Mi trovavo a Milano e ho raccontato che, fino agli anni 90’, lavoravamo in un’azienda di famiglia con una dozzina d’operai, ma avevamo dovuto “chiudere battenti”. Per fortuna avevo l’attività di giornalista e mia moglie insegnava al liceo…”
“Dodici operai? – mi chiede ironicamente l’amico meneghino – ma anche qui le aziende con dodici operai non sono che un ricordo. Avreste dovuto averne centoventi per avere ancora qualche possibilità d’essere attivi e, forse, neppure…”
Il motivo che ha fatto la differenza, fra gli altri è che, di fatto, se non di diritto – in quella mini azienda noi dovevamo rispettare l’identico contratto metalmeccanici della grande industria. Non era facile, ad ogni autunno, persino venirne in possesso: c’era un piccolo ufficio in via Duca della Verdura a Palermo e mi consegnavano degli appunti a penna su un ‘fogliaccio’. Un errore, anche piccolo nell’applicazione di quelle regole comportava l’esclusione ‘a posteriori’ dalla fiscalizzazione degli oneri sociali: un danno enorme. Era stato un provvedimento normativo che all’inizio sembrò miracoloso, ma presto venne annullato dall’Irpef ‘alla fonte’. L’Irpef ll. dd. (lavoratori indipendenti) in busta paga. Ebbene, non si poté togliere realmente quel denaro agli operai, ma si aumentò proporzionalmente la paga, decurtando, poi, l’aumento e spedendo quei denari …allo Stato.
Il secondo (o terzo) motivo era la necessità di anticipare l’Iva allo Stato entro 3 mesi. dalla ‘formale‘ fatturazione. Questa cifra (enorme) era praticamente irrecuperabile nel caso di insolvenza del cliente: in quella fornitura ci si rimetteva il capitale non recuperato e l’Iva che lo stato …tratteneva. E’ancora così!
Ma ce n’è un quarto: era praticamente impossibile disporre di un locale …in regola (non entriamo nei particolari) tranne a cambiare radicalmente costume di vita, andando in una lontana zona industriale. Forse ci saremmo ‘sobbarcati’… Ma precisiamo come non potessimo neppure essere più “artigiani” perché, essendo ormai una cooperativa (che avrebbe potuto garantire la sopravvivenza della ditta oltre la vita del titolare), diventavamo industria. Per essere artigiana una cooperativa dev’essere formata per intero da ex artigiani autonomi. MA COME LE PENSANO?
Per avere un locale ‘a norma’avremmo dovuto spendere almeno un miliardo di lire (sic!). Badate che non eravamo dei ‘peracottari’, ma persone di buona cultura. Tant’é che, quando si era trattato di avere finanziamenti in conto capitale o a fondo perduto, li avevamo ottenuti. Alle ripetute domande di aver concesso un capannone nelle zone industriali o artigianali (Termini, Carini), non ricevemmo mai nessuna risposta! Come se non avessimo mai presentato nulla!
A queste condizioni – tutt’oggi – fare impresa in Italia è follia. Chi ‘continua’ e ci riesce quasi sempre lavora ‘border line‘, intendendosi con questa questa espressione: evasione fiscale, falsa fatturazione, falso in bilancio… (Germano Scargiali)
Proseguiamo pubblicando lo sfogo appassionato, su questo tema, da parte di una nostra corrispondente volontaria dal Centro Italia. Vive fra Roma e l’Umbria.
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Un’azienda che era sull’orlo del fallimento è stata salvata dai dipendenti che hanno deciso di acquistarle …ripartire (non sempre l’operazione riesce, a meno che non sia presente in ditta anche qualche manager che si occupi di rapporti con il mercato e offra carisma verso l’esterno,ndr).
A Città di Castello (Umbria) un’altra azienda ha fatto lo stesso e i lavoratori si sono fatti coraggio e hanno rilevato l’azienda. A ricordo di tale impresa di successo tutti i lavoratori hanno fatuo un tatuaggio sul braccio con la scritta “uno per tutti tutti per uno”.
“Ci avevano detto – racconta uno dei lavoratori – che l’azienda avrebbe dovuto chiudere e abbiamo riacquistato l’azienda, avendo anche dei fondi. È stato un percorso con oneri ed onori”.
“All’inzio – prosegue il lavoratore – tra noi operai e impiegati c’erano delle perplessità che diamo riusciti a superare, essendo anche un bel gruppo di amici. Anzi, di conseguenza, anche la nostra amicizia si è rafforzata… È una azienda che lavora la ceramica e bisogna ricordare quell’arte vera e propria che c’è nella ceramica italiana…”
Come mai i lavoratori abbandonano l’Italia, dove c’è tanta bellezza? Si va, espatria, invece, dove i lavoratori trovano lavoro e dove le imprese, delocalizzando in altri territori stranieri, laddove – per crudele che sia – risparmia proprio sulla mano d’opera…
Ma è la denominazione d’origine che, al riguardo, andrebbe salvaguardata. Il prodotto deve essere realizzato a Città di Castello e non in Armenia. Ma non dobbiamo condannare le piccole aziende italiane che fanno Made in Italy all’estero.
Nel panorama delle piccole aziende e dell’artigianato italiano molte hanno saputo fare i conti con la globalizzazione e con la rivoluzione digitale, sia restando in patria, sia delocalizzando, almeno in parte, la produzione: se gli utili restano in Italia, del resto, ben vengano…
Non c’è crisi che non li tocca, non ci sono tavoli adeguati per l’artigianato e la piccola e piccolissima impresa. Invece, bisogna restituire incoraggiamento e fiducia alle tantissime piccole aziende che fanno intima parte del tessuto connettivo nazionale. Sono, inoltre, quelle in cui gli interessi dei lavoratori e dei datori di lavoro sono più vicini: quasi coincidono.
“Adesso – affermano Marco Brozzi, responsabile Risorse Umane presso Consorzio Formaggio Parmigiano Reggiano, e Cesare Fumagalli, presidente della confartigianato – in tutto il territorio italiano operano tantissime aziende artigianali. Queste ed altre piccole imprese del commercio, dei trasporti e dei servizi sono quelle che garantiscono il discreto tenore di vita che – nonostante le difficoltà – vediamo in Italia…”
Come si può mai pensare a negare a questo articolato e importante settore, che coinvolge tanti italiani, alacri come api e formiche, concreti aiuti economici e logistici?
Marisa Mauro
(Corrispondenze da Roma coordinate da Nino Macaluso)
Nota
Non ‘osiamo pensare‘ alle condizioni in cui si trovano adesso – in tempi di pestilenza – le piccole e piccolissime aziende, che sono di regola tutte ‘marginali’, hanno un utile ristretto e rischiano di andare in default di continuo, già in condizioni ‘normali’…
L’aziendina di famiglia di cui parlavo all’inizio, se avesse avuto un utile netto a fine anno del 10% sul volume delle vendite, ci avrebbe reso molto ricchi. Non si sapeva mai quanto ‘profitto’ rimanesse effettivamente disponibile nel corso di ciascun ‘esercizio’. Anche se nei non brevi anni del boom ci fu consentito di mettere all’attivo tre bei beni immobili (uno dei quali andò, poi, perduto e di acquistare alcune macchine da lavoro veramente efficienti e moderne. Il reparto falegnameria funzionò sempre acquistando i macchinari usati da falegnamerie ancora più piccole e più marginali che già…andavano chiudendo. Per precisare, non è vero che non ci fosse più mercato a causa della grande produzione in serie: l’artigianalità ‘paga’ per svariati motivi: prossimità alla clientela, lavorazione su misura, assistenza in loco, accurate rifiniture… E’ vero invece che una serie di leggi vennero fuori, tali da sembrare esser pesate per colpire i piccoli e piccolissimi imprenditori, il negozio d’angolo, i lavoratori autonomi etc…
Non è difficile ritenere che ‘il potere’ abbia favorito deliberatamente la grande impresa e la grande distribuzione. Ciò rappresenta un ‘volano’ verso la spersonalizzazione del tessuto socio civile. Peggio – però – fanno oggi le vendite online…








