Il nuovo papa si chiama Leone XIV

Il cardinale americano Robert Francis Prevost sceglie il nome di un pontefice combattivo e di grande fede

L’elezione al soglio pontificio del cardinale Robert Francis Prevost ha destato molta sorpresa. Non era infatti tra i candidati più quotati, ma aveva, però, un curriculum di tutto rispetto.

Di solida cultura teologica, laureato in Matematica e in Filosofia, parla sei lingue, sembra possedere le basi fondamentali per guidare la Chiesa in un momento di grandi tensioni.

Le questioni che dovrà affrontare non sono infatti di poca entità: dall’immigrazionismo all’ecologia, passando per le richieste provenienti dagli omosessuali o dalle donne, c’è un intero mondo in subbuglio le cui posizioni si pongono spesso in aperto conflitto con il tradizionale magistero ecclesiastico. Riuscirà il nuovo papa ad affrontarle e a risolverle? Difficile dirlo, ma è di conforto sapere che Prevost, da agostiniano, certamente saprà trarre ispirazione dal vescovo di Ippona, un grande santo della chiesa cristiana, oltre che persona coltissima e di grande abilità politica e dialettica.

Prevost è il primo papa americano, ma con importanti radici europee (francesi, italiane e spagnole), il che, contrariamente a quanto si sta affermando da parte di alcuni media, ci sembra un’ottima premessa. Gli Stati Uniti, pur attraversando un periodo di crisi, sono tuttora il primo paese del mondo per economia e potere politico, gli stati europei, guidati da una insignificante UE, non sembrano contare granché sul piano internazionale, ma dispongono ancora di considerevoli risorse economiche e, se ben guidati, sarebbero certamente in grado di superare l’impasse.

Prevost dichiara di muoversi in continuità con Bergoglio, che lo aveva nominato cardinale, ma appare anche in discontinuità col predecessore argentino su vari punti programmatici.

Il sostenitore “delle periferie” se ha suscitato, infatti, proprio per questo, molte simpatie, ha deluso, però, i tanti che non hanno visto in lui quel “pastore di anime” che avrebbero voluto: troppe contraddizioni, incertezze dottrinali, discutibili aperture nei confronti di questioni delicate e controverse…

Ci sembra, inoltre, che il pauperismo di Bergoglio possa essere apprezzato solo se si rivela utile come primo passo per il superamento della povertà, ma se diventa un modo per considerare la miseria come una realtà ineliminabile e da non contrastare in alcun modo, questa difesa dei poveri ad oltranza ci sembra più ipocrita che costruttiva. Leone XIV, postosi tempo fa in contrasto con Trump e con Vance per il respingimento degli immigrati clandestini, ha dimostrato di avere personalità nei confronti dei potenti, ma, quando parla di volere unire, di volere dialogare con tutti, si fa promotore di concretezza per la soluzione dei problemi, il che appare fondamentale in un mondo lacerato da crisi economiche e conflitti devastanti.

Prevost, che è stato anche missionario in Perù, che parla lo spagnolo e difende il sud del mondo, potrebbe svolgere quel ruolo di pacificatore, di costruttore che non è riuscito a Bergoglio, personaggio a volte duro e insofferente, poco incline al dialogo e al confronto.

Crediamo, infatti, fortemente, che amare i poveri significhi soprattutto farli uscire dalla miseria, dall’ignoranza, dalle ingiustizie sociali e che per realizzare un programma così ambizioso occorra la collaborazione di tutti, in primis dell’imprenditoria e dei benestanti che, se veramente cristiani, devono capire che lavorare per la pace significa permettere a tutti i popoli di vivere nella pace e nella prosperità, ma pensiamo pure che escludere dal dialogo questa importante classe sociale sia un errore da parte di una Chiesa che volesse essere realmente universale e, quindi, di tutti.

Rivolgiamo allora un augurio dal profondo del cuore a papa Leone XIV, perché guidato dallo Spirito santo possa portare la fede in Dio in tutto il mondo e quella pace di Cristo che tutti gli uomini desiderano.

Lydia Gaziano Scargiali         

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