Furbetti contro furboni: è guerra

Il ministero delle Finanze a Roma. Espone ancora lo stemma sabaudo e simboli guerreschi.

Il fisco accerchia i furbetti. Ma quando toccherà ai furboni? Fra le due “categorie” è guerra a distanza, ma senza esclusione di colpi… Anche se i furbi piccoli, pur essendo in tanti, hanno solo i coltelli. Gli altri hanno i cannoni….

Ma andiamo con ordine. Il problema è complesso e affonda radici nella storia. Allo stato “conviene” tassare le masse piuttosto che inseguire i …pochi ricchi. La storia è piena di odiose imposte, tasse e balzelli imposte alla “povera gente” o quasi…

Basti pensare alla “Tassa sul macinato” l’imposta del Regno d’Italia sulla macinazione del frumento e dei cereali in genere. La “tassa” Fu promulgata il 7 luglio 1868 ed entrò in vigore il 1º gennaio 1869. Era una tassa già sperimentata da alcuni stati prima dell’Unità. Nonostante le reazioni della piazza in tutta la Penisola e il trasferirsi della disputa in parlamento, non subì sostanziali variazioni per molti anni.

La disparità (e lo vedremo ancora più sotto) sta già, imprevedibilmente proprio già nell’uguaglianza: che cosa conta per un ricco pagare la pasta o un pane a un euro anziché 0,50?

E’ noto, oggi, che un piccolo aumento sui carburanti possa fruttare subito grandi cifre all’erario. E’ ciò che somiglia alla “vecchia” tassa (imposta indiretta) sul macinato. Colpisce tutti, alla cieca, chi in auto si diverte, chi passeggia e chi – invece – con “il mezzo” ci lavora…  Addirittura, nella sua “sfrenata fantasia“, questo governo minacciava di togliere la franchigia al gasolio per agricoltori e pescatori… Ma resta chiaro il principio che “intervenire sulla massa dei cittadini” sia ben più agevole che procedere nei confronti delle minoranze più ricche… Né può dirsi che “piccoli aumenti” siano indolori, perché difficilmente si torna indietro e il prezzo dei carburanti cresce col tempo in Italia inesorabilmente, portandosi appreso quello del gas di cucina, soprattutto del Gpl sempre tanto usato sia dalle famiglie che dagli chef.

Ma il danno maggiore alla piccola economia e all’autoccupazione – quindi alla società –  è provocato dal crescere del rigore fiscale ed anche del semplice “clima minaccioso” che si scatena contro “i piccoli”, a partire da coloro che, per uscire dal guscio di una situazione “senza denari“, cercano di creare una propria attività, artigianale, di servizi o professionale, di “inventarsi qualcosa”. Questi  “sbarcano il lunario”, ma a lunga corsa contribuiscono non solo a togliere individui dagli elenchi dei disoccupati, ma – forse ancor meglio -a creare e rendere nuovi servizi,inediti o più diffusi nel territorio.

Il problema “tecnico” è che una certa mentalità diffusa ritiene che chi lavora consumi soprattutto un reddito (come se i redditi provenissero da una sorta di somma già esistente) e non piuttosto renda un servizio che, in una situazione normale, quindi reale e fisiologica vale più di quanto non costi.

Eccoli, quindi, i responsabili della povertà delle nazioni: i giovani che esordiscono in una professione,i poveri cristi che affrontando difficoltà d’ogni genere cercano di sopravvivere o anche crescere “esibendosi” in mille iniziative. Non ci si accorge che, nella società di oggi,l’iniziativa è perseguitata a livello planetario, che essa andrebbe – se mai – incoraggiata. Anche i governi la incoraggiano in momenti di lucidità. Ma non è la regola, c’è un vasto giro d’opinioni che ritiene che un atteggiamento repressivo e poliziesco nei confronti delle “piccole attività”, delle piccole manifestazioni di libertà economica, sia un atto dovuto rispetto ad un astratto senso di giustizia. Scatta l’invidia (l’invidiuzza) da parte di chi-a reddito fisso da stipendio – non può evadere rispetto a chi è praticamente privo – di regola – delle mille previdenze per chi è a reddito e che “deve” pertanto premunirsi rispetto alle situazioni di imprevisto, ai momenti ed ai casi di malattia, alle crisi di mercato, quanto meno al ristagno delle vendite, degli ordinativi, delle “occasioni” di lavoro. Infine, non tutte le libere iniziative hanno successo: intervengono anche gli errori,  gli imprevisti… Ce la caviamo con un superficiale “colpa loro“?

Chiunque abbia pratica di vita e senso umano sa benissimo che a questo livello, una certa elasticità delle norme fiscali e degli stessi costumi equivale ad una indispensabile panacea di sopravvivenza.

Il “libero piccolo mercato” è già asfittico. Chiaro. Lo è perché è un mercato da poveri, perché incontra già in massima parte le stesse incombenze, gli stessi “ostacoli burocratici” del grande mercato. Questo, in massima parte dovrebbe risolvere in ogni caso determinati problemi che è invece la legge repressiva ad imporre anche ai piccoli. Ciò per ovvio interesse della grande produzione e della grande distribuzione. La legge uguale per tutti è – quasi di regola – ingiusta. Ma questo la gente comune non lo sa… Si pensi all’ampiezza delle maglie della rete per i pescatori oceanici e per quelli mediterranei… Ma questo è solo uno di mille esempi.

Differente sarebbe rivolgersi alle grandi evasioni, cercare di colpire chi specula col denaro procurandosi altro denaro senza passare attraverso un processo di produzione e attraverso la reale produzione di valore aggiunto.

E’ chiaro che abbia ragione chi sostiene che l’estendersi obbligatorio dell’uso delle carte di credito equivalga ad un “grande profitto” per le banche. Tanto per cambiare… Di fronte ai “grandi sì” ed ai”grandi no” c’è sempre da chiedersi”cui prodest”. Tuttavia questi sì e questi no vengono serviti mediaticamente in …salsa buonista. Non è difficile per chi “possiede anche i giornali” e per chi compra pubblicità… Ciò che ci può salvare è solo la nostra cultura, la nostra intelligenza, il nostro discernimento. Purché non cadiamo nel rischio (altro errore) di …sospettare di tutto. Esiste anche il bene, il problema è riconoscerlo.

I “furboni”, a differenza dei furbetti, se la cavano attraverso società fittizie, presta nomi, giri bancari, delocalizzazioni… Perseguirli in concreto avrebbe – però – l’aria una “cosa seria“, richiederebbe coraggio e la forza di schierarsi contro il grande capitale.

Resta il fatto che, difronte, alle necessità del bilancio di uno stato, è facile imporre nuove tasse. Sarebbe, invece, da maestri individuare dove ritagliare i costi senza penalizzare i servizi e il mercato.

Germano Scargiali

Articoli correlati