“…Il cielo è malato, la terra è malata, sono malati gli uomini!…” Questo il lamento di Sancho in presenza di un Don Chisciotte apatico, abulico, di una apatia che non è imperturbabilità per conseguire uno stato di coscienza profondo, di una abulia nel vero senso della parola, ossia mancanza assoluta di volontà di agire per inferire nella realtà, del che Sancho s’accorge e, conoscendo il carattere del cavaliere, quello ne deduce.
E’ questo il “Sancho” scritto e diretto da Lauro Versari affidato agli attori A. Rapè, M: Bellardini, E. Puglia, andato in scena a dicembre al Palladium di Roma.
Non è per nulla sciocchino questo fedele scudiero, né comico nella sua elementarietà espressiva; è l’anima semplice di fronte alle avversità e alle catastrofi, quello che dipana il groviglio della mente di un Don Chisciotte dai valori universali, degli innamoramenti sublimi e dell’ignoto o, peggio delle situazioni che gli altri costruiscono, anche esterni al romanzo.
S’avverte, nel “Sancho” di Versari, un senso di sgomento per l’arrendevolezza di Don Chisciotte, uno sconforto per la mancanza di prospettiva, per l’incapacità di progettare il futuro; la sedia a rotelle pendente dall’alto, Dulcinea che vi si dondola, giovane e brillante, sapendo ch’essa è destinata al Cavaliere, ove effettivamente egli finisce: la beffa del “Genio” o l’avvicendarsi delle stagioni del tempo in cui Dulcinea dondolante è l’unico motivo che allude al futuro?
Ma facciamo qualche passo indietro per comprendere come Don Chisciotte è iscritto e considerato fra le letterature mondiali.
Succedono cose strane tra il foglio e colui che ne verga il bianco candore.
Spesso queste strane cose sfuggono al lettore esperto e ancor più a quello attuale che, a quanto segnalano parecchi Istituti, è flagellato da una nuova epidemia di analfabetismo (chiamasi analfabetismo funzionale o illetteratismo: si sa scrivere e leggere ma non si è in grado né di traslare un pensiero per iscritto, né di comprendere ciò che è scritto da altri, pare che ne soffra ben 1/3 della popolazione italiana) analfabetismo che a differenza di quello del XX sec.e, peggio dei secoli precedenti, non è dovuto alle misere condizioni della popolazione, ma anzi alligna, attecchisce e prolifera proprio tra chi le scuole le ha frequentate, ancor più grave se si pensa che l’obbligo scolastico è stato elevato al 18° anno di età.
E’ normale poi osservare che i “socials” si punteggino di citazioni, le quali, nell’intenzione di chi le pubblica – lui, privo di idee che se anche gli sorgessero alla mente a causa del suo “illetteratismo” non saprebbe esprimere – dovrebbero rassicurarlo sinteticamente nel concetto di cui egli condivide la sostanza. Ma non è così, purtroppo!
La citazione è sempre astratta ed estratta: astratta lo è non per l’autore che ha ben presente il suo inserirsi nell’articolato del suo pensiero, ma lo è per chi la riporta, perché costui non giustifica il ricorso alla citazione in relazione alla tesi che egli vuole sostenere; estratta lo è per una discendenza di quanto prima s’è detto, poiché tale citazione viene surrettiziamente prelevata da un “corpus” dell’autore, senza minimamente preoccuparsi di innovare quel “corpus” a sostegno della novità che il pubblicante pretenderebbe di offrire.
A proposito di divulgazioni “lampo” valga sempre l’avvertimento di chi WEB e video-conferenza non aveva, ma possedeva gran cervello; si tratta di “Lezioni sulla storia della filosofia” (1833) La Nuova Italia Firenze 1981, vol. I pag. 20 di Hegel ove il filosofo metteva in guardia sull’uso dei seppur ottimi manuali di storia della filosofia che, privi di un filo sottile che desse ragione del susseguirsi delle teorie, risultavano come una “filastrocca di opinioni”.
Opinioni quindi, non tesi che si sviluppavano in conseguenza di altre tesi e che avrebbero potuto generare nuovi filoni di pensiero tali di integrare o negare la validità delle precedenti. Opinioni soggettive tanto care agli showmen della TV, che proprio per il loro scollegamento totale dalla realtà sono seguitissime dal pubblico, che si arrabatta volando come mosche impazzite, cercando “l’OPINIONE” più verosimilmente rispondente alla singolarità di ogni facente parte del pubblico, generando artefatte opposizioni ed odi!
E’ dunque confinato il principio di Hegel per evitare quella “filastrocca di opinioni” alla filosofia che fu stata?
Sicuramente no.
La ragione è molto semplice: si tratta oggi di prender coscienza di un sistema operativo che tenga presente altre culture e le confronti con 3 mila anni di cultura “occidentale” senza creare minestroni arbitrari, seguendo le prescrizioni di una ricerca filologicamente sostenibile, tale che giustifichi il mondo nella sua interezza; operazione certamente titanica, mai tentata in precedenza per la quale taluni studiosi hanno coniato un termine nuovo: transculturalità (attenzione: non multiculturalità, termine che lascia ad ogni cultura le sue caratteristiche specifiche, considerando ognuna di essa come una camera stagna).
A proposito di questo orizzonte culturale sferico, fa piacere leggere sul Corriere della Sera del 12.12.2019, l’etusiasmo di Sabino Cassese commentatore della elezione di Marta Cartabia a presidente della Corte Costituzionale, riconoscendole altissima professionalità unita ad una concezione del diritto non confinata al limitato ambito italiano.
Bologna via San Petronio Vecchio 57, apre la prima libreria dove i libri sono gratis!
Qualcuno s’è incaricato di aprirci una strada verso la cultura, per giunta gratuita; vi sono ora scusanti alla ignoranza?
Se è no la risposta, come è effettivamente, non ritorna forse piena di significato “La questione della colpa” di K. Jaspers sulla responsabilità politica della Germania per la catastrofe della II guerra mondiale?
Succedono strane cose tra il foglio e colui che ne verga il bianco candore, ma succede anche che ci si domandi quanto dei classici sopravvive e quanto è attualizzabile e come poter proiettare il “classico” nel futuro e in che rapporti è “Don Chisciotte” con il famoso “Musashi” di Eiji Yoshikawa!
A questo punto potremmo forse perdere la sicurezza e l’orizzonte cui siamo abituati a sorreggerci. Ma non è così: dunque, se quel filo-concetto di Hegel che dovrebbe guidare l’apprendista filosofo, noi provassimo ad immaginarlo come il filo che incatena le perle (le culture) su cui esse gemmano e si dilatano produttive, senza che mai abbandonino l’anima reggente, be’, saremmo già ad un buon punto.
Un buon esempio di quello che accade fra il foglio bianco e l’autore, lo dà un brillantissimo studio di Mirko Frollano nella sua tesi “Meccanismo di difesa egosintonica di T. S. Elliot”, ove esamina la proiezione del se dell’autore nelle sue opere.
Il “Don Chisciotte” di Cervantes è un testo notevolmente complesso pari forse all’ “Ulisse” di Joyce che sembrerebbe essere il libro più abbandonato dai lettori. Non si tratta di una complessità concettuale come in Joyce che lo stesso indirettamente ammette quando il 21 sett. 1920 invia una lettera a Carlo Linati con annesso uno schema-guida per una più lineare lettura del suo “Ulisse”.
Questo “Don Chisciotte” è talmente attraente che Borges inventa un personaggio immaginario, Pierre Menard, al quale affida il compito di scrivere un nuovo “Don Chisciotte” il quale non è altro che, verbalmente, il vecchio “Don Chisciotte”; potrebbe sembrare una favoletta, una stupidaggine, una copia pedissequa… non lo è!
Non lo è per due ragioni:
- a) Borges avvalora la tecnica scritturale di Cervantes, cercando un paredro (Menard) che inizia una storia (il nuovo “Don Chisciotte”) e deve renderne conto ovviamente al suo superiore (Borges) che controlla se stesso tramite Menard, il quale scrivendo, inietta nella realtà del ‘900, ben percepita da Borges, tutta la potenza del “Don Chisciotte” di Cervantes.
- b) Menard non è Cervantes e neppure Borges è Cervates; però ha esigenza, Menard-Borges, di scrivere qualcosa che sia esattamente il “Don Chisciotte” ma non lo sia affatto, poiché se Menard-Borges scrivono esattamente come Cervantes, bene, questo significa che Cervantes ha espresso valori universali e che Menard-Borges non avvertono la caducità della magia della parola dello scrittore spagnolo e del suo tempo.
Potrebbe ritornare qui il filo sottile di Hegel che dovrebbe sostenere un buon manuale di filosofia.
Talvolta il fato è dalla parte dei geni, in questo caso di Menard-Borges, che non debbono percorrere le vie tortuose della traduzione (Menard, Borges, Cervantes, stesso idioma e stessa lingua) il che ci assicura che la coppia Menard-Borges comprende perfettamente il “Don Chisciotte” di Cervantes ed è dunque in grado di traslare le valenze originali senza aver fatto ricorso ad equivalenze lessicali di una traduzione.
Nel 1976 Walcott scriveva in “Sea grapes”: “I classici possono consolare. Ma non abbastanza”.
Si certo, se letti e riposti nella biblioteca e non attualizzati del che egli è ben cosciente!
Il ricorso ad un paredro (Menard) è la sezione aurea di Borges sul “Don Chisciotte” che non potrebbe neppure principiare senza l’uomo del ‘900, appunto Menard, vibrante di esigenze interpretative del suo tempo.
Walcott, che conquista il Nobel con “Omeros”, è di molto posteriore a Borges, eppure anche lui avverte il richiamo dell’antico sapere nelle sue valenze cosmiche che permettono all’uomo contemporaneo ciò che il “Don Chisciotte” di Borges, permette a lui.
E’ la tecnica della tessitura delle vicende che vale a Cervantes il titolo di genio della letteratura, ove nel “don Chisciotte”, si osserva una specie di procedere a sistema di frattali matematici in cui non v’è rischio che un ramo frattale esaurisca il suo potere di generare altri frattali e quindi muoia su se stesso.
Dunque, una storia che produce un’altra storia produttiva, a sua volta, di un’altra storia che viaggia parallela o si inserisce sulla storia madre e, novità assoluta, la presenza di Cervates entro le vicende come osservatore o giudicatore di comportamenti dei suoi stessi personaggi; ecco quindi “la cosa strana” di cui prima si disse: il foglio esige la presenza di chi lo scrive!
L’artifizio letterario di Cervantes che viene detto a “schidionata” (da schidione ovvero spiedo) darà poi luogo alla narrativa del ‘900 e contemporanea che va sotto il nome di “realismo magico” (M. A. Bulgakov: Il maestro e Margherita; G. G. Marquez: Cent’anni di solitudine, tanto per citare esempi di romanzi più noti).
Forse il più bel commento al “Don Chisciotte” di Cervantes lo si deve a Victor Hugo nel suo “William Shakespeare” nell’individuazione di tre pilastri fondamentali dell’arte narrativa di Cervantes; la creazione, l’invenzione, l’immaginazione cui si deve aggiungere il “buon senso” dello scudiero Sancho.
- Hugo dice:<<…il buon senso, che giunge all’improvviso e grida al genere umano: salvati la pelle!, è davvero un ammirevole personaggio…>>.
Questo commento dello scrittore francese, molto lontano dalle analisi degli studiosi, sembra essere guidato dalla cristallina chiarezza di un uomo limpido, di una mente che capta la sostanza priva delle vesti che via via indossa.
A commento del filone narrativo del “realismo magico” del XX e XXI sec., c’è da dire che esso coesiste con una tendenza filosofica che affonda le radici in De Saussure, passando per Freud, Heiddeger, fino a Deridda e che investe anche la architettura nell’orientamento detto “decostruttivismo”. Vediamolo.
Un giovanissimo Heiddeger a Friburgo nel 1919, esordisce, in una lezione, incentrando l’argomento sull’oggetto a lui più vicino: la cattedra di legno e ne evidenzia le innumerevoli percezioni che gli osservatori ne possono avere a secondo del loro punto di vista mentale (professore, studente, inserviente, etc.) e conlude:
<<…la cattedra mondeggia…>>.
Dunque, qualsiasi tentativo descrizionale è viziato da ineffabilità ossia da impossibilità ad esprimersi con parole!
Qui si apre il baratro del XX secolo!
Deridda andrà ancora più a fondo: è proprio la “parola” con la sua pretesa di essere logo-centrica che trae in inganno dando l’impressione di identificare oggetti e fatti nella loro essenza metafisica, rassicurando, con essa “parola”, d’aver definito il mondo.
Il linguaggio, quale da noi è conosciuto e praticato, non è sufficiente a cogliere con la parola, la “pienezza”, anzi è fortemente fuorviante.
Vero; è vero che, come sostenevano il decostruttivismo e Daridda, la fonesi non può esprimere se non presunti concetti vaghi, inesatti, parziali, imprecisi, fallaci, precludendosi di attingere all’ “essere” che è un problema ontologico, poiché essa fonesi, per sua natura, fraziona, differenziandosi in suoni.
Ma…è anche vero che:
<<La parola – come scriveva lo scrittore russo Pëtr Jakovlevič Čaadaev (1794-1856) – vibra soltanto nei luoghi sonori. Nessuna pretesa ontologica in lui, probabilmente solo la fede, la fede nella religione e nell’uomo e nel cambiamento dei tempi per l’uomo.
Tutto il ‘900 è percorso da una filosofia dell’angoscia e da un seguente relativismo privo di qualsiasi fruttificazione in cui, quel “realismo magico”, per altro apprezzatissimo, fatica ad imporsi quale alternativa alla mancanza di un orizzonte di speranza.
Si potrebbe concludere con un pensiero di Heiddeger tratto da una intervista da lui concessa alla rivista “Der Spiegel” del 23 sett. 1966 che, seppure velato da un pessimismo di fondo, apre l’orizzonte:
<<…Vedo, come come unica possibilità di via di scampo, questo: preparare nel pensiero e nella poesia, una disponibilità e una prontezza per l’apparizione del Dio…la preparazione della disponibilità e della prontezza potrebbe essere il primo aiuto. Il mondo non può essere ciò che è e come è grazie all’uomo, ma neppure senza l’uomo…>>.
Testo e foto di Fabio Massimo Tombolini
(Corrispondenza da Roma – coordinazione Nino Macaluso)
Sancho: teatro Palladium ROMA
Sancho inseparabile scudiero di Alonso Chisciano detto Don Chisciotte
Scritto e diretto da Lauro Versari
con Aldo Rapè, Maurizio Bellardini, Eleonora Puglia
14 dicembre 2019








