Ma la domanda che, poi, sorge spontanea è: “Come mai pur con tanti sostenitori i palestinesi non ottengono mai nulla?”
I palestinesi – e ciò è evidente – godono di appoggi internazionali molto rilevanti: politici, economici, comunicativi, però, ciò nonostante, la loro situazione non solo non migliora, ma, caso mai, volge sempre al peggio. Vogliamo chiederci quale ne sia la causa?
Partendo dall’assioma che occorrerebbe fare di tutto per salvare una popolazione che soffre terribilmente per la guerra, la fame e le malattie, dobbiamo, però, necessariamente, risalire anche alle cause.
Ora, occorre dire che la questione palestinese si protrae ormai da decenni senza soluzioni di sorta.
Vogliamo attribuirne tutte le colpe al premier israeliano Benjamin Netanyau?
Certamente possiamo, ma non risolviamo nulla: il conflitto continuerà e probabilmente causerà la totale distruzione della striscia di Gaza. Vogliamo chiederci: “Quanti premier (di vari orientamenti politici) si sono succeduti finora alla guida di Israele dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi? Forse qualcuno di loro ha risolto definitivamente il problema?”
Ora, se le scelte dell’attuale premier appaiono crudeli (e lo sono), dobbiamo pure osservare quel che è accaduto ad altri capi di Stato israeliani che lo hanno preceduto, infatti, mentre avviavano trattative di pace con i palestinesi, si sono, invece, ritrovati con una pallottola nel corpo (vedi Isac Rabin).
E allora? Qual è il senso di tutto ciò?
Sorvolando, perché troppo lunghe e complesse, sulle vicende dei due popoli, israeliano e palestinese, per arrivare solo ai fatti più recenti, quel che risulta evidente è il progressivo rafforzamento politico di Israele, rispetto alla Palestina, e la sua progressiva espansione territoriale ai danni di quest’ultima, soprattutto in Cisgiordania.
Questo è quanto è successo. Che piaccia o meno, si chiama realpolitic.
Dagli attacchi e dalle critiche che il governo israeliano da più parti quotidianamente riceve questi sembrerebbe trovarsi isolato, ma, a ben guardare, le cose non stanno affatto così: i paesi arabi che, attraverso i media, sembrano appoggiare i palestinesi, di fatto, sono alleati di Israele e si guardano bene dall’aiutarli concretamente. Del resto, memori delle pesanti sconfitte subite in passato da parte israeliana, non ne avrebbero alcuna convenienza. Resterebbero solo paesi come l’Iran, la Siria, il Libano, ma la reazione israeliana, di recente, nei confronti di questi ultimi, si è fatta sentire a suon di bombe e non sembra, viste le conseguenze, che abbiano ancora intenzione di riprendere i combattimenti.
Che cosa vogliamo dire, poi, di Hamas? Di un’organizzazione terroristica che si propone l’annientamento e la scomparsa totale di Israele? Non si tratta certo di un movimento moderato con cui sia possibile dialogare. Purtroppo gli estremismi producono altri estremismi, diametralmente opposti, ma a soffrirne sono poi soprattutto le incolpevoli popolazioni coinvolte.
Così, accade che mentre su Nethanyau piovono i peggiori insulti, su tutti gli altri autori (occulti) delle stragi nessuna.
Chi fomenta, infatti, questi odi? Chi soffia sul fuoco (e non da ora)? Chi trae vantaggio dalla vendita di armi? Chi lavora costantemente perché il conflitto non abbia mai termine?
Proviamo a rispondere a queste domande e ci accorgeremo che i responsabili di tali misfatti non sono solo nel campo israeliano e, soprattutto, che un percorso di pace può iniziare solo se tutte le parti coinvolte lo vogliono davvero.
Lydia Gaziano Scargiali








