SARS COVID-19: come affrontarla, quali prospettive.
Intervista raccolta e commentata dal Dr. Guido Francesco Guida (Dirigente cardiologo Ospedale Guadagna)
… continua dal 16 marzo (seconda e ultima parte).
Prosegue l’intervista all’infettivologo palermitano Pasquale Quartararo.
Perché alcuni casi di COVID-19 evolvono in forme cliniche severe ed in che percentuale in rapporto all’età?
Gli individui di qualsiasi età possono acquisire una infezione grave da SARS-CoV2 con sindrome respiratoria acuta, sebbene gli adulti di mezza età e più anziani siano i soggetti più colpiti. In diverse coorti di pazienti ospedalizzati con COVID-19 confermata, l’età mediana variava da 49 a 56 anni. Nel rapporto dei CDC cinese l’87% dei pazienti aveva un’età compresa tra 30 e 79 anni. L’età più avanzata era anche associata ad un aumento della mortalità, con un tasso di mortalità dell’8% e del 15% tra quelli di età compresa tra 70 e 79 anni e 80 anni o più, rispettivamente. La maggior parte delle infezioni da SARS-CoV2 non è grave, sebbene molti pazienti abbiano una malattia critica. In particolare, in una casistica di circa 44.500 infezioni confermate in Cina, sulla stima della gravità della malattia:
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Dati statistici
- l’81% dei casi ha riportato una forma lieve;
- una malattia grave (con dispnea, ipossia, coinvolgimento polmonare > 50% all’imaging entro 24-48 ore) è stata riportata nel 14% dei casi;
- la malattia critica (con insufficienza respiratoria, shock o disfunzione multiorgano) è stata riportata nel 5% dei casi.
Il tasso di mortalità complessiva della casistica cinese era del 2,3%. La maggior parte dei casi fatali si è verificata in pazienti con età avanzata o co-morbidità mediche sottostanti.
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Le forme severe di COVID-19 devono necessariamente essere trasferite nei reparti di terapia intensiva?
Tutti i pazienti che manifestano una Infezione respiratoria acuta grave (SARI) e/o Sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS), che non mantengono una Sat. O2 > 90% in O2-terapia in maschera a 5 L/min ed una frequenza respiratoria < 35 atti/min e/o segni di Shock (Lattati > 4 mmol/L), necessitano di una ospedalizzazione in aree ad elevata intensità di cure (UTI) e necessitano di supporto ventilatorio fino all’ECMO in caso di ipossia refrattaria alla ventilazione meccanica invasiva, su indicazione del rianimatore responsabile. Trattasi di pazienti con uno score di instabilità clinica di MEWS >4, che presentano una Sindrome da Distress respiratorio acuto (ARDS), o una insufficienza respiratoria grave o evidenza di rapido peggioramento – distress respiratorio, ipotensione-shock cardiocircolatorio, disfunzione multiorgano (MOF), alterazione dello stato di coscienza.
Vari tipi di terapie?
Le terapie dipendono dal deficit che fa registrare il paziente. Per sostenere la funzione respiratoria, si possono usare strumenti di ventilazione non invasiva, come le maschere facciali o i caschi. Nei casi di insufficienza più grave, occorre invece intubare il paziente. In ultima istanza si può infine ricorrere alla circolazione extracorporea (ECMO). Al di là del supporto respiratorio, in terapia intensiva si garantisce anche un’assistenza continua per alimentare i pazienti, somministrare i farmaci e garantire, se necessario, il deflusso di liquidi dal cervello, dal torace e dall’addome.
Qual è la disponibilità, in termini di posti letto, in Italia ed in Sicilia delle unità di terapia intensiva cardio-respiratoria?
Stando ai dati della Protezione civile un italiano ogni dieci contagiati dal virus finisce poi con lo sviluppare infezioni gravi dell’apparato respiratorio tale da metterne a rischio la sopravvivenza. Entro la fine del mese il numero dei posti letto in terapia intensiva nelle terapie intensive italiane dovrebbe salire a circa 6100 unità con un incremento di circa il 20% del totale. Si tratta solo di un primo parziale risultato che mostra bene la corsa che gran parte delle Regioni stanno facendo per allestire nuovi posti di terapia intensiva per far fronte all’emergenza coronavirus. Infatti sono proprio ventilatori, macchine per la respirazione artificiale e sistemi di isolamento biologico la linea di difesa più efficace contro il virus. Per questo, al primo posto degli interventi previsti dal nuovo decreto di spesa del governo c’è il potenziamento dei servizi di terapia intensiva.
Ci parli di un problema saliente, il numero dei posti letto disponibili…
Prima dell’inizio della crisi in Italia c’erano 5090 posti letto in totale tra strutture pubbliche e private con un rapporto di 12 a 1 in favore del Servizio Pubblico. Ora, secondo la circolare emanata dal Ministero della Salute lo scorso 4 marzo, il numero dei posti letto dei reparti di terapia intensiva nei diversi ospedali deve aumentare del 50%, ovvero di altri 2500 unità circa. Di questi, almeno 1210 nuovi posti dovrebbero essere disponibili già a partire dalla fine del mese con diverse regioni che hanno già completato una prima fase di potenziamento. Come per esempio la Lombardia, che è passata da circa 900 a 1067 nell’arco di poche settimane, o come l’Emilia Romagna che ha allestito già altri 211 posti di terapia intensiva portando il totale dei letti disponibili a circa 650.
E in Sicilia?
In totale la Sicilia prima dell’inizio della crisi disponeva di 392 posti letto di terapia intensiva, di cui 50 in isolamento. L’assessorato regionale alla Salute ha messo in campo tutte le sue forze per la lotta al propagarsi del Coranavirus, a partire dai cosiddetti ‘Covid hospital’, totalmente dedicati a gestire l’emergenza. Al Civico di Palermo sono 18 i posti di rianimazione dedicati a pazienti colpiti dall’infezione. Previsti in totale altri 150 posti-letto di terapia intensiva. E’ stato messo a punto un piano che dovrebbe consentire entro una settimana di avere 1.000 posti letto per poter eventualmente ricoverare pazienti con Coronavirus.
E il nuovo ospedale di Partinico?
L’ospedale di Partinico sarà interamente destinato ad accogliere i pazienti. In tempi brevissimi ci saranno due reparti di terapia intensiva, di cui uno a pressione negativa. Disponibili 24 posti letto di terapia intensiva e quattro di sub-intensiva, già acquistate le apparecchiature. Da sabato, il quinto piano della struttura potrà accogliere altri 32 posti letto da destinare a pazienti affetti da coronavirus.

In altri termini la sanità siciliana sarebbe pronta a far fronte, con le proprie risorse, ad una diffusione della malattia simile a quella che è avvenuta nelle originarie aree rosse lombarde?
Negli ultimi anni nelle terapie intensive ci si è concentrati sull’assistenza ai pazienti traumatizzati o colpiti da eventi cardio e cerebrovascolari. Quanto alle infezioni, oggi si pone molta più attenzione alle complicanze delle infezioni ospedaliere. Ma le malattie infettive contagiose esistono ancora, come ci sta dimostrando l’esperienza Coronavirus.
Oggi siamo difronte ad una corsa contro il tempo. Con l’aumentare dei casi di Covid-19, si stanno convertendo altri reparti in unità di terapia intensiva. Per compiere questa transizione occorrono gli spazi, innanzitutto, tutte quelle attrezzature che non sono presenti nella struttura di partenza e poi il personale. Nessun reparto di terapia intensiva è pronto ad accogliere un paziente affetto da Covid-19, perché servono stanze singole, a pressione negativa e con un flusso di sanificazione dell’aria unidirezionale. In emergenza, non è pensabile ricoverare pazienti infetti in una terapia intensiva che ne ospita altri in condizioni precarie per cause diverse, perché si correrebbe il rischio di favorire i contagi all’interno dell’ambiente ospedaliero. Per questo si sta provvedendo a trasferire i pazienti con altre malattie che richiedono cure intensive in strutture diverse da quelle individuate per il trattamento di Covid-19. In questo modo si liberano posti che potranno tornare utili per fronte a un eventuale aumento dei pazienti alle prese con le forme di polmonite più severa.
Quale la realtà delle strutture sanitarie in Sicilia?
Le strutture sanitarie siciliane dispongono di 247 posti letto nei reparti di Malattie infettive, oltretutto concentrati soprattutto nella provincia di Catania (71 posti letto) e Palermo 74 posti letto, quasi già saturi prima della pandemia. E la distribuzione non è omogenea sul territorio: Enna e Caltanissetta contano appena 12 posti ciascuno, nella provincia di Ragusa sono 25 e in quella di Messina 30, Agrigento non ha un reparto di Malattie infettive, 2 posti li ha a disposizione Trapani, 18 la provincia di Siracusa. Solo il 25% dei posti-letto però è a pressione negativa e idoneo per l’isolamento respiratorio. Da qui il varo di queste disposizioni volte a creare i ‘Covid hospital’, totalmente dedicati a gestire l’emergenza da Covid-19 per un totale di altri 150 posti-letto di terapia intensiva e di 1.000 posti letto per poter ricovero ordinario.
Le misure ministeriali finora adottate saranno efficaci? Sono state tardive?
Nel nostro Paese erano stati attivati sin dall’inizio della crisi scanner termici negli aeroporti per controllare la temperatura dei viaggiatori in arrivo dalle zone a rischio, e da inizio febbraio erano stati sospesi i collegamenti aerei con Cina, Hong Kong, Taiwan e Macao. Ma ci eravamo dimenticati della possibilità di arrivare in Italia attraverso altre rotte considerate non a rischio.
Quali provvedimenti ha adottato il governo?
Il 31 gennaio il Consiglio dei Ministri aveva dichiarato lo stato di emergenza per la durata di 6 mesi, affidando al Capo del Dipartimento della Protezione Civile, Angelo Borrelli, il coordinamento degli interventi necessari a fronteggiare l’emergenza sul territorio nazionale. Successivamente, con l’aggravarsi dell’epidemia, il Consiglio dei Ministri del 22 febbraio ha decretato una prima serie di misure di urgenza (in gran parte focalizzate sui Comuni coinvolti ma anche di portata nazionale, come la sospensione delle gite scolastiche) finalizzate a limitare l’estensione del contagio.
Un secondo decreto in data 4 marzo ha esteso a tutto il territorio nazionale una serie di misure per il contenimento della diffusione del virus, che comprendono la chiusura in via cautelativa di tutte le scuole e università, lo stop a manifestazioni sportive, eventi culturali e in generale a qualsiasi situazione che comporti “affollamento di persone tale da non consentire il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale”. Un terzo decreto del Consiglio dei Ministri emanato l’8 marzo ha esteso le misure più severe di contenimento del virus all’intera Lombardia e a 14 province ad elevata incidenza di Covid-19. Il giorno successivo, 9 marzo, un quarto decreto (DPCM) ha esteso le medesime norme all’intero territorio nazionale.
Sicuramente alcune misure sono state prese tardivamente e in più momenti è regnata tanta confusione in ambito governativo. Abbiamo assistito anche a grandi spostamenti di persone dalle regioni del nord verso sud…Speriamo che i cittadini che si sono auto-registrati sul sito www.costruiresalute.it della Regione Sicilia e quelli che si sono volatilizzati abbiano il buon senso civico di attenersi alle misure di quarantena suggerite.
Una conclusione al riguardo?
Forse si poteva fare di più, ma adesso dobbiamo restare uniti per arrestare l’avanzata di questo nostro nemico, perché una cosa è certa, siamo in guerra e stiamo combattendo su diversi fronti.
Esistono nuovi farmaci per curare e/o modificare il decorso della malattia?
Sono due le linee principali su cui è impegnata l’unità di crisi costituita da AIFA per l’emergenza COVID-19…
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Linee di farmaci indicati dal Dott.
- Farmaci in uso “off label”, in considerazione del fatto che nell’emergenza gli ospedali fanno ricorso a protocolli che prevedono l’uso off label di medicinali in commercio in Italia.
- Ricerca e sviluppo/accesso ai farmaci sperimentali. In considerazione dei riscontri registrati per alcuni prodotti farmaceutici in fase di sperimentazione, si è così proceduto all’uso compassionevole per i farmaci Remdevisir e Tocilizumab.
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I farmaci e le cure sono,dunque differenziate paziente per paziente?
Sia in Cina che in Italia, ma anche in altri Paesi, i pazienti vengono trattati per un ciclo di 28 giorni con la combinazione Lopinavir/ritonavir, antivirali inibitori della proteasi utilizzati a lungo nella terapia dell’Aids. Ad essa può essere aggiunta la clorochina, un farmaco anti malaria. Un’altra possibilità che si sta rivelando interessante è rappresentata da Remdesivir, farmaco non ancora in commercio (quindi somministrabile solo in via compassionevole) sviluppato come farmaco anti virus Ebola. La molecola potrebbe essere in grado di bloccare la replicazione del coronavirus, dando un segnale di «fine catena». Tutti gli antivirali fin qui descritti vengono usati al momento in via sperimentale. In tempi brevi partiranno degli studi controllati volti a dimostrare la loro reale efficacia nella Covid-19.
Differenze fra ospedali e ospedali?
In più ospedali italiani (per esempio Milano, Napoli, Bergamo) i medici stanno iniziando ad usare il Tocilizumab, farmaco biologico che blocca gli effetti dell’interleuchina-6 nei pazienti con artrite reumatoide. L’interleuchina-6 (proteina prodotta dal sistema immunitario) è parte della cosiddetta “tempesta citochinica” che si verifica nei casi più gravi dell’infezione. Tocilizumab è, almeno teoricamente, in grado di bloccarne l’eccesso, aiutando così il paziente a uscire dalla fase più critica. Non essendo un antivirale, non ha effetto diretto contro il microrganismo.
Cosa ne pensa dei farmaci antiretrovirali, della clorochina, dell’anticorpo monoclonale tocilizumab e di un possibile ruolo negativo degli ACE-inibitori /spartani?
Svariati studi preliminari indicano che alcune molecole potrebbero avere effetto contro il SARS-CoV2. Pensato e testato per combattere il virus Ebola, Remdesivir si sta dimostrando in queste ore una delle armi con cui i medici possono combattere il nuovo coronavirus. Si tratta di uno dei pochi farmaci per cui sussiste un’evidenza sperimentale di possibile efficacia, almeno in modelli di laboratorio, nei confronti dei coronavirus, per sperimentazioni fatte sul virus della Mers. Il suo uso, così come quello di tutte le altre molecole impiegate, è “compassionevole”: il farmaco, cioè, non è stato studiato per curare Covid-19, ma viene usato per il trattamento in emergenza di singoli pazienti in gravi condizioni e senza valide alternative terapeutiche perché ha dimostrato in maniera empirica di avere una qualche efficacia. Lopinavir/Ritonavir, combinazione di due farmaci antiretrovirali contro l’HIV, è stata usata nel 2004 durante l’epidemia di SARS, ed è stata sperimentata su diversi pazienti a Wuhan, insieme ad una dose di interferone alfa.
Effetti collaterali?
L’effetto collaterale più comune registrato nel corso della terapia con lopinavir/ritonavir è la nausea e la diarrea, quest’ultima raramente di intensità tale da richiedere la sospensione del trattamento. Altri eventi relativamente comuni sono il dolore addominale, l’astenia, il vomito, la cefalea e, in genere nei bambini, il rash cutaneo (cambiamento del colore e dell’aspetto della pelle associato a un’irritazione o un rigonfiamento della pelle, ndr). In alcuni soggetti sono stati segnalati alcuni casi di ipertrigliceridemia e pancreatite.
Altri farmaci già in uso e in divenire?
Una delle prime molecole utilizzate nella lotta al coronavirus è un vecchio farmaco antimalarico, la clorochina. Oltre ad essere attiva per questa malattia, diverse ricerche hanno dimostrato che la clorochina ha un’attività antivirale, soprattutto nei confronti dei retrovirus e dei coronavirus. La peculiarità della clorochina è quella di impedire l’assemblaggio di alcune proteine virali inibendo il legame tra i diversi carboidrati presenti su queste strutture. Il risultato finale è l’impossibilità per il virus di portare a termine la sua replicazione. Nell’attuale pandemia la clorochina, in esperimenti in vitro, si è dimostrata efficace nell’impedire al coronavirus di infettare le cellule dell’ospite. Sperimentata nei malati cinesi, ha portato ad un netto miglioramento della sintomatologia e nella riduzione del periodo di degenza.
Quale l’ultima novità?
L’ultimo entrato nella rosa delle terapie anti Covid è il Tocilizumab. E’ un farmaco che viene utilizzato in oncologia per la sua capacità di incidere sulle infiammazioni polmonari. Per la Covid-19 viene impiegato off label, vale a dire fuori delle indicazioni, in combinazione con i trattamenti antivirali. Lo scopo è di intervenire esclusivamente sulla polmonite che è la causa della morte di molti pazienti. Paolo Ascierto, direttore dell’oncologia del Colli Vincenzo di Montesarchio e gli infettivologi del Cotugno lo hanno provato su 10 malati con buoni risultati già nelle prime 24-48 ore dal trattamento tanto da indurre i medici a pensare di estubare il paziente. Un’ottima notizia che mostra come il farmaco contribuisca a migliorare la ripresa funzionale del polmone in modo tale da poter liberare posti letto nelle le terapie intensive… Stesso esito anche al San Martino di Genova ed in altri centri. L’agenzia italiana del farmaco sta per dare il via alla sperimentazione di Tolicizumab, prodotto da Roche.
Particolari precauzioni per i cardiopatici?
Per quanto riguarda ACE-inibitori e sartanici, i pazienti ipertesi non devono sospendere le cure come confermato dalla Società Italiana per lo studio dell’ipertensione e la Società italiana ed europea di cardiologia. Allo stato attuale, la supposizione che il virus “sfrutterebbe” l’enzima ACE2 per entrare nelle cellule dei tessuto cardiaco e polmonare rappresenta un’ipotesi di ricerca che, in assenza di dati raccolti sull’uomo, non deve indurre a variare il trattamento antipertensivo.
Perché così tanti casi in Italia?
Da noi si è verificata la situazione più sfortunata possibile, cioè l’innescarsi di un’epidemia nel contesto di un ospedale. Non è affatto detto che in altri Paesi non possa capitare la stessa cosa. In questi casi un ospedale si può trasformare in uno spaventoso amplificatore del contagio, se la malattia viene portata da un paziente per il quale non sembra esistere un rischio correlato, quale il contatto con altri pazienti con la medesima patologia oppure la provenienza da un Paese significativamente interessato dall’infezione.
Quando è iniziata la diffusione del virus in Italia?
Comunque i dati epidemiologici fanno pensare che il virus ha cominciato a circolare in Italia alla fine di gennaio e si è ampiamente diffuso, restando sotto traccia, soprattutto nella cosiddetta zona rossa della Lombardia. Il virus ha serpeggiato finché tutte le infezioni della prima ondata destinate ad aggravarsi sono arrivate all’attenzione del Servizio sanitario nazionale. Ma si è trattato di una situazione casuale che sarebbe potuta avvenire in altre parti del mondo. Nelle settimane precedenti al manifestarsi del focolaio diversi pazienti in condizioni gravi sono stati ascritti a complicanze delle patologie di stagione, ma probabilmente la causa era il Sars-Cov-2.
Perché proprio l’Italia è stata penalizzata da questa malattia?
Al momento non sappiamo perché in l’Italia si sia verificato il picco di contagi e non siamo riusciti a ricostruire le tappe dell’arrivo dell’infezione, perché nei primi tempi non si è attivato il tracciamento dei casi con sintomi respiratori. I controlli venivano riservati a chi proveniva dalla Cina (come nel caso dei primi due pazienti ricoverati allo Spallanzani) o aveva avuto contatti con cinesi. Da metà gennaio sono cominciati a vedersi casi di polmoniti complicate, forse provocate dal nuovo virus. Non può essere esclusa anche la presenza di uno o più super diffusori: soggetti in cui il microrganismo si replica in quantità tale da poter infettare molte persone in tempi brevi.
Circolano altri tipi di influenza?
Sì. Peraltro va detto che l’epidemia ha coinciso con un’epidemia influenzale caratterizzata soprattutto dai virus H1N1 e N3N2, che danno effetti respiratori pesanti. Credo che anche in Cina ci sia stata inizialmente una difficoltà legata a questo aspetto: alcuni pazienti possono essere stati ritenuti erroneamente vittima di patologie stagionali.
Quali misure d’igiene adottare rientrando a casa dopo essere stato fuori per necessità e/o per lavoro?
Lavarsi bene le mani è un gesto responsabile, verso se stessi e verso gli altri. E’ una buona norma che si dovrebbe osservare sempre, ma in questi giorni delicati è quanto mai necessario rispettarla. Le mani, infatti, vengono a contatto con diverse superfici e/o altre persone, e questo le rende la sede perfetta per il proliferare di patogeni, responsabili di raffreddori e altre infezioni.
Raccomandazione
E’ importante eseguire più volte al giorno l’accurato lavaggio delle mani, correttamente e con i prodotti idonei, in modo da ridurre il più possibile il rischio di contagio e la diffusione del Coronavirus…
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Ricambi dell’aria
- Garantire un buon ricambio d’aria in tutti gli ambienti.
- Aprire regolarmente le finestre scegliendo quelle più distanti dalle strade trafficate.
- Ottimizzare l’apertura in funzione delle attività svolte.
Pulizia
- Pulire i diversi ambienti, materiali e arredi utilizzando acqua e sapone e/o alcol etilico 75% e/o ipoclorito di sodio 0,5%.
Impianti di ventilazione a casa
- Pulire regolarmente le prese e le griglie di ventilazione dell’aria dei condizionatori con un panno inumidito con acqua e sapone oppure con alcol etilico 75%.
- Pulire regolarmente i filtri.
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E le superfici? come disinfettarle?
Le superfici più esposte al virus sono quelle toccate con più frequenza da un maggior numero di persone, come le maniglie delle porte, le pulsantiere dei citofoni o degli ascensori o i sostegni sui mezzi di trasporto. In ufficio invece si può trattare di stampanti o di scrivanie.
Tra i suggerimenti del Ministero della Salute, c’è quello di utilizzare disinfettanti per pulire tutte le superfici con cui veniamo in contatto. Questi prodotti infatti sono in grado di distruggere il Coronavirus, annullando così la loro capacità di infettare le persone. Il consiglio quindi è quello di preferire disinfettanti contenenti alcol (etanolo) al 75% o soluzioni di acqua ossigenata allo 0,5% o di candeggina (sodio ipoclorito) allo 0,1%. Per ottenere il massimo risultato è necessario lasciare agire il prodotto qualche minuto (dai 5 ai 15 minuti) e non risciacquare immediatamente. Inoltre, è molto importante disinfettare con frequenza gli oggetti di uso quotidiano e con i quali si è sempre a contatto, come PC, smartphone e tablet.
Un rialzo della temperatura con l’inizio delle stagioni più calde ridurrà il contagio e, quindi, la malattia?
Non possiamo sapere con certezza quando finirà l’emergenza Covid-19. La speranza è che, come accade con gli altri virus, l’aumento delle temperature porti alla progressiva scomparsa del nuovo coronavirus. I virus solitamente sono più aggressivi quando le temperature sono basse. Quando fuori ci sono dai 4° ai 10°C, ad esempio, riescono a diffondersi e a passare da un ospite all’altro più facilmente e quindi riescono a sopravvivere. È così per esempio per i virus influenzali. Si spera quindi che con l’arrivo del caldo primaverile l’emergenza rientri fino a quasi scomparire in estate.
CONCLUSIONI: L’EREDITA’ DI QUESTA ESPERIENZA
Nel 2021 cosa resterà di questa esperienza?
Premesso che a risolvere le emergenze sanitarie non siamo chiamati solo noi addetti ai lavori e le istituzioni, ma ciascuno di noi, la prima osservazione che mi viene in mente è che l’avevamo dimenticato. Nel nostro mondo fatto di acqua pulita e cibo sicuro, di pratiche igieniche quotidiane, di antibiotici e di vaccinazioni disponibili per tutti, ci eravamo dimenticati che le malattie infettive rappresentano ancora uno dei grandi rischi per la salute globale.
Spero che di tutto ciò resti la consapevolezza di dovere ristrutturare tutto il nostro sistema sanitario, di non sottoporlo a tagli scriteriati ma bensì di ricostruirlo, sostenerlo e potenziarlo dopo decenni di politica sanitaria scellerata. Solo oggi la politica si accorge che mancano i posti-letto, mancano le strumentazioni rianimatorie, manca il personale sanitario.
Tutto questo non deve farci dimenticare che le malattie infettive non sono una branca specialistica di serie B della medicina, perché una cosa è certa, le patologie derivate da infezioni non sono scomparse e che una nuova pandemia è sempre dietro l’angolo in questo nostro mondo globalizzato.
Sarà impossibile dimenticare questa esperienza, di come una infezione causata da un agente patogeno nuovo, immaginata inizialmente come lontana, che non poteva coinvolgerci, sia stata capace di mandare in ospedale e in terapia intensiva più persone di quanto sistemi sanitari d’eccellenza, come quello lombardo, veneto ed emiliano-romagnolo potessero accogliere portandoli al collasso, con la perdita di vite non solo tra la popolazione, ma anche tra il personale sanitario che con spirito di abnegazione e coraggio, a fronte della mancanza anche dei dispositivi di protezione adeguati, non si è lasciato prendere dal panico e soprattutto non ha abbandonato i pazienti.
Infine, non dimentichiamo di come siamo stati proiettati in un mondo che fatichiamo a riconoscere fatto di emergenze e di strade vuote, di come abbiamo dovuto cambiare all’improvviso le nostre abitudini di vita, e di come è cresciuta la nostra insicurezza e le nostre paure, paure di essere infettati e di infettare i nostri cari.
Non possiamo più permetterci il lusso di farci trovare impreparati di fronte ad una nuova esperienza di tale portata.
(Intervista raccolta dal Dott. Guido Francesco Guida cardiologo)
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Nota
Ci teniamo a precisare alcune caratteristiche di questa pandemia. A differenza di un’epidemia di colera, provocata da batteri, questa epidemia ‘virale’ si espande trasformandosi in pandemia. Ma questo avviene ogni anno con le comuni influenze.
Il colera è invece un’epidemia confinata in zone ristrette o relativamente ristrette.
La pandemia in corso è simile al diffondersi dell’Ebola e dell’Hiv. Le norme igieniche, esagerate perché male interpretate da molte persone, vanno seguite – razionalmente – anche per questi terribili ‘morbi’.
Mentre le infezioni microbiche si diffondono anche nelle acque. I virus, come il Covid 19, non ‘viaggiano’nelle acque,a partire da quelle potabili di cui -al riguardo – ci si può assolutamente fidare. Per inciso, anche le affezioni microbiche si rendono pericolose solo in caso di epidemie in corso. L’eccesso di igiene, dovuto ai ‘santi’ insegnamenti di Pasteur non devono essere ‘coniugate’ al di là di quanto Pasteur stesso e gli altri scienziati (benefattori dell’umanità nei nostri libri alle elementari) abbiano insegnato. Un eccesso di igiene, iniziato da bambini può trasformarsi in una maggiore vulnerabilità di fronte agli inevitabili contatti che, prima o poi, avvengono con i germi. Non dimentichiamo che ogni guarigione dipende – alla fine – dall’attivarsi del sistema immunitario di ciascuno – agli anticorpi in buona parte anche naturali e individuali – o, in ogni caso, le condizioni personali contribuiscono in modo determinante alla guarigione.
Germano Scargiali
Nota 2
Una volta per tutte: come nasce l’acronimo Covid-19? Sta per Corona virus disease 2019. SARS invece sta per Severe acute respiratory syndrome. Anche il Covid-19 è una Sars. Come si vede, anche in questo caso, c’è ben poco di nuovo sotto il sole: è un’influenza grave, non è la peste. Questa è una malattia batterica e, come tale, molto più contagiosa di una virale.
La peste sbarcò in Europa col nome di peste nera. Fu una pandemia, quasi sicuramente di peste polmonare. Nacque, forse, nel 1346, XIV Sec nel nord della Cina e, attraverso la Siria, si diffuse in fasi successive alla Turchia per poi raggiungere la Grecia, l’Egitto e la Penisola balcanica. Nel 1347 arrivò in Sicilia e da lì a Genova e poi nella Lombardia e in tutta Europa. Si ripeté nel 1600, XVII Sec (descritta dal Manzoni) sotto forma bubbonica. In tali epidemie la mortalità andava dal 50% al 60% e oltre, dopo aver colpito gran parte della popolazione. Le conseguenze economiche furono sempre disastrose. In qualche caso vennero incolpati gli ebrei e perseguitati. Altri ritenevano il tutto …un castigo di Dio. Per cui nacquero anche delle sette in contrasto con la Chiesa ufficiale.







