La sconfitta di Draghi

La solita piaggeria dei media italiani si è ben guardata dal sottolineare la clamorosa sconfitta del signor Mario Draghi in occasione delle recenti elezioni presidenziali.

Molti opinionisti, infatti, in tale circostanza, si sono prodotti nella puntuale stesura di vincitori e sconfitti, dilungandosi con le osservazioni e i distinguo: chi ha perso di più, chi meno, chi si è avvantaggiato…

Ma – ci sembra – che il personaggio che occorra mettere in cima, nella lista dei perdenti, sia proprio Draghi. E non lo diciamo per una particolare antipatia nei suoi confronti, il che sarebbe pure scontato perché, sotto sotto, lo odiano tutti, ma proprio in base ad una ricostruzione dei fatti.

Circa un anno fa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella affidò a Draghi il compito di formare il governo, scegliendo

questa modalità (la nomina diretta) a quella normale che sarebbe stata lo scioglimento delle Camere e l’avvio delle elezioni.

Da Draghi ci si aspettava tantissimo in un momento difficile per l’Italia (pandemia, crisi economica…) e veniva considerato l’uomo giusto al momento giusto.   

Ad un anno esatto non ci sembra, però, che il presidente del Consiglio, impostoci dai poteri forti d’Oltralpe, abbia conseguito i risultati che gli italiani si aspettavano da lui (pandemia, crisi economica, disoccupazione e così via).

Perché una cosa va chiarita subito: Mario Draghi è al servizio della Finanza, non del popolo italiano, né tanto meno lo può diventare.

Dall’alto del suo scranno può forse guardare con qualche interesse

i miseri parlamentari e tanto meno il popolo che sta, addirittura, al di sotto di questi?

Sì, ci sarà anche del vero, come il circo mediatico ha affermato in coro, nella constatazione che i parlamentari italiani pensino solo a salvarsi poltrone e stipendi, ma ritenere che Draghi possa essere o diventare, per l’Italia, un padre della patria è, purtroppo, del tutto fuori dalla realtà.    

L’essere umano, infatti, un po’ per ignoranza, un po’ per pigrizia, di fronte ai problemi, tende per sua natura a cercare il “deus ex machina”, cioè colui o colei che, grazie ai suoi poteri, potrà risolvere ogni cosa. Tale mentalità, purtroppo diffusa, rende difficile un approccio pragmatico ai problemi da affrontare e rende difficile il pieno affermarsi, nell’ambito politico, della democrazia che ha, invece, bisogno di uomini (e di donne) liberi.

Qual’era, allora, il piano di Draghi?  Il piano – che allo stato attuale è fallito – era quello di andare ad occupare la poltrona di presidente della Repubblica per poi, da lì, dirigere anche il governo nazionale tramite persone a lui fidate.

Un piano, non pensato da lui, ma suggeritogli dai poteri forti (americani ed europei), che mirano esclusivamente a tenere l’Italia in condizioni di perenne sudditanza e, all’occasione, acquistarne le grandi aziende a prezzo di saldo (e in questo ruolo Draghi lo abbiamo già visto in azione nel 1992, insieme all’altro grande “salvatore della patria” Giuliano Amato).  

Draghi, inoltre, una volta resosi conto delle difficoltà, avrebbe certamente preferito lasciare l’incarico di primo ministro perché troppo impegnativo per lui, che non ha mai ricoperto alcuna carica politica (checché se ne dica, anche quello è un mestiere che bisogna conoscere) e occupare la più confortevole poltrona quirinalizia. Ma non è andata così. Adesso, in primis, i suoi “dante causa”, cioè i poteri forti, si sono accorti che non è stato all’altezza del compito affidatogli, in più, si ritrova a dover guidare un gruppo di ministri litigiosi e non all’altezza del compito fino alle prossime elezioni, senza poter contare su persone fidate o collaborative (ciò anche a causa della sua maniera di porsi arrogante e intransigente).  Qualcuno lo ha definito “un generale senza esercito”.

Ma andiamo agli altri attori della telenovela Quirinale.

Non dimentichiamoci che la tradizione teatrale italiana assegnava grande importanza alla “commedia dell’arte”. Commedia che vedeva abilissimi i comici a recitare, ciascuno la propria parte, sulla base di un semplice canovaccio, cioè senza dialoghi scritti e solo grazie alla propria capacità di improvvisazione.

In primis, Berlusconi. Si candida, raccoglie i voti (di preciso non si sa quanti, forse non sufficienti) e poi si ritira. Boh!

Qual’era la strategia? E il piano B? Non è dato sapere.

L’unica cosa certa è che Berlusconi, alla fine, abbia detto a Draghi chiaro e tondo: “tu al Quirinale non sali” (e infatti non c’è salito).

Defilatosi Berlusconi, il testimone passa a Salvini, che cerca il candidato ideale per il colle, come si fa con l’ago nel pagliaio e infatti non lo trova, né maschio né femmina. Vien fuori qualche nome, ma viene regolarmente fatto a pezzi dall’assemblea (vedi Casini, Casellati, Belloni…).

E siamo al pantano, ma viene fuori la Meloni. Calma, presente a se stessa, fedele agli alleati, ma non ricambiata, avanza delle candidature autorevoli: Guido Crosetto e Carlo Nordio.

A questi nomi arride un certo successo. Raccolgono molti voti, molti di più di quelli dei parlamentari di Fratelli d’Italia.

Il primo, Guido Crosetto, un imprenditore, fondatore con la Meloni di Fratelli d’Italia, è una persona saggia, autorevole e stimata persino dagli avversari politici, il secondo, Carlo Nordio, è uno dei magistrati più famosi e coraggiosi d’Italia, stimato e apprezzato, non ha mai fatto politica militante.

Dunque mancavano le persone qualificate da eleggere alla più alta carica dello stato oppure è mancata la coesione nel centrodestra?

Senza dubbio Giorgia Meloni è l’unica, ormai, nel centrodestra, ad apparire seria e affidabile. E’ lei, ora, a raccogliere i cocci di quel che resta di un grande schieramento che avrebbe potuto cambiare le sorti di questo paese ai tempi della fondazione del PDL.

La volitiva piccola romanina lo ha capito benissimo e sta già ricominciando a lavorare a un progetto nuovo che possa unire tutte le forze di chi ama l’Italia e non vuole rassegnarsi a vederla colonia.

In tutta questa disamina non abbiamo parlato delle altre forze (o debolezze) politiche, ma non ci è sembrato utile.

Letta? E’ rimasto immobile al suo posto senza far nulla, aspettando solo gli errori altrui. Non ci sembra che possa dare al paese alcun contributo utile. Di Maio? Ha pensato solo a salvare la pellaccia e a contrastare il suo avversario di sempre, Giuseppe Conte. Altri? Stendiamo un velo pietoso.

Un’ultima domanda: che cosa farà, a questo punto, Sergio Mattarella, costretto dall’insipienza di molti, a tornare al suo posto? Non abbiamo la sfera di cristallo, ma pensiamo che, essendo persona intelligente, si sarà reso conto che Mario Draghi non solo non è all’altezza di fare il presidente della Repubblica, ma neppure del Consiglio. (D)

 

 

 

 

 

 

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