Il confronto tra alcuni protagonisti delle vicende politiche degli ultimi decenni del secolo scorso in Italia si potrebbe definire quello avvenuto nel salone di Villa Zito, dove è stato presentato il libro di Paolo Cirino Pomicino dal titolo “Il grande inganno. Controstoria della seconda Repubblica“.
Esiste, allo stato attuale, un’ampia pubblicistica sulla fine della prima Repubblica e la nascita della seconda, sulle cause e le dinamiche degli avvenimenti di quel periodo storico, ma la cui narrazione appare, in realtà, piuttosto unidirezionale, carente e superficiale. Almeno questo è ciò che sostiene l’autore dell’opera, definendo come “un grande inganno” il racconto di quelle vicende su cui l’ex ministro della prima repubblica ha voluto gettare nuova luce, difendendo al contempo i politici di quell’epoca messi torto sotto accusa (tra cui se stesso).
A discutere di quegli anni e della realtà sottostante a ciò che veniva prevalentemente sostenuto dal main stream dell’epoca, lo stesso autore, Paolo Cirino Pomicino, l’onorevole Calogero Mannino, i giornalisti Paolo Mieli e Felice Cavallaro, lo storico Pasquale Hamel e l’organizzatore del convegno Raffaele Bonsignore.
Per riassumere ciò che accadde va detto che, alla fine degli anni 90, esattamente nell’89, avvenne un fatto clamoroso, la caduta del muro di Berlino. Da quel momento in poi, molto sarebbe cambiato nel mondo, soprattutto in Europa. I paesi dell’est uscirono, infatti, dall’influenza sovietica, chiesero di aderire a un sistema democratico e di entrare nella Ue.
Per il cosiddetto Occidente tutto sembrava andare per il meglio: il comunismo veniva definitivamente archiviato e tante libere nazioni potevano finalmente collaborare al comune sviluppo. Purtroppo le cose non andarono così, se non in parte. Ci chiediamo il perché. Le motivazioni, probabilmente, sono varie, proviamo ad analizzarle.
In primis, forse al capitale finanziario – diciamo noi – questo esito non piaceva particolarmente: lo sviluppo economico dei popoli, infatti, ne limita il potere, come pure l’affermarsi di un sistema democratico. Di fatto, l’Italia fu il paese che, più di altri, ne pagò le conseguenze. La sua classe dirigente, di matrice comunista, improvvisamente perdente davanti al tribunale della storia, non ci stava a rinunziare al proprio potere, ma trovò braccia accoglienti in quella borghesia elitaria degli Agnelli e dei De Benedetti che preferiva fare sponda ai nipotini di Togliatti piuttosto che avventurarsi nell’incognita liberaldemocratica, questa sì foriera di rischi per chi partiva da posizioni più che solide. A questo sembra voler alludere l’opera di Cirino Pomicino quando parla di controstoria della prima Repubblica.
Si creò, così, o per meglio dire si rafforzò, un blocco di potere – la cosiddetta casta – costituito da banche, multinazionali, sindacati, magistratura, stampa, unito da un solo scopo: evitare cambiamenti politici sostanziali e fermare quelli già in atto.
Ma, secondo noi, per ottenere tale scopo, bisognava darsi un’immagine di onestà, di correttezza, trasparenza e così partì “Mani pulite”, con tutto quel che ne seguì. Mani pulite creò nell’opinione pubblica tante aspettative e se l’operazione fosse stata realmente quel che diceva di essere sarebbe stata qualcosa di positivo. I fatti, però, dimostrarono il contrario. Infatti, ad andare a processo o in prigione furono solo politici e imprenditori in qualche modo collegati a una certa area politica: le coop rosse, ad esempio, pur avendo tanti scheletri nell’armadio, non ne furono minimamente coinvolte. Evidentemente si voleva far passare una sola verità. Ora, mentre sulla ricostruzione complessiva dei fatti, operata da Cirino Pomicino , da parte dei relatori presenti, c’è grande consenso e approvazione, sull’ interpretazione d i ciò che fu “Mani pulite” , non si raggiunge, invece, unanimità di posizioni.
Pasquale Hamel, ad esempio, parla di casualità, “io non sono complottista, secondo me non ci fu un vero piano concordato (per eliminare i partiti al potere in Italia)”.
A quell’epoca, poi, secondo Cirino Pomicino, a scomparire non furono solo i partiti politici della Prima Repubblica, DC e PSI in testa, definiti corrotti, mafiosi, elitari e chi più ne ha più ne metta, ma anche la stessa democrazia parlamentare. Infatti, adesso, accade che i parlamentari sono scelti direttamente dai partiti e non dal popolo, cioè da pochi. La conseguenza? Oggi, in Parlamento, ci si limita a ratificare le decisioni già prese dal governo.
Nei primi anni ’90, si costruì, così, una specie di patibolo per eliminare fisicamente i vincitori, in altre parole furono i “vinti” – come è stato più volte sottolineato nel corso del dibattito – a giudicare i “vincitori”, una cosa insolita perché di regola accade il contrario.
Secondo Calogero Mannino, quel momento storico epocale – la caduta del muro di Berlino – avrebbe, invece, potuto avere, nel nostro paese, una ricaduta positiva consentendo l’apertura di un serio processo di revisione di ciò che il comunismo era stato, con una possibile svolta della sinistra in senso socialista. In altri termini la nascita, fino ad allora in Italia preclusa, di due schieramenti, uno liberaldemocratico ed uno socialdemocratico, in grado di alternarsi al potere della nazione, come già avveniva in tanti stati europei. Evidentemente, però, osserviamo noi, c’era chi temeva proprio questa svolta. In altre parole, la classe dirigente del paese fece muro per non perdere le proprie posizioni e ci riuscì, anche se il suo obiettivo fu raggiunto solo in parte: la sinistra, spazzati via tutti i vecchi partiti, pensava infatti di poter vincere “facile”, ma la nascita di Forza Italia diede, però, a quest’esito una svolta imprevista.
Cirino Pomicino, intervenendo nella discussione, ribatte così ad un’altra convinzione da molti sostenuta: la collusione con la mafia della Democrazia cristiana. Ma sono i fatti a smentirla: perché è proprio la legislazione voluta da Giulio Andreotti in quegli anni a dimostrarlo: il 41 bis, il carcere duro per i mafiosi, il maxiprocesso e altre norme varate tutte col medesimo intento ne sono la prova. Caso mai, è accaduto dopo, in un periodo più recente, che si sono scarcerati molti boss, e con un’altra stagione politica.
Felice Cavallaro osserva, invece, che il libro è una sorta di triller perché c’è un morto, la DC, e un assassino da scoprire. Dagli anni 90 in poi è accaduto un po’ di tutto: gli ex comunisti sono diventati, improvvisamente, iperliberisti, si sono create gogne mediatiche per condannare senza appello personaggi politici, dall’oggi al domani, divenuti “scomodi”, ieri, come Craxi o Calogero Mannino, oggi, come il padre di Renzi.
Chi avevano realmente contro costoro: il popolo, desideroso di giustizia, o un blocco di potere ostile? E questo blocco di potere “giustizialista” è stato poi all’altezza del compito che si era proposto? Certo, ciò che oggi vediamo non è un’Italia ben amministrata, ma un paese che si avvia sempre più a non essere nazione, abbiamo davanti a noi un territorioin difficoltà e impoverito dalla vendita dei propri “gioielli di famiglia”.
Per Calogero Mannino l’opera di Cirino Pomicino riannoda i fili della realtà di ieri con quella di oggi. Se osserviamo i due partiti più forti oggi in Italia, notiamo che sono quelli che hanno un apparato: il PD, teorico erede del PCI, e FDI, derivante dal fascismo. Neppure Berlusconi, infatti, osserva il politico siciliano, riuscì a formare un grande partito popolar/liberale come avrebbe voluto. In Italia, ci sarebbero potuti essere due partiti, la DC e una socialdemocrazia, ma non è accaduto, perché? Perché il partito comunista riuscì nell’intento, che si era proposto, di dividere la Democrazia cristiana. Infatti, secondo il PCI, la componente democristiana di sinistra doveva solo portare voti al PCI e farlo vincere. In quel momento storico alla DC sarebbe servita una vera componente di destra, ma non c’era e ci si dovette accontentare di Andreotti e Fanfani. A questo proposito va ricordato che, nel 46, l’assetto fu geopolitico, non tutta la DC era d’accordo sulle posizioni atlantiste ed europeiste. E anche il Vaticano, all’epoca, giocò un ruolo non da poco. A un certo punto la DC si è divisa. Per rispondere alle tante accuse di mafiosità rivolte alla DC, e solo ad essa,
dobbiamo ricordare che il maxiprocesso, che portò tanti boss alla sbarra, è stato un successo della DC. Negli anni 70 cominciò a declinare il terrorismo politico e diventò più potente quello mafioso. Gli autori dei delitti di Michele Reina e Piersanti Mattarella non si sono mai trovati, come pure quelli di Gaetano Costa, del generale Della Chiesa e di Pio La Torre. “A marzo del ’78, ricorda infatti Mannino, portai in Parlamento una mozione, elaborata da me insieme a Pio La Torre (che però, nel frattempo, aveva ritirato la firma perché il PCI non voleva più collaborare con la DC) e c’erano già tutte le proposte che avrebbe poi presentato Giovanni Falcone: la legge fu chiamata Rognoni La Torre. A questo punto, è importante ricordare che al maxiprocesso si arrivò anche per la collaborazione di Rocco Chinnici. Il punto di saldatura politica ci fu con la P2, con gladio e con altri fenomeni similari. Nel maxiprocesso Ciancimino (che sarebbe stato coinvolto con misure di prevenzione solo in seguito) non fu coinvolto, ma ne furono, invece, coinvolti i Salvo. Voglio aggiungere che ci sono le prove che la trattativa stato/mafia c’è stata realmente. Io finora ho evitato di parlare dei miei rapporti con Falcone, che erano ottimi, ma ora intendo farlo. Tornando, infine, all’attualità politica italiana, molto è cambiato dal dopoguerra ad oggi e non ci sono più gli elementi portanti della DC di allora: Pio XII, Montini, l’Università cattolica”.
Paolo Mieli, cui va dato atto di non essersi tirato indietro accettando, invece, l’invito alla tavola rotonda sul libro di Cirino Pomicino, ha attestato che l’opera è suggestiva, convincente, non contiene dati falsi, anche se alcuni accostamenti sono arditi, alcuni fatti omessi, ma è, comunque, scritto bene. Secondo Mieli, in realtà, sia il blocco culturale sia quello giudiziario sostanzialmente erano fragili. Non c’erano persone all’altezza, compreso lo stesso Andreotti. D’altro canto, i comunisti avevano un unico compito: distruggere gli altri partiti, soprattutto i socialisti, però nessuno insorgeva contro di loro per difenderli.
Per Paolo Cirino Pomicino gli “assassini” della DC sono stati Violante e De Gennaro.
Quel che è più incredibile è che io venga, al contempo, accusato di essere un nostalgico e che noi democristiani ci siamo suicidati da soli. Negli anni ’70 sono emersi i socialisti, c’è stata una grave crisi economica, il terrorismo…, ma la vera crisi era all’interno del PCI.
Si è detto che Berlinguer lodava il patto Atlantico, ma di fatto sosteneva sempre l’URSS.
La DC dava la garanzia repubblicana all’Italia, per questo tutti si volevano appoggiare ad essa, anche gli altri partiti. Nel ’92, non fu uccisa solo la DC, ma tutta la politica italiana.
Oggi è il capitalismo finanziario a provocare tutta questa crisi. Bisogna porsi varie domande e indagare al riguardo: chi o che cosa ha provocato la crisi della magistratura inquirente? Che cosa è accaduto nella procura di Palermo? Attualmente, nel mondo, abbiamo due problemi particolarmente gravi da affrontare: il capitalismo finanziario (la ricchezza finanziaria crea disuguaglianze sociali abissali) e il saccheggio del pianeta (che cosa si fa per contrastarlo?). Davanti a un simile scenario o il sistema politico ritrova un sussulto di orgoglio, tramite, ad esempio, una realtà culturale, una procedura democratica, degli organi collegiali adeguati oppure la situazione continuerà a peggiorare. C’è, comunque, almeno, un dato confortante: oggi molti giovani hanno voglia di studiare la politica per recuperare cultura e democrazia. Ci chiediamo: dopo Draghi, che succederà? Già l’Italia è ridotta a colonia, saprà rialzarsi?
Conclude Bonsignore: “La storia del passaggio dalla prima alla seconda repubblica va riscritta. Questo libro, però, ne costituisce già un contributo importante”.





