato nella Casa Comunale in piazza Pretoria. E’ considerato il primo. Quel che si sa è che il simulacro, opera quattrocentesca, giacesse abbandonato in un ripostiglio del palazzo quando “…il pretore Francesco Del bosco, conte di Vicari, lo fece collocare nel 1596 nel luogo dove si trova ancor oggi, ornandolo ai lati del basamento di due “genietti” che reggono lo scudo con l’insegna dell’aquila civica e un secondo scudo con l’insegna dei Ventimiglia inquartata con quella dei Branciforti e dei Barresi. Erano allora notoriamente le famiglie più in vista di Palermo. Per di più Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci e principe di Castelbuono, sposato con una Branciforti Barresi, governva in quel 1697 la Sicilia con la carica di Presidente del Regno.
In realtà le origini del Genio si perdono fra i misteri di leggende e racconti popolari, oggetto di varie interpretazioni da parte di storici e uomini di cultura siciliani. Secondo una leggenda, a lungo accreditata, la prima raffigurazione – quella che si trova al Comune – era stata donata nientemeno che da Scipione l’Africano alla Città per la sua collaborazione nella guerra punica. Non sembra, però, che ciò sia vero, per quanto il serpente troverebbe giustificazione nella presenza di un rettile nello stemma di famiglia degli Scipioni. Fondamentale in sé è, comunque, la presenza del serpente, anch’essa molto discussa. C’è un’iscrizione ancor più misteriosa ma che si confà al serpente: Panormus vas auri suos devorat alienos nutrit. Palermo, il Genio, (ma ovviamente l’urbe) sarebbe tanto accogliente da nutrire i forestieri fino a divorare i suoi… Il riferimento principale andrebbe – secondo alcuni interpreti – a forestieri della stessa Sicilia, che accorrevano a Palermo per una specie di urbanesimo e vi facevano fortuna. Il serpente – senza offesa – sono gli ospiti, liberi di suggere il latte dal petto di Palermo, rappresentata dalla statua…
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Questa la descrizione ufficiale del Genio di Palermo ad uso di visitatori e turisti. Con alcune minime interpolazioni di chi scrive.
Noi Palermitani siamo fenici, musulmani, greci, normanni, bizantini, spagnoli, indiani e ovviamente latini. Come tali, cristiani.
Tutto questo è rappresentato da “Palermo”, il genius loci, cui è affidata la tutela della città e dei suoi abitanti (non a caso abbiamo parlato sopra di un ruolo comune che, in certo qual modo, avvicina il Genio a Santa Rosala nella fantasia cittadina e nel folclore, ndr). Il concetto che un genio quasi pagano contrasti nella coscienza di gente di fede è troppo rigoroso: non c’è niente di male che una civitas ritenga un nume che rappresenti simbolicamente lo spirito collettivo…

I Geni sono degli esseri immanenti sia a persone, sia a luoghi, di cui simboleggiano l’essere spirituale, nascono contemporaneamente all’uomo o alla cosa e hanno la funzione di mantenere e tutelare la loro esistenza.
Non è ben chiaro come sia nato il culto di “Palermo”, la leggenda che più rappresenta lo spirito della città è quella che narra di un ricco e saggio signore che viaggiava per diletto, e sopravvissuto a tre giorni e a tre notti di tempesta in mare, approdò nella nostra terra dove trovò un vero e proprio paradiso terrestre e, grazie ai suoi frutti, si rifocillò.
S’innamorò di questa magnifica terra al tal punto di farla diventare dimora per sè e per chi come lui volesse ritagliarsi un angolo di paradiso. Chiamò i migliori artisti, ingegneri, artigiani, architetti affinchè la facessero grande, unica e splendente.
“Palermo” è raffigurato come un maestoso vecchio in atteggiamento austero, barba e baffi fluenti con al capo una sontuosa corona, con ai piedi un cane accovacciato a emblema della fedeltà e a un braccio avvinghiato un grosso serpente che rappresenta la prudenza, la rinascita, la feritlità e la conoscenza, la cui testa si reca imperturbabilmente al cuore per suggere linfa vitale.
Il Genio di Palermo viene considerato tradizionalmente la personificazione della Città e il simbolo dei suoi abitanti, indipendentemente dalla origine e dall’apparenza etnica, culturale, religiosa e sociale. La sua immagine caratterizza la nostra città e le dà identità.
Per tutto ciò la Giunta Comunale ha istituito una giornata di celebrazione del Genio di Palermo il 12 gennaio di ogni anno, giorno in cui ricorre l’anniversario dei moti del 1948 (come è noto i moti, figli ed emblema del Risorgimento, iniziarono a Palermo, estendendosi, poi, all’Italia ed anche all’Europa. Ndr).
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Secondo un ignoto erudito del Cinquecento il Genio non raffigurava originariamente Palermo, ma il dio Saturno, padre di tutti gli dei. Ripetiamo, comunque, che su tutto vinse la tradizione popolare. Sempre nel Cinquecento, secondo il Torremuzza, era stata aggiunta la strana iscrizione che qualcuno interpreta anche come una confessione (aiutare gli stranieri, contrastare i locali, ma sarebbe assurdo nel simbolo della città).

La frase è comunque tratta da un passo della Storia naturale di Plinio. Secondo Giovanni Evangelista Di Blasi, che nel 1790, pubblicò la Storia cronologica dei Viceré di Sicilia, in occasione del ritorno del Genio nel Palazzo senatorio, è da ritenere che esso raffigurasse l’Oreto, nume e simbolo di Palermo.
Fatto ta che la città andò riproducendo il Genio in più siti. Al secondo posto, dopo quello al Comune, poniamo quello del Garraffo, fra due immagini di sante vergini di Palermo accompagnate dai quattro stemmi dei mandamenti della Città murata. La staua trovò posto a centro piazza su una fontna. Fu poi collocata dove la troviamo, perché una fontana più bella e grande fu commissionata allo scultore Paolo Amato per la stessa piazza. Oggi questa si trova, forse per l’angustia del sito, all’inizio di piazza Marina.
La terza statua è quella che si trova collocata (dal 1687) a piazza Fieravecchia, oggi piazza Rivoluzione. La statua era stata rimossa dai Borboni, perché attorno si riunivano i sediziosi, ma vi ritornò dopo l’arrivo di Garibaldi, proprio dalla strada che oggi porta il suo nome e corre da Corso di Mille alla piazza stessa. Ma la satura era antica e proveniva dalla zona dell’Arsenale borbonico al porto. La più monumentale statua che si conosca è quella eseguita dal Marabitti nel 1778 per incarico del senato civico. E’ quella che troneggia nella fontana della pompeiana Villa Giulia. Ma altre staue minori e rappresentazioni si trovano a Palermo in numero di sedici, inclusi almeno un arazzo (Palazzo Comitini) e un affresco (Villa Igiea). Altre riproduzione del Genio – alcune delle quali persino accanto a Santa Rosalia – sono andate certamente perdute negli anni…

Testo raccolto e commentato da Germano Scargiali
(Fonte principale, Historie siciliane di Salvo Di Matteo, ediz. Ila Palma)
Nota. Il centro storico, che coincide con la città murata (quella entro le ultime mura cittadine), lo si voglia o no, con la Ztl e le pedonalizzazioni, non è più una “realtà vissuta” come dovrebbe essere una vera città. Ciò avviene con grave nocumento per la qualità dei luoghi: “ci devi andare in visita”, quasi fosse, come avviene per vari centri abitati – quali Venezia e Taormina – come una sorta di Disneyland. Non ci incontri più le persone, i negozianti d’un tempo, né i loro discendenti. Così anche la Vucciria è diventata un “nulla“. Gli stessi turisti, spaesati, vi cercano l’intensità umana del quadro di Guttuso. Invano. Quel famoso venditore di pesce spada è andato via da tempo in zone più popolate, più vissute, più percorse dalla “gente vera”. Incredibilmente vi si trovano spezie orientali, in gran parte sconosciute alla cucina tradizionale palermitana, vendute da extracomunitari. Il centro storico è reso quasi irraggiungibile dall’assenza di parcheggi e di adeguati servizi bus o di tanto progettati taxi collettivi. Solo iniziative sporadiche, estranee all’uso quotidiano. Il tutto sull’altare di un improbabile inquinamento. La brezza giornaliera di mare, le perturbazioni da Sferracavallo, le brezze notturne di monte, ripuliscono il centro urbano. E’ ovvio che, se le famose colonnine dicono il contrario, vuol dire che esse sono mal poste e mal tarate… Viceversa le città a clima continentale e senza neppure un fiume, come Milano o Madrid, dovrebbero essere evacuate. Ma agli errori ideologici dell’amministrazione comunale, si aggiungono le sommarie e non attagliate regole europee. Del patrimonio storico si perde l’aspetto principale: il contenuto umano, sociale e civile. Si ottunde la tradizione. E’ sotto gli occhi di tutti che una città “troppo pedonalizzata” e senza parcheggi, essendo l’auto un accessorio da tempo indispensabile alla vita attiva, stia generando molte autentiche mostruosità civili, ma anche contrarie ad una logica illuminata e moderna che l’urbanistica aveva pur accarezzato nei decenni passati… (G.Scargiali)







