In Romania governo europeista a pezzi

Il primo ministro Bolojan va a casa dopo meno di un anno dall’elezione 

I socialdemocratici abbandonano la coalizione al governo e si alleano con l’estrema destra “Alleanza per l’unità dei rumeni”. Le due formazioni unite sfiduciano Bolojan

Quel che sta accadendo in questi giorni in molti paesi europei è sensazionale e non ha precedenti: la UE, sotto i colpi di nuove coalizioni politiche, scricchiola ogni giorno di più e non sappiamo quali saranno gli esiti finali.

Così, ad esempio, in Romania, l’austerità imposta dal primo ministro Bolojan, voluta dalla UE per ridurre il deficit del paese, ai suoi connazionali proprio non è andata giù, col risultato che i socialdemocratici, abbandonando la coalizione di governo, non hanno esitato ad allearsi con il partito di estrema destra “Alleanza per l’unità dei rumeni”.

I prossimi scenari? Sono ancora ignoti, infatti, le prossime elezioni parlamentari in Romania non sono previste prima del 2028, nel frattempo, il presidente della Romania, Nicusor Dan, incaricato della nomina del primo ministro, dovrà invitare i partiti a negoziare per tentare di ricostruire una coalizione sotto la guida di un altro membro del partito di Bolojan, oppure nominando un governo tecnico. Ma, intanto, ha cercato di lanciare rassicurazioni, spiegando che il Paese manterrà il suo orientamento filo-occidentale.

L’Europa al giro di boa

La Romania, però, non rappresenta un fatto isolato, è, invece, un pezzo di un’Europa che sta cambiando. In Italia, il governo di centrodestra sta durando. In Polonia, la presidenza di Karol Nawrocki ha aperto a un confronto con un esecutivo di segno opposto. In Ungheria, neppure il nuovo governo si sta dimostrando filo UE. In sintesi, possiamo dire che non stiamo assistendo tanto all’avanzata delle destre, quanto al logoramento delle formule costruite per contenerle.

Quando il consenso si sposta, queste, infatti, diventano strumenti sempre più inconsistenti.

La sinistra europea non è all’altezza delle nuove sfide

Le coalizioni progressiste europee promettono stabilità, ma non riescono a coniugare il risanamento del deficit con la crescita economica. In Romania il governo è caduto sul deficit e sulla gestione della spesa pubblica, ma non si notano sostanziali differenze neppure nel governo francese o britannico (quest’ultimo in teoria fuori Ue, ma in pratica con un piede dentro), il cui sostegno popolare risulta ormai ai minimi storici.

Emerge, così, un quadro comune: inflazione, conti pubblici e sicurezza sociale, dai popoli europei, vengono percepiti come i nodi centrali, come gli ostacoli principali che frenano lo sviluppo generando ansia e sfiducia, ma le attese riforme non arrivano. Un altro dato negativo, che si può riscontrare nelle attuali politiche UE, è la tendenza ad escludere qualche partito più che cercare di governare insieme, ma con questo modo di procedere si ottiene solo una più veloce caduta degli esecutivi.

Per concludere, il mantra, troppo spesso ripetuto dalla sinistra, dell’assoluta inconciliabilità tra partiti di destra e di sinistra, si sta rivelando inattendibile se si cominciano a formare persino imprevedibili convergenze tra socialisti ed estrema destra come in Romania. Allora che sta accadendo?

Finanza e lobby condizionano le politiche della UE

Intanto va affermato a chiare lettere che l’Unione europea non si fonda su una struttura democratica, ma è semplicemente l’espressione del potere della Finanza e di alcune lobby particolarmente potenti. Le decisioni, infatti, vengono prese da una Commissione ristretta, formata da ventisette membri, uno per ogni paese della UE. Il Parlamento europeo conta poco.

Secondo Antonio Maria Rinaldi, ex parlamentare europeo, “questo modello non è solo democraticamente debole, ma strutturalmente rischioso. La delega estesa di scelte politiche a strutture burocratiche e dirigenti non eletti alimenta un evidente problema di moral hazard. Chi decide senza rispondere direttamente agli elettori non sopporta pienamente il costo delle proprie decisioni. In assenza di una sanzione democratica diretta, si riducono gli incentivi alla correzione degli errori e si rafforza l’autoreferenzialità dell’apparato amministrativo. La conseguenza è una progressiva sostituzione della sovranità popolare con una sovranità burocratica. Le politiche europee finiscono per privilegiare la coerenza interna del sistema istituzionale rispetto al consenso esterno, allontanandosi dalle condizioni economiche e sociali reali dei Paesi membri. È in questo scarto che si alimentano la sfiducia dei cittadini, l’astensionismo e la percezione di una Unione che decide molto, ma rappresenta poco. Invocare genericamente “più Europa” senza affrontare questa asimmetria significa eludere il nodo centrale. La questione non è la quantità di integrazione, ma la qualità della sua legittimazione democratica. In tutte le democrazie mature, il centro del potere politico risiede nell’assemblea eletta, perché solo essa garantisce responsabilità, trasparenza e possibilità di sanzione. Dove il Parlamento è debole, la democrazia è debole. Se l’Unione europea ambisce a essere qualcosa di più di un ordinamento regolatorio, una riforma profonda dei Trattati è inevitabile. Il Parlamento europeo deve diventare il fulcro del sistema: dotato di pieno potere di iniziativa legislativa, di strumenti di controllo effettivi sull’esecutivo e della capacità di orientare l’indirizzo politico generale. La Commissione deve rispondere politicamente al Parlamento in modo sostanziale, non formale. Il Consiglio deve tornare a svolgere una funzione di coordinamento tra Stati, non di supplenza democratica. Un’Europa con un Parlamento marginale resta un’Europa incompleta. Senza una chiara centralità della rappresentanza elettiva, la costruzione europea rischia di consolidare il potere della burocrazia a scapito della sovranità popolare. E nessun progetto politico, per quanto ambizioso, può durare a lungo se chiede fiducia senza garantire democrazia”.

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