Con “Cechov fa male” Sergio Basile mette in scena il torturatorio sovietico riservato alla popolazione russa e, nello specifico, agli artisti durante la dittatura staliniana, su cui troppo indulto colpevole silenzio s’è fatto, privilegiando altri torturatori di egual efferatezza ma che per ragioni di convenienza politica, che è poi la ragion di stato che regge l’impianto politico, ripagavano sia in notorietà sia in utilità disinformativa.
Quanto questa opera di disinformazione fosse attivamente praticata anche nel nostro paese dal dopo-guerra in poi, può essere ben evinto dalla prefazione al volume di Ante Ciliga “Nel paese della menzogna URSS 1926-1935” Jaca Book 2007; curioso notare che l’autore fosse stato un sincero e convinto comunista membro della Lega dei comunisti yugoslavi!
Il pezzo teatrale “Čechov fa male! Sincopi Deliqui Infarti Mancamenti” è costruito secondo un intelligente copione che alterna la narrazione recitativa alla proiezione di spezzoni di documentari d’epoca cui la voce, fuori campo, del commentatore dà giustificazione sia storica che preparativa all’acme della sceneggiatura.
Lo scritto teatrale di Basile si basa sulle informazioni tratte dagli archivi del KGB, ora accessibili, senza le quali non sarebbe mai potuto essere stato concepito lo spettacolo.
Di grande impatto la scena della confessione che viene affidata ad un clown così volendo significare che il carcerato recita ciò che il carceriere gli impone, evitando al pubblico una scena veritiera che per la sua crudezza (lì sarebbero stati si veri mancamenti tra gli spettatori!) non sarebbe potuta esistere se non con una perfetta aderenza alla vera scena suppliziale che in questo caso non è una punizione, a seguito della commissione di un fatto criminale, seppure nella aberrazione del supplizio quale metodo compensatorio , ma è estortivo di fatti mai commessi costruiti al tavolino.
Ma a questo punto ci si dovrebbe chiedere: perché Čechov fa male?
Scélestov, medico del racconto “Intrighi” di Čechov, deve presentarsi alla riunione della società dei medici per l’incidente del 2 ottobre di cui egli si è reso responsabile.
Scélestov, fantastica della riunione. Poi…suona la sveglia, lo richiama alla realtà: la riunione!
Si guarda allo specchio e cerca di alterare la sua normale fisionomia nell’intento di apparire quale non è, ovvero interessante. Per quanto si sforzasse ed anzi, in modo proporzionalmente inverso, il volto gli rispondeva …no!
Intrighi! E a questi intrighi partecipa anche lo specchio! Poi s’associano la pelliccia ed il cappello.
Non c’è proprio niente da fare; la STORIA è già scritta nella sua storia!
Non resta che presentarsi alla riunione!
A cambiare volto, invece, ci riesce benissimo ArchHammer (episodio di “Ai confini della realtà” “Twilight zone: Thefour of us are dying” 1.1.1960) un uomo insignificante con insignificanti mestieri non tutti propriamente nobili. Ci riesce a tal punto che, il padre di una persona le cui fattezze egli assume, lo uccide.
Certo Hammer può contare, seppure nell’immaginazione pura del racconto della serie televisiva “Twilight zone”, sulla libertà di azione tipica di una società dinamica e liberale ove ogni mossa è consentita per garantire la realizzazione del desiderio di miglioramento personale e di conseguenza collettivo, secondo l’etica protestante americana.
Čechov, no; non conosce né il personale né il collettivo. La Russia zarista è uno stagno di acque melmose; più ci si muove, più si va a fondo; la STORIA russa è immutabile!
Scélestov non può evitare la STORIA russa, ne è immerso anche quando potrebbe forse arrabattarsi, flebilmente abborracciando una modesta linea di difesa per quel 2 ottobre!
Ci sono due sensi di storia: la STORIA, quella di Scélestov, che è quella del tempo storico vissuto e la “storia” quella di Hammer che Hammer costruisce con le sue mani.
Ambedue hanno necessità di un volto nuovo.
Scélestov ed Hammer: due letterature diverse, una reale, l’altra fantastica, due epoche diverse, ma un solo unico destino: libertà (Hammer) non libertà (Scélestov-Čechov) nessuno dei due può determinare il proprio futuro. Hammer per non aver calcolato l’alea, Scélestov-Čechov perché non hanno neppure la speranza dell’alea.
Visione čecoviana pessimistica della vita?
“Schivo, modesto, ironico” Fausto Malcovati così lo definisce.
<<…Non sopporto la menzogna e la costrizione, in ogni forma …Il fariseismo, la stupidità, l’ingiustizia non regnano solo nelle case dei mercanti e nelle prigioni; li vedo negli ambienti della scienza e delle lettere, tra i giovani.>>.
Sono parole dello stesso Čechov.
Ed è proprio su questo aspetto diretto, sincero, limpido, genuino, veritiero della personalità del drammaturgo russo (che fruttifica nella sua narrativa di egual colore ovvero veritiera, semplice e reale) che il regista-attore Sergio Basile, scrive il pezzo teatrale.
In una lettera di risposta a Suvorin che gli rimproverava la mancanza di insegnamento morale in un suo racconto, Čechov risponde: <<…Voi mi rimproverate l’obiettività, chiamandola indifferenza verso il bene o il male, mancanza di ideali ecc. …il mio lavoro consiste nello spiegare cosa essi sono… (si riferisce ai ladri di cavalli oggetto del racconto escludendo,quale compito dello scrittore, la valutazione morale di essi)>>.
Ancora Čechov <<…Non sono né un liberale né un conservatore nè un evoluzionista né un monaco né un indifferente…>>
Čechov non ha nessuna intenzione di disobbedire e neppure di entrare nelle grovigliose dispute del positivismo così come in quelle delle filosofie nascenti europee.
La sua è una letteratura fotografica; racconta ciò che avviene.
Se, come dice Fausto Malcovati, Čechov è ironico, egli non utilizza, con l’artificio scritturale, retoricamente, l’ironocità, ma si limita ad evidenziare ciò che già è ironico di natura nei propri personaggi e nelle storie russe che egli narra.
La rassegnazione di Scélestov non è pessimismo è semplicemente immobilismo strutturale che congela la STORIA e che, di conseguenza, congela anche le menti e la mente congelata produce Scélestov anche lui congelato.
Come Scélestov, Čechov è prigioniero della STORIA ma obbedisce solo alla sua nobile anima indagativa.
Anno 1890, per sua volontà, Čechov, è nell’inferno dell’isola di Sachalin, l’isola dei deportati! Compila circa 10000 schede di orrori umani.
Ma allora, perché temere di lui e delle sue opere?
Be’, per un certo numero di ragioni.
E’ vero, Čechov esercita l’attività di medico e soccorritore di infermi, è capace di quello che tutti gli sconsigliavano, l’isola di Sachalin, ove con umile carità di un uomo guidato dalla pietà cristiana conosce delle sofferenze disumane, delle aberrazioni e degli abbrutimenti indicibili e li descrive in quelle 10000 schede.
Ma l’URSS non conosce la pietà cristiana, anzi è uno dei maggiori pericoli! Quando egli si dice lontano da idee conservatrici e liberali, ha già firmato la sua condanna capitale.
Quand’egli descrive le pochezze, le rassegnazioni, la miseria dei soprabiti rattoppati,le miserrime condizioni di vita di villaggi abbandonati flagellati dalle epidemie, le piccole aspirazioni di uomini comuni e poi di nuovo i baratri nei quali essi piombano immobili, be’ ha già confessato un altro capo d’accusa a suo carico: il sentimentalismo piccolo borghese!
La costruzione dell’uomo nuovo comunista esige ben altro: la deradicalizzazione delle origini naturali dell’essere umano, nessun posto per i turbamenti dell’anima; v’è una sola unica estetica da rispettare, il realismo socialista!
“Čechov fa male”, fa molto male.
Ma, fa ancora più male apprendere che (Corriere della sera 31 ott. 2019 in cronache pag. 25) il regista Vito Molinari non è stato autorizzato a festeggiare il suon 90° anno in RAI.
Damnatio memoriae! Si, perché è proprio nella Rai radio degli anni ’50 che Memmo Benassi , impareggiabile attore, poté recitare “Il canto del cigno” di Čechov, non solo contribuendo alla salutare diffusione popolare di testi ed autori irreperibili negli sperdutissimi villaggi italiani e, probabilmente, sconosciuti ai più, ma anche dando prova d’un’arte le cui vette, per conoscenza perfetta della metrica, per abilità a vestire gli abiti del protagonista, per intelligente interpretazione dell’atmosfera storica e del percepito čechoviano di essa, è possibile affermare non essere mai state raggiunte.
Foto e testo di Fabio Massimo Tombolini
(Corrispondenza da Roma)
Čechov fa PAURA!
Cechov fa male Sincopi Deliqui Infarti e altri Mancamenti
- Di: Sergio Basile
- Regia: Sergio Basile
- Con:
Barbara Scoppa
Sergio Basile
Martina Tore
Piero Lanzellotti
- Disegni: Spartaco Ripa
- Produzione: Fondamenta Teatro e Teatri
TEATRO LO SPAZIO ROMA 16 nov. 2019








