Sempre più giovani cercano un futuro migliore oltre confine. Secondo il rapporto Italiani nel mondo 2017della Fondazione Migrantes della Cei, nel 2016 5 milioni di italiani si sono trasferiti in Europa e nel Mondo, con un aumento del 3,3%.
La Lombardia si conferma, con 23mila espatriati, la prima da cui si parte, seguita da Veneto, Sicilia, Lazio e Piemonte (il dato sorprende, perché dal Sud si va ancora in Lombardia a cercare lavoro, ndr).

Oltre la metà dei cittadini italiani risiede in Europa mentre circa 2 milioni vivono in America, soprattutto centro-meridionale. Le destinazioni più appetibili sono il Regno Unito, la Germania, la Svizzera, la Francia, gli Stati Uniti e la Spagna ma da qualche anno anche la Cina, la Romania e gli Emirati Arabi (principalmente Abu Dhabi e Dubai).
Oltre il 39% di coloro che hanno lasciato l’Italia alla volta dell’estero nell’ultimo anno

sono giovani tra i 18 e i 34 anni; per il 25% hanno tra i 35 e i 49 anni. I rimanenti sono distribuiti fra più anziani e giovanissimi…
Le partenze, spiegano i ricercatori, non sono individuali ma di “famiglia” intendendo sia il nucleo familiare più ristretto , ovvero quello che comprende i minori, sia la famiglia “allargata” quella cioè in cui i genitori, ormai oltre la soglia dei 65 anni, diventano “accompagnatori – sostenitori” del progetto migratorio dei figli. A questo si aggiunge il 9,7% di chi ha tra i 50 e i 64 anni, i tanti “disoccupati senza speranza” tristemente noti alle cronache del nostro Paese poiché rimasti senza lavoro in Italia e con enormi difficoltà di riuscire a trovare alternative occupazionali concrete per continuare a mantenere la propria famiglia.
L’Italia è il paese dove i padri stanno meglio dei figli, dove una laurea non basta più ad aprire tutte le porte, anzi spesso non ne apre neanche una, l’unica chance è quella di andar via.
Così l’Italia si trova intrappolata in un circolo vizioso. L’economia continuerà a svanire fintanto che soffocherà l’innovazione escludendo i giovani. Nel frattempo ogni giovane che parte è una voce in meno per reclamare delle riforme.
Simona Pepè Sciarria
(Corrispondenza da Roma)







