È questo l’ennesimo tracollo, l’ennesimo cedimento della valorosa e geniale industria italiana?
Abbiamo perso anche la nostra brillante industria automobilistica da alcuni anni unica erede di prestigiosi marchi quali: Ferrari, Lancia, Alfa Romeo, Maserati. Se ne vanno così più di cent’anni di storia e di fulgide tradizioni dopo anni di cassa-integrazione alle spalle dei contribuenti italiani? Resterà l’Italia orfana degli ultimi suoi gioielli per divenire l’unica potenza mondiale senza un’azienda automobilistica? E che ne sarà dei tanti lavoratori che ancora oggi lavorano in quella che un tempo fu la FIAT?
Sogno, aspirazione e sostegno per i tanti italiani del miracolo economico. Certo i tempi cambiano, le leggi del mercato dominano, ma dobbiamo essere sempre noi a soccombere preparandoci a defungere insieme a quell’ILVA di cui si tanto si parla e sparla in questi giorni? Ultima di tanto spreco e inefficienza?
Sono queste alcune delle domande che i più si pongono di fronte all’annuncio del “matrimonio” tra FCA e PSA.
John Elkann sarà il presidente mentre Carlos Tavares l’amministratore delegato. I consigli di amministrazione di Psa e FCA avrebbero dato il via libera. Psa (che riunisce tra gli altri i marchi Peugeot, Citroen e Opel) dovrebbe avere sei posti nel consiglio di amministrazione, mentre a Fca (Fiat Spa-Chrysler Group) ne andrebbero cinque.
La sede sarà in Olanda e la società sarà quotata a Milano, Parigi e New York. L’aggregazione creerebbe il quarto costruttore automobilistico al mondo per vendite annuali (8,7 milioni di veicoli) con 170 miliardi annui di ricavo. Gli azionisti incassano un premio di 6,7 mld e un dividendo straordinario di 5,5 mld, ma gli italiani pagheranno il prezzo delle sinergie.
Infatti, a dire il vero, è logico pensare che, se il compratore (Psa) liquida al venditore un cedolone da 5,5 miliardi significa che sarà lui a tirare lefila… In pratica la Peugeot si è comprata la Fca pagando un premio del 25-32% agli azionisti e così temiamo che, a seguito della transazione, L’Italia abbia perso la sua centenaria industria dell’auto seguendo gli interessi di miserabili leadership nostrane.
Il Ceo Tavares a breve comincerà a ristrutturare, ad eliminare sovrapposizioni, in particolare tra i modelli medio piccoli che francamente saranno in eccesso. E il loro Tavares, dovendo scegliere tra uno stabilimento in Francia o in Germania, e uno in Italia, avendo un azionista che si chiama Macron e un accordo con la Merkel, dove pensate taglierà? La maggioranza dei sindacati francesi del gruppo PSA ha già espresso il proprio favore alla fusione con la Fiat Chrysler…
Guido Francesco Guida
Nota
Certo, si rimane sbigottiti che, dopo aver letto nelle sedi Fiat il gran nome della Jeep (successo di Marchionne), adesso non sappiamo più se, tifando Ferrari, tiferemo italiano…
Occorre però, abituarsi alla nuova realtà – forse spoetizzante – che fa sì che i confini fra gli stati non abbiano più il significato di una volta. E non solo all’interno dell’UE. Il nuovo gruppo automobilistico – esempio eclatante – si divide fra Italia, Francia Germania e Stati Uniti. Ma la Peugeot montava già motori Fiat e produce un’utilitaria assieme alla Toyota. In realtà, la Peugeot, come l ‘Opel (ma anche la Volvo) fabbrica “in casa” poco e niente: monta pezzi acquistati in giro per il mondo. Spesso da “terzisti” italiani. L’Italia – come abbiamo saputo e pubblicato da documenti della fiera di Dusseldorf – segue, per produzione manifatturiera, di pochissimo la Germania. Ciò avviene da pochi anni e non si spiega- neppure in alto loco – come, producendo per la Germania tutte le lamiere (a Taranto fino ieri) ed essendo la prima d’Europa anche per estrusi d’alluminio – senza sfiorare quei settori che le sono propri, come la moda, il turismo, la gastronomia, il vino – che, cresca ameno dell’1%…
Forse dobbiamo cercare nei misteri del bilancio dell’Ilva (andava meglio con i “cattivi” Riva). Oppure in quelli dell’Alitalia che, pur disponendo delle linee da Milano e Roma per la Sicilia – le più redditizie d’Europa e gestendole in modo storicamente “mafioso” presenta un grande passivo…
Le nazioni e le nazionalità – comunque – si scolorano, specie sul piano commerciale, dove regnano le multinazionali. Più fabbriche similari unite godono di enormi economie di scala: possono progettare un solo motore e montarlo tutte, per esempio. Persino lo sterzo e la manopola del cambio (sembrano particolari irrisori ma non lo sono) possono essere ordinati in massa a dei terzisti… Le reti di vendita collaborano, godendo su una presenza capillare sui vari mercati…
La politica industriale, rispetto al benessere locale, ai posti di lavoro e simili va politicamente e amministrativamente trasformata. Probabilmente dovranno nascere nuove, inedite “politiche del territorio“. Perché l’aspetto più triste di ciò che è già avvenuto alla Fiat è che, a Mirafiori, non meno che a Termini Imerese, regni lo sfacelo…
Gli interessi delle grandi aziende volano troppo in alto. Neppure si accorgono – o fingono di non accorgersi – di schiacciare gli individui e intere categorie si dipendenti: manager, impiegati, operai… Ciò che conta è il risultato aritmetico di operazioni con il segno più e meno e il responso degli studi di marketing e di organizzazione e costo del lavoro.
E’ il territorio che deve “difendersi”, assumendo il ruolo di azienda, di impresa di se stesso. Il compito, lo si voglia o no, spetterà alla politica. La sola a dare voce ai cittadini che vivono in un territorio.
Qualcuno ,purtroppo, considerata la qualità della politica in Italia, dirà di certo:”stiamo freschi!” (Germano Scargiali)







