Il dramma del terremoto, che si abbatte a breve distanza sull’Italia, merita certamente d’essere oggetto di adeguata informazione e aggiornamento: il dramma dei senza tetto, delle vittime, dei monumenti distrutti ci lasciano pietosi e attoniti. Da qui a farne l’immancabile leit motiv diuturno di ogni tg, di ogni programma, arricchito dalle immancabili dirette, il più delle volte “deja vu”, ne corre. Siamo alle solite: delitti e catastrofi sono il pane mediatico quotidiano più gradito ai comunicatori, l’occasione ghiotta che consente di bypassare le notizie e i fatti “veri”, relativi ai tanti problemi sul tavolo del giorno e, troppo spesso, del mese, dell’anno e più ancora…
Non c’è peggio, diciamo sempre, che criticare i giornalisti (c’è chi direbbe i colleghi) e i media in sé. Ma qui l’accusata è la “dea informazione”, divinità certamente malefica che spesso tiranneggia gli stessi cronisti, i columnist e gli altri addetti ai lavori.
Ricordiamo sempre un giornalista di un’importante città italiana che notava come da utente fosse affranto da quel modo di essere destinatario dell’informazione mediatica, ma poi, dalla macchina da scrivere (chi sapeva che erano gli ultimi anni di quell’ormai storico strumento…) finiva per compiere gli stessi errori, per avviarsi sull’identica strada prima condannata.
La notizia ideale è: “un uomo uccide moglie, figli e suocera e si getta dalla finestra”. Allora l’apertura è sua, di quel povero disgraziato impazzito: avvilito e calpestato dalla sorte fino al giorno prima, poi in prima pagina su tutti i media. E talvolta la notizia la si va a trovare altrove. Fino in Nuova Zelanda. In giro per il pianeta, c’è sempre qualcuno che…
C’è poi il caso allarmistico: ricordate la mucca pazza? Ecco la notizia, una mattina: “a Genova il primo caso in Italia di morbo della mucca pazza”. Ma, se dici “primo caso” lasci intendere per chiarissima connotazione, che si tratta dell’ inizio di una serie… Più corretto sarebbe stato parlare di “un caso” di mucca pazza. E “vedi caso”, in barba al profeta di sventura, subito imitato da un codazzo di cronisti, la serie non ci fu mai.
Ma, al posto della mucca, dei polli agli ormoni, dei pesci allevati con gli antibiotici, degli ortaggi ai veleni, della mozzarella della terra dei fuochi, c’è il tempo che fa: quando Frank Sinatra era un bambino, o quasi, fu il tempo dell’atomica. Era la bomba ad aver capovolto meteo e stagioni. Marzo era stato pazzo? Roba da nulla: devi vedere gli altri mesi dopo i tristi fatti di Hiroshima e Nagasaki e dopo l’esplosione nel fascinoso atollo di Bikini. Da molti anni ormai vi sono tornati pesci e crostacei e l’atollo non ha tardato a vivere ancora, ma che cale alle cronache?
Il buco nell’ozono è già demodé, dell’effetto serra non si parla più. A’ la page si dice “cambiamento climatico”. Certo, perché il surriscaldamento viene smentito da troppe evidenze, la glaciazione abnorme al polo Sud resta top secret, perché non conviene allo scandalismo del caldo che aumenta, ma le estati sono “maledettamente” miti. Caspita: che fare dunque? Ah ecco: il terremoto. Dopo tutto il calcio minuto per minuto quella tecnica serve a qualcosa. Tanto più che, purtroppo, pare che il sisma sia in Italia un po’ come il papa: morto un papa se ne fa un altro. Con molto gaudio. Col sisma, ohimè, con molto lutto. Il segno è opposto, ma che importa?
Quel che conta è far notizia e, soprattutto, glissare su tutto il resto, dove ogni parola è una responsabilità. La nera e la catastrofe coprono tutto, ancor meglio della cronaca bianca, altra grossa zattera nel mare insidioso: i grossi problemi son lì da tempo, vi restino pure. Meno se ne parla, meglio è.








