Stato Sovrano e Stato economico

Luigi Einaudi fu il primo presidente della Repubblica italiana eletto secondo la Costituzione. Era un economista liberale, com’è tradizione italiana, sia dell’Università di Torino che dalla Bocconi.
Einaudi fu estroso, ma non tutti i suoi scritti suonavano tanto ribelli come quello sopra... Della sua famiglia la Fondazione Einaudi e l'omonima casa editrice. Produsse anche vini pregiati dal suo Piemonte.
Einaudi era molto estroso, ma non tutti i suoi scritti suonavano così “ribelli” come quello sopra… Della sua famiglia la Fondazione Einaudi e l’omonima casa editrice. Produceva anche vini pregiati dal suo Piemonte. Ebbe a cuore la difesa del paesaggio italiano. Tutti i premi Nobel dell’Economia sono stati, com’era lui, liberali pur sotto varie forme. Il liberalismo italiano è improntato, contro quello austriaco e quello inglese, anche al welfare… Nell’anteguerra l’Italia (esecrato fascismo) introdusse per prima la liquidazione (tfr) e negli anni ’60 (esecrata DC) lanciò nel mondo la parola e il concetto di boom economico.
L'autore dell'articolo Lorenzo Romano
L’autore dell’articolo Lorenzo Romano

 

 

 

 

 

 

Ecco un’interessante analisi del giornalista economico Lorenzo Romano, che disegna sotto forma di due “insiemi”, lo Stato sovrano e lo Stato economico, una realtà, la seconda, ben più grande e globalizzata, che non facilmente si armonizza con le esigenze della prima, che sono sociali, civili, democratiche, morali e libertarie…

Da Lorenzo Romano

Un antico dilemma val la pena di analizzare in chiave moderna: “che cosa è il denaro”.
Dal punto di vista egocentrico, il denaro è vissuto dalla gente come una necessità obbligata per poter vedere in qualche modo valorizzato il proprio lavoro.

Ma può il denaro compensare adeguatamente il lavoro umano?

Dello stesso dilemma si occupò Karl Marx, parlando in modo critico di “valore aggiunto” ma – a mio modesto avviso – non giunse ad una conclusione realistica perché, comunque, la compensazione del lavoro umano non è assolutamente quantificabile, a causa dei numerosi valori ed interessi che riguardano la singola persona, parametri variabili in misura differente da persona a persona.

Fu così che nel tempo il concetto di valore del lavoro prese due strade contrapposte: da un lato il sistema socialista imponeva l’uguaglianza economica, dall’altro il sistema liberista non teneva conto dei suddetti valori lasciando libere le persone di cercarsi un proprio modo di essere all’interno di una società tendente a non essere regolata (se non da rapporti di opportunità e convenienza, ndr).

(Marx, però, vedeva il valore aggiunto come Proudhon  “la proprieté”: c’est le vol. Un furto. Marx negava che l’opera dell’imprenditore dovesse esser retribuita dal V.A. Esso è, certamente, notevole e, solo quando tutto va bene, premia anche il rischio d’impresa. Al contrario dell’orientamento marxista, oggi è assodato ciò che fa la differenza fra un’impresa che sopravviva ed una destinata a chiusura: la  discriminante è l’idea contenuta nella produzione. Essa è frutto anzitutto della maestria dell’imprenditore, foss’anche la sua capacità di scegliere i diretti collaboratori. In un’impresa o un’azienda ogni altro elemento è conseguenza della “bontà di quella idea”, della sua capacità di produrre reddito, cioè V.A. Ndr)

A questo punto – riprendendo il tema –  riemerge il concetto astratto di “denaro”.

La genesi della moneta è alquanto lunga ed è palese far notare che fin dagli albori della civiltà umana era “moneta” qualsiasi cosa tornasse utile per la sopravvivenza della persona, dai beni materiali alla loro sostituzione con beni alternativi tecnicamente fungibili, dalla nota cartularia dei primi banchi fiorentini fino all’attuale euro passando per le celebri “pizzette di fango del Camerun”.

Ma è proprio il concetto di “bene alternativo tecnicamente fungibile” che ha trasferito il potere di acquisto di una moneta in un mezzo utilizzato da uno Stato anche per controllare l’economia interna e stabilire rapporti di scambio con altri Stati, creando così la politica monetaria nell’ambito allargato di una più ampia politica economica.

A questo punto si scopre che la moneta è in realtà solo un “fenomeno sociologico” e come tale va studiato.

Partendo dal presupposto che la politica economica, con le sue propaggini, è solo un metodo per avallare le scelte fatte dai potenti, siano essi burocrati o imprenditori, quindi è del tutto inutilizzabile per chiarire la funzione della moneta in una società equa. Si deve analizzare un altro dilemma: “che cos’è uno Stato?”

Lo Stato è un’organizzazione di persone che hanno stabilito regole di comportamento comune per garantirsi un livello di vita soddisfacente e sicuro. Mancando tale presupposto lo Stato cessa di esistere.

Sotto la spinta delle innovazioni tecnologiche il concetto di Stato si è spezzato in due parti che non comunicano tra loro: c’è il residuo di “Stato sovrano” inteso come aggregazione di persone che ormai tentano di stabilire interessi comuni in una qualsiasi forma di democrazia e c’è lo “Stato economico” sovranazionale distribuito sull’intera fascia mondiale, conseguenza diretta della cosiddetta globalizzazione.

Lo “Stato economico”, ovvero il dominio della moneta con i suoi differenti valori di cambio, permea tutte le nazioni del mondo ormai globalizzato e regola la vita delle persone. Lo troviamo diffuso dalla Cina all’Australia, mascherato con vari volti dall’USD allo Yen, dall’euro allo yuan e alle tante altre monete locali necessariamente diversificate per far credere all’esistenza di un potere proprio di ciascuno “Stato sovrano”. Solo una idea. Nel XXI Secolo sembrerebbe tutto riconducibile al potere economico e militare degli Stati Uniti perché è da lì che partono i maggiori flussi economici e direttive politiche le quali condizionano la vita di TUTTI gli abitanti del mondo, anche indirettamente.

Quindi, a ragion veduta, in realtà lo “Stato economico” è una sovrastruttura trasparente che avvolge tutto il mondo come una nebbiolina appena percettibile, è estremamente dinamico e non è affatto influenzato dalle guerre. Anzi, queste ultime gli sono alquanto necessarie per stimolarne la crescita evitando la stagnazione! Tale potere gli viene conferito dalle innovazioni tecnologiche che hanno prodotto il grande cambiamento industriale iniziato nel XIX Secolo nel quale, attraverso due guerre mondiali e numerose guerre locali, si è via via confermato e identificato con lo strapotere economico degli Stati Uniti, innovatore scientifico per eccellenza e distributore di enorme capacità produttiva al resto del pianeta, nel bene e nel male.

Alla base dello “Stato economico” c’è la moneta statunitense, l’USD. Ciò si evidenzia in quelle nazioni che per qualche motivo sono rimaste sganciate dall’USD non hanno avuto quel progressivo sviluppo socio-economico che sta vivendo l’occidente, trovandosi ancora in gran parte immerse in gerarchie feudali e/o oscurantiste, oppure annaspano nel tentativo di accodarsi all’economia globale.

Ma, come dice il proverbio, “non è tutto oro ciò che luccica…” E così anche l’oro distribuito all’interno dello “Stato economico” non sempre soddisfa i requisiti dello “Stato sovrano” ed è la prima causa del subbuglio che si ha in alcune nazioni la cui povertà è in crescita. Oppure si creano i presupposti per avviare delle guerre.

In effetti l’equa distribuzione della ricchezza globale è ben lungi dall’essere realizzata: è una nota peculiare della storia umana, caratterizzata da forti egoismi sostenuti per lo più dal desiderio di potere o dalla volontà, spesso dolo un’illusione di poter assicurare un domani certo a se stessi ed ai propri discendenti…

Tali fenomeni si stanno evidenziando in UE. Questa è in forte sofferenza per l’apertura totale ai grandi mercati internazionali. Quindi, si sta rapidamente (sbagliando) tentando la carta dell’unificazione a tutti i costi per far sì che la crescita internazionale sia favorevole anche per l’UE medesima, la quale si propone come unica rappresentante di ben 27 nazioni e con una moneta comune sostenuta dall’insieme di dette economie.

La UE sta inutilmente tentando di scrollarsi di dosso lo “Stato economico” proponendosi autoreferenziata e con moneta propria, ma non riuscendovi, anche perché il potere produttivo della UE è stato trasformato per lo più in investimenti mobiliari, seguendo l’onda lunga del capitale, cioè proprio dello “Stato economico”, la cui moneta migra laddove la remunerazione è più alta, scavalcando confini e barriere ideologiche, indipendemente dallo “Stato sovrano” nella quale agisce.

All’inizio l’euro fu quotato in parità, circa il 30% dell’USD ma si è visto che così non poteva reggere e tale quotazione aiutò gli USA ad uscire dall’inaspettata crisi interna causata dall’emergere di alcuni irregolarità nelle sue maggiori banche (ma ne approfittarono per compensare con pari emissioni – si dice – i circa 600 milioni di USD detenuti nelle casseforti cinesi) e riattivare la sua economia interna rilanciando le fabbriche di alta tecnologia bellica, aereospaziale e civile.

Lo strapotere USA è tale (o lo è stato, ndr) perché in questa grande nazione concorrono molti aspetti di natura sociale, legati all’estensione territoriale, alla ricchezza del sottosuolo, alla vera multi etnia e alla voglia dei suoi cittadini di essere i primi nel mondo. Ciò ha consentito agli Usa di adottare un modello economico puramente liberista basato sul capitale, in quanto c’è realmente spazio per tutti e non ci sono i legacci ereditati da ipotesi socialiste o derivanti da una cultura profondamente cristiana, mista a un sottofondo di marxismo, che ha portato alla tanta confusione che scorgiamo anche nelle più illustri menti politiche europee.

Tornare indietro ormai è ben difficile e lo “Stato economico” sembra assolutamente destinato ad espandersi sempre di più distribuendo ricchezza e tecnologia, ma purtroppo in un modo ancora troppo asimmetrico perché basato su un modello politico definibile “iperliberista”. Questo, a causa della sua specificità, deve necessariamente lasciare indietro i più deboli.

Del resto è prematuro abbandonare il concetto di “Stato sovrano” perché le differenze etniche legate soprattutto al livello culturale e alle ricchezze naturali delle singole nazioni non lo consentono e lo si è acclarato valutando i risultati ottenuti finora in UE, dove tale differenziazione emerge in tutta la sua forza per quanto si sia tentato di avvicinarsi al modello economico – politico vigente negli USA.

Una soluzione sarebbe comunque possibile realizzando un modello di politica economica che lasci libero il capitalismo di agire secondo i propri dogmi (economia di mercato, ndr) ma, nel contempo, dia maggiore capacità agli “Stati sovrani” di effettuare le migliori scelte affinchè i propri cittadini possano godere di una vita degna di essere vissuta (rif. “New Economy & Socialismo”  Edizioni Riunite, Roma 2008).

Analisi a cura di Lorenzo Romano (Corrispondenza da Roma)

[1] La guerra è un modo di distruggere velocemente molte risorse, è consumismo puro e consente alle industrie di riavviare nuove e migliori produzioni. Argomento approfondito nel mio libro “Entalpia & Entropia”.

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Nota. Anche stavolta come altre, lo scritto di L. Romano ci suggerisce qualche commento. Lo scritto “salta” la parte elementare della definizione del denaro. Essa riguarda il suo ruolo. Il denaro, in via elementare, è certamente un mezzo. E’ stato creato dall’uomo, dopo varie esperienze e tentativi, succeduti allo scambio “in natura”, oggi paradossalmente, rivalutato in certi casi. Il denaro è certamente per prima cosa un mezzo di pagamento. Serve, inoltre, da misura del valore. Grazie ad esso, possiamo avere un’idea, se con un grammo di oro possiamo comprare una “certa quantità” di farina o di zucchero etc. L’oro è stato per secoli, ma lo è ancora, un fondamentale riferimento per misurare il valore delle merci, inclusa la moneta. Ma quanto oro ci vuole per avere 100 Kg di grano? Se per assurdo non ci fosse il denaro e non conoscessimo il prezzo (quotazioni) del grano e dell’oro, sarebbe un guaio dover star lì a contrattare! E’ anche il denaro una merce? Lo è persino il lavoro? Per certi versi, si risponde realisticamente e con un po’ di cinismo di sì…

Di fatto, però, la moneta si è “sganciata” presto dai legami con l’oro, un tempo ritenuti strettissimi dalla …cultura economica. Secondo molti osservatori il legame è sempre stretto. Ma, di fatto, è avvenuto già nell’antichità che il denaro divenisse un simbolo virtuale, da quando lo stato metteva in circolazione non solo monete di metallo vile, ma anche il valore di scambio della moneta d’oro era superiore a quella dell’oro (liquefatto) che essa conteneva. Nonostante ciò, fino ad oggi la “nostalgia” della cosiddetta “parità aurea” sopravvive, anche in alto loco. Ed è un guaio: perché ciò crea una sequela di errori tecnici. Tale nostalgia ha ispirato anche i sistema monetario dell’euro, assolutamente …originale. L’euro, infatti, si compra. Quindi, per chi lo compra ha un valore reale. Tale valore è, tuttavia, fittizio. Infatti non è …neppure oro. A chi lo produce e in pratica “lo vende” non costa quasi nulla. Può funzionare così l’Europa? Secondo noi no. E non solo secondo noi…

Il denaro pone in effetti all’autorità emittente – includendo ciò che L. Romano definisce bene lo “Stato sovrano” – il problema della “quantità in circolazione” che tradizionalmente si chiama “medio circolante“. Un problema facile? Solo a dirsi, visto che, come giustamente spiega sempre L.Romano qui sopra, a complicare le cose interviene la presenza di uno “Stato economico“, che non conosce da tempo confini e che “schiaccia” lo stato sovrano. Per questo si è instaurata da tempo una collaborazione internazionale, che poggia su vari elementi di fatto, ma alcuni anche di convenienza, se non proprio di diritto, mirata a regolare – addirittura su scala mondiale – gli scompensi. Da qui l’apparente paradosso che la minaccia di una “crisi cinese“, nonostante che il maggior timore del momento sia rappresentato dalla “crescita” della Cina, rappresenti invece anch’essa un timore, persino per il suo avversario economico finanziario numero uno: Gli Stati Uniti d’America. E viceversa. Ma gli Stati Uniti, secondo noi, vedono allontanarsi rapidamente i loro due ruoli tipici degli ultimi 100 anni: quello dei gendarmi del mondo e in particolare di un “Occidente” oggi in frantumi e quello di calmieratori del valore della moneta…

La nostra opinione, però, in generale è ottimistica: saranno questi concetti di internazionalizzazione, precedenti e superiori a quello di globalizzazione, modernamente intesi, che allontaneranno il pericolo di guerre di proporzioni simili alle due guerre mondiali. Né i timori per i grandissimi scompensi che ne nascerebbero potrebbero essere a loro volta …compensati dalla generica riflessione sulle grandi spinte tecnologiche – pur sempre incerte nella consistenza e nell’utilità reale – che, si dice, accompagnino lo svolgersi dei grandi conflitti.

La nostra idea è che i grandi progressi del dopoguerra e degli anni della ricostruzione siano da accreditarsi piuttosto allo sviluppo tecnologico ed economico a tutto raggio, innescatosi già negli anni ’30, ma specialmente a partire dal 1936, che coincise con una svolta simbolica – ma divenuta visibile – innescatasi in occasione delle Olimpiadi di Berlino. Nella capitale tedesca, in quei giorni, sfilòil mondo moderno”  che, pur privo – allora – del web e dei telefonini, era già molto simile a quello che vediamo ancor oggi. Nacque anche il mito dell’atleta costruito in laboratorio, un concetto che oggi, a sorpresa, appare molto …ridimensionato. Perché l’aspetto psichico, relativo al “tasso di felicità” dell’atleta sul piano umano influisce sul suo rendimento più di quanto non possa fare la stessa chimica. Doping a parte…

Più concretamente, il mondo moderno si presentò alla vigilia della seconda guerra con il nucleare, la turbina, l’elettrotreno, il radar, i motori a scoppio e Diesel di alta potenza e peso ridotto, il cemento armato già ampiamente perfezionato ed utilizzato… Tutte “novità” recentissime ed ancor oggi alla base dell’economia e del perdurante benessere (nonostante la crisi), non furono tutto frutto diretto del progresso innescatosi nel 1918 dopo il primo conflitto. Certamente oggi la ricerca procede “da sé” a grandi passi, ha imbroccato una strada del tutto sorprendente. Secondo qualcuno, essa “galoppa“. Qualche altro vorrebbe vederla procedere al trotto e persino al passo o meno ancora: come adeguare – infatti –  le strutture materiali e morali della società al “nuovo che avanza” anche …con i ritmi di una valanga?

(G. Scargiali)

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