Un racconto dolceamaro di Mariceta Gandolfo
Voglio dire subito che io apprezzo moltissimo il signor Paolo Villaggio e lo considero una delle intelligenze più geniali che siano mai nate in Italia (e forse nel mondo).
Da uomo di genio qual è, il signor Paolo Villaggio ha creato un “tipo” universale, che è riconoscibile ovunque: il tipo dell’uomo medio, mediocre e sfortunato, il ragionier Ugo Fantozzi. E subito dopo ha creato me, la signora Pina, moglie del suddetto ragioniere e compagna fedele in tutte le sue avventure e disavventure.
Avventure e disavventure, si badi bene, che sono assolutamente mediocri, come mediocre è la vita del ragionier Fantozzi: soprusi da parte dei superiori, vacanze a lungo sognate e poi funestate dalla inesorabile nuvoletta, che manda la pioggia sull’utilitaria della famiglia, e solo su di essa, desideri impossibili di evasioni e riscatti finiti miseramente nel nulla, rari momenti di orgoglio e rivalsa, che porteranno solo ad un peggioramento della situazione iniziale.
E intorno c’è tutta la società con i suoi furbastri, i suoi intrallazzatori, i suoi leccapiedi, i suoi potenti corrotti e corruttori, che ha dichiarato guerra una volta e per sempre al povero Fantozzi, che si ritrova spesso nella situazione di chi è solo contro tutti.
Ma ecco che Paolo Villaggio mette accanto al ragionier Fantozzi la moglie Pina e crea me.
Io sono irrimediabilmente brutta o piuttosto, più che brutta sono “spenta” con i miei capelli “color topo” e i miei vestiti antiquati da piccola borghese. Veramente brutta, da non potersi guardare per il suo aspetto scimmiesco è invece nostra figlia Mariangela, tanto che nella versione cinematografica viene interpretata da un attore maschio, perché non si è trovata un’attrice, che potesse essere imbruttita a tal punto.
Mio marito Ugo è ben consapevole dell’eccezionale bruttezza di Mariangela, mentre io, cuore di mamma, la trovo “carina” e la difendo in tutti i modi dai commenti malevoli della gente.
Se mio marito è il prototipo del perdente, io sono “perdente al quadrato” perché Ugo, come tutti i deboli, sfoga tutte le frustrazioni e umiliazioni che riceve dal mondo esterno in famiglia, su chi è più debole di lui, cioè su di me.
Mio marito infatti mi tratta malissimo: tornato a casa, non muove un dito per aiutarmi, ma si sprofonda in poltrona davanti al televisore e ordina sbraitando la cena, soprattutto in occasione di particolari incontri di calcio, da cui trae uno dei pochi piaceri che gli riserva la vita.
“Pina, Pinaaa portami la mia frittatona con cipolla e che nessuno mi disturbi mentre mangio in pace, a rutto libero!”
Non mi fa mai complimenti e non fa volentieri l’amore con me, perché mi trova brutta: il suo ideale è infatti una collega di lavoro, la signorina Silvani, che è brutta anche lei, ma si sente bella, veste in modo seducente e si diverte a provocarlo in tutti i modi.
Io inghiotto le umiliazioni e lo assecondo sempre, per esempio, quando deve partecipare a qualche attività sportiva, come una partita di tennis contro il ragionier Filini (altro impiegato sfigato, ma tremendamente attivo e afflitto da una fortissima miopia) lo aiuto a procurarsi l’abbigliamento adatto, come una gonnellona bianca a pieghe di una vecchia zia e una racchetta antidiluviana, ma non ricevo mai una parola di ringraziamento.
Nessuna riconoscenza neanche per il sostegno morale che gli ho offerto in un’altra occasione, quando, profondamente incazzato perché un dirigente del suo ufficio, patito del cinema “d’essai” gli aveva rovinato la visione di una partita di calcio lungamente attesa per costringerlo, insieme agli altri impiegati, a vedere “La corazzata PotiemKin”, Ugo, nel dibattito obbligatorio alla fine del film, aveva trovato il coraggio di dire, in faccia al suo dirigente: “La corazzata PotiemKin è una cacata pazzesca”, ricevendo un lunghissimo applauso da tutti i colleghi.
Come ero stata orgogliosa di lui in quella circostanza, come avevo apprezzato il suo coraggio!
E come avevo affrontato al suo fianco la punizione, che era stata tremenda: ricostruire la copia analogica della “Corazzata Potiemkin”, che era andata distrutta durante la ribellione e che ora doveva essere riprodotta con gli impiegati al posto degli attori originari!
Io ho dovuto interpretare la parte della madre, a cui i soldati dello zar uccidono il figlio nella scena della scalinata, mentre il povero Ugo interpretava il neonato nella carrozzina, che precipita giù dalla scalinata medesima, con grave rischio di rompersi l’osso del collo.
Ma che ci posso fare? Sono stata creata così: innamorata di mio marito e pronta a sostenerlo sempre!
Il film su Fantozzi ha ottenuto un successo strepitoso e ne sono stati realizzati molti “sequels”, ma è stato necessario cambiare l’attrice che interpreta il mio personaggio, perché l’attrice originaria si era rifiutata di continuare, dopo che, mentre a teatro si accingeva a dar vita a un personaggio drammatico, il pubblico è scoppiato a ridere, chiamandola “signora Pina”.
Negli ultimi film della serie il mio personaggio è interpretato da Milena Vukovitc, una bella donna imbruttita appositamente, che vive sullo schermo le mie avventure sentimentali. Infatti la sceneggiatura prevede che io, pur continuando a stimare moltissimo mio marito, non sono più attratta fisicamente da lui (che in verità è piuttosto repellente), ma mi innamori di altri uomini.
In un film, per esempio mi innamoro di un fornaio, interpretato da Diego Abatantuono, e, pur di potergli parlare, riempio la mia casa di panini e sfilatini, che traboccano dagli armadi e dai cassetti, mentre lui non ricambia affatto la mia infatuazione e dice crudelmente a Ugo: “E’ lei il possessore dei mostri? Il mostro grande e il mostro piccolo (alludendo a mia figlia Mariangela)? Complimenti!”
In un altro film divento rivale della signorina Silvani, non nel contenderle il povero ragionier Fantozzi, ma un tizio conosciuto nel campeggio popolare per impiegati, un tizio che emana un puzzo tremendo dalle ascelle ogni volta che alza il braccio, e di cui ci innamoriamo perdutamente entrambe.
Intanto passano gli anni e i nostri personaggi invecchiano gradualmente, finché arriva l’età della pensione.
Fantozzi, andato in pensione, si ammala di ipocondria, sogna il suo vecchio impiego e cerca disperatamente negli annunci economici di trovare un lavoro, un lavoro qualsiasi che lo faccia sentire ancora vivo e utile.
A questo punto mi pare che il signor Paolo Villaggio operi una svolta significativa nel tratteggiare il mio personaggio: non più la moglie brutta, infatuata di uomini più giovani, che la respingono crudelmente per la sua scarsa avvenenza, ma una donna vera, capace di un amore autentico verso il marito e pronta a sacrificarsi per il bene di lui, a costo di rimetterci la salute e la dignità.
Dopo tanto cercare, Fantozzi sta per arrendersi alla triste realtà che nessuno vuole saperne di lui, finché miracolosamente qualcuno risponde e gli offre un lavoro. Il ragionier Ugo si sente rivivere e riacquista salute e buonumore, ma non sa che in verità sono io, che ho pregato il proprietario di un locale di offrire un lavoro a mio marito, impegnandomi a lavorare gratis, per ripagare lo stipendio che ogni mese Ugo riceverà.
Così, mentre lui è tutto contento, perché svolge un lavoro semplicissimo, rimanendo a casa a ricopiare indirizzi su delle liste di nomi, io mi consumo, lavorando il doppio, per pagare anche il suo stipendio e mi riduco uno straccio per la fatica, fino a mettere seriamente a rischio la mia salute.
Tornando a casa, mi attende il lavoro domestico, che ora sono costretta a trascurare, ricevendo rimbrotti e lamentele per la scarsa cura che metto nella cucina e nella pulizia degli ambienti da parte del mio caro compagno di vita.
Quando arrivo ad un tale grado di debolezza da svenire sul posto di lavoro, finalmente mio marito prende coscienza di come stanno le cose e, commosso, mi comunica che ha deciso di licenziarsi, cosicché io non dovrò affaticarmi tanto fuori casa e potrò tornare serenamente ad accudirlo come prima.
In fondo, in fondo mi ama, il mio Ugo!
In un altro film l’affetto per mio marito mi spinge fino a proporre alla signorina Silvani, che è stata il sogno erotico di tutta la vita del ragionier Fantozzi, di realizzare finalmente questo sogno, ora che lui è vicino a morire: sarò io stessa a pagare la Silvani, vendendo i pochi gioiellini che possiedo e mettendo da parte il mio orgoglio di donna e la gelosia, che ho sempre nutrito per l’orrida Silvani, che accetta la proposta per potersi pagare un intervento totale di chirurgia estetica, che dovrebbe restituirle la passata bellezza (sic).
Io penso che il signor Paolo Villaggio nella maturità abbia affinato la sua sensibilità, passando da un’ironia venata di sarcasmo ad uno sguardo intriso di umana pietà, che gli ha permesso di capire quali sono i veri valori, che rendono una vita degna di essere vissuta, come il rispetto e l’amore autentico per gli altri, che è il voler bene, cioè il volere il bene dell’altro, anche a costo di sacrificare se stessi.
Quindi il mio personaggio si è arricchito di nuove sfumature e i rapporti fra Fantozzi e la sua brutta famiglia sono stati delineati con mano più leggera, capace di cogliere, al di là della lotta di tutti contro tutti, anche la legge dell’amore, quell’amore che può aiutarci a rendere più sereni i pochi anni, che ci restano da vivere.
Con le dovute differenze fra uomo e donna naturalmente!
Mio marito Ugo, nonostante l’età che avanza con tutti i suoi acciacchi, non è capace di rinunciare a pensare al sesso e alle donne giovani, al punto di cercare la notte, mentre io dormo, di mettersi in contatto telefonico con quelle signorine, che simulano orgasmi e pronunciano oscenità all’orecchio di vecchi bavosi, facendo salire le bollette telefoniche a prezzi esorbitanti.
Quando sono andata alla SIP, per informarmi sul perché arrivassero a casa bollette telefoniche tanto alte, ho scoperto l’attività telefonica notturna di mio marito e l’esistenza di queste signorine e mi è venuta l’idea che anch’io potrei praticare la cosa, per arrotondare il bilancio di casa, magari mentre pulisco la verdura o lucido l’argenteria.
Detto fatto, ho preso contatto con una di queste agenzie, ho assunto un nome fasullo e arrapante (Vampira Insaziabile), ho promesso che non avrei mai incontrato dal vivo il mio interlocutore telefonico e dopo qualche tempo sono stata messa in contatto con un tizio (Cazzo di Ferro, il suo like name) in cui ho riconosciuto da alcuni indizi proprio mio marito, il caro e fedele ragionier Ugo Fantozzi.
“ Oh, come godo con te cazzo di ferro! Sei il migliore di tutti! Come te non c’è nessuno!”, e nel frattempo sceglievo le cime di rapa per la minestra.
Ma “cazzo di ferro” e “vampira insaziabile” non passavano tutto il tempo a dirsi oscenità per telefono: a volte lui le confidava tutte le amarezze e le umiliazioni patite nella vita e lei trovava sempre la parola giusta per confortarlo, finché lui non pretese che ci incontrassimo di persona ed io a malincuore accettai, contravvenendo alle regole ferree dell’agenzia di incontri telefonici.
E quale fu il nostro reciproco (solo il suo, in effetti) stupore nello scoprire chi eravamo nella vita quotidiana, cioè un marito e una moglie che si erano parlati per mesi al telefono sotto falso nome e ora constatavano con gioia di capirsi perfettamente e di essere fatti l’uno per l’altra.
Che genio, il signor Paolo Villaggio!
Io perciò sono molto grata al mio creatore letterario, che ha mostrato tanta sensibilità nel dipingermi come una donna eccezionale per bontà d’animo e capacità d’amore e chissà se in futuro il signor Paolo Villaggio non sarà conosciuto come l’ideatore dell’immortale personaggio della “signora Pina”, la moglie bruttina del ragionier Ugo Fantozzi.







