LA VIA AUTONOMA ITALIANA OLTRE I BLOCCHI
Rilanciare l’economia e l’export. Quale soluzione può scegliere l’Italia per superare il regime sanzionatorio, conquistare nuovi mercati e restituire serenità economica ai cittadini?
L’energia ci consuma e l’Italia deve ricostruire il suo ruolo oltre il regime delle sanzioni.
Una energia ad alto prezzo che incide direttamente per circa il 6,3% del reddito totale di una famiglia italiana, un valore nettamente superiore rispetto alla media europea che si ferma al 4,6%, mentre quello per i carburanti dei mezzi di trasporto privati incide per circa il 4,5% – 5% sul reddito totale di una famiglia italiana. L’esborso complessivo si aggira pertanto intorno ai 1.100 – 1.500 euro all’anno per famiglia. Costi che, con due auto per raggiungere il posto di lavoro, possono facilmente raddoppiare, superando i 2.500 euro annui.

I due indici di riferimento all’ingrosso del mercato italiano sono il PUN (Prezzo Unico Nazionale) per l’elettricità, espresso in €/kWh) e il PSV (Punto di Scambio Virtuale per il gas naturale, espresso in €/Smc) che dal 2021 ad oggi sono aumentati, rispettivamente, da ~0,125 €/kWh a – 0,155 €/kWh e da ~0,54 €/Smc a 0,68 €/Smc con un incremento di circa il 25%.
L’elettricità
L’indice PUN poi quest’anno ha subito un incremento del 73,3% rispetto alla media del 2025 con un costo reale pagato dagli utenti finali (comprendente materia energia, le spese di trasporto, oneri di sistema e tasse) è passato da circa 0,28 € / kWh a 0,4343 € / kWh. Di questo importo la sola componente energia pura si attesta a 0,2764 €/kWh
Conseguenze sull’economia
Ciò si ripercuote sia sul “carrello della spesa” delle famiglie con un’inflazione dei prezzi al consumo che sulle finanze delle famiglie e delle imprese con perdita competitività, riduzione investimenti e rischio chiusura.

Il recente sciopero e la contestazione degli autotrasportatori, messi fuori mercato dall’impennata del prezzo del gasolio e dalla esplosione dei costi vivi di gestione dei loro mezzi, ne sono chiara conseguenza.
Ma il danno interessa anche i servizi pubblici e lo Stato spesso costretto a varare, compatibilmente con i diktat di Bruxelles, decreti di emergenza (per bonus sociali, crediti d’imposta etc..) stanziando miliardi di euro che pesano sul debito pubblico nazionale.
Il costo dell’energia in Italia è il risultato di una combinazione di fattori economici, strutturali, fiscali e normativi che incidono rispettivamente per il 65-68 %, 14-15, 10 e 7-8 %.
Fonti energetiche utilizzate dall’Italia per la produzione d’energia
Tali costi ci colpiscono ancor di più poiché, a differenza di Paesi come la Francia (che sfrutta l’energia nucleare) o le nazioni nordiche (ricche di idroelettrico ed eolico), l’Italia produce ancora una quota determinante della sua energia elettrica attraverso centrali termoelettriche a gas naturale con forte dipendenza dalle importazioni.
Infatti l’Italia importa circa il 75% del suo fabbisogno energetico primario, il che la rende particolarmente vulnerabile alle oscillazioni dei mercati internazionali e alle crisi geopolitiche.
Ma il problema non è tanto il dover importare, ma soprattutto da chi importare, in che modo ed, in definitiva, a quali costi e con quali garanzie.
La regola adottata in tutta Europa è il sistema marginalista la cui regola fondamentale è che il prezzo di vendita dell’energia in una determinata ora è pari al costo di produzione dell’impianto più costoso necessario a soddisfare la domanda in quell’ora e poiché l’Italia copre i suoi picchi energetici quasi sempre con il gas naturale, il prezzo dell’elettricità italiana è diventato un riflesso diretto del costo del gas.
Prima del conflitto in Ucraina, l’Italia importava dalla Russia circa il 40% del proprio fabbisogno di gas naturale (circa 29 miliardi di metri cubi all’anno) tramite gasdotti terrestri. Il gas russo arrivava via tubo a costi di estrazione e trasporto storicamente bassi e stabili e con garanzie di contratti a lungo termine.

Ruolo dell’ENI
Poichè il prezzo del gas russo era rigidamente indicizzato al prezzo del petrolio l’ENI era riuscita, nel maggio 2014, a modificare il contratto trentennale che aveva prima fatto con il gestore russo Gazprom, riducendo nettamente i costi per l’Italia.
Infatti aveva ottenuto un “landmark deal“, che sganciava in parte il prezzo del gas da quello del petrolio e lo indicizzava ai prezzi reali dei mercati e degli hub di scambio europei (meccanismo hub indexation) ottenendo forniture a basso costo e prevedibili che hanno sostenuto la crescita industriale per diversi anni.
La sua improvvisa chiusura ha scatenato una forte scarsità di offerta sul mercato continentale (il TTF di Amsterdam), facendo schizzare i prezzi a livelli record tra il 2022 e il 2023 con prezzi all’ingrosso alle stelle.
L’azzeramento quasi totale di queste forniture voluto dalla Ue ha pertanto impattato direttamente sui costi finali per famiglie e imprese.
Primo a risentirne è stato, quindi, il costo della elettricità in quanto l’Italia, come già detto, produce circa la metà della propria elettricità bruciando gas e adotta il sistema marginalista (Merit Order).
Certamente anche altri eventi geopolitici come il conflitto USA-Israele-Iran con il blocco dello stretto di Hormuz hanno recentemente influito negativamente sul prezzo dei carburanti, ma sono comunque indipendenti dall’attuale volontà dello Stato italiano ed espressione di fattori strutturali legati a precedenti scelte logistiche.
Politica energetica Ue
L’Italia ha obbedito ai diktat di Bruxelles sulle sanzioni alla Federazione Russa anche se, in verità, li ha fatto propri con trasporto. Marginale di Mario Draghi (feb ’22 – ott ’22: 8 mesi) e sostanziale di Giorgia Meloni (4 anni ed 8 mesi) che ha dovuto adottare un repentino ed imprevisto cambio di organizzazione nel rifornire il sistema produttivo.
Da una via tubo abbondante e costante l’Italia è dovuta passare ad una rete basata sul GNL proveniente da varie rotte.
Il prezzo del gas conseguentemente è così passato da una media storica di circa 15-25 €/MWh nel periodo antecedente al 2021 a una quotazione attuale attorno ai 96-98 €/MWh
Il nuovo equilibrio di mercato ha così generato costi di trasporto, trasformazione e materia prima molto più elevati rispetto al passato.
La diversificazione italiana non è stata però accettata da diversi Paesi europei che hanno continuato ad acquistare e ad utilizzare il gas russo.
Tra questi Paesi abbiamo quelli dell’Europa centrale e balcanica che hanno mantenuto contratti a lungo termine con Gazprom sia via gasdotto (flussi via tubo dal Sud/Est) che tramite navi GNL (Gas Naturale Liquefatto) dai porti dell’Artico russo ricordiamo:
- l’ Ungheria (tramite il gasdotto TurkStream attraverso la Turchia e i Balcani) 4,5 miliardi di metri cubi (bcm) di gas all’anno,
- la Slovacchia, sempre via tubo. 3 – 3,5 miliardi di metri cubi all’anno
Tra i Paesi dell’Europa occidentale ricordiamo nel 2026:
- la Francia che, pur avendo azzerato o quasi per motivi logistici le importazioni via gasdotto (sabotaggio ucraino del Nord Stream con un processo penale in corso ad Amburgo), ha importato 3.6 milioni di tonnellate di GNL russo (impianti di Yamal) che rigassificano non solo per immagazzinarlo, ma anche (visto che hanno il nucleare) per rivenderlo ai Paesi vicini;
- la Spagna di Sachez: 2.7 mil di tonnellate di GNL;
- il Belgio: 2.9 milioni di tonnellate attraverso il porto di Zeebrugge che è uno dei principali hub strategici di stoccaggio e transito per il GNL, destinato al mercato del Nord Europa;
- i Paesi Bassi : 1 milione di tonnellate dal porto di Rotterdam;
- il Portogallo 221.000 tonnellate di GNL nei soli primi nove mesi del 2026;
- la Germania, sempre a causa del sabotaggio del gasdotto Nord Stream 1 e 2 non importa più ufficialmente il gas russo, ma lo riceve ugualmente attraverso triangolazioni (Sefe).
Tra i Paesi nei Balcani:
- la Serbia importa circa 2,2 – 3 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno;
- la Macedonia del Nord circa 400 milioni;
- la Turchia importa dalla Russia circa 21-22 miliardi di metri cubi (bcm) di gas all’anno.
E l’Italia?
L’Italia consuma 63,4 miliardi di metri cubi. Di questo enorme volume soltanto circa 3,4 miliardi di metri cubi (pari al 5,4% della richiesta) sono prodotti in loco. Il resto, azzerata l’importazione diretta da Mosca che prima del conflitto riguardava il 40% del totale consumato, è stato sostituito con aumenti di forniture dall’Algeria, dall’Azerbaigian e con il GNL (principalmente da USA e Qatar).
Questo perché, contrariamente a quanto hanno fatto le altre nazioni, ha aderito alle direttive dell’Unione Europea (2026/261 derivate da REPowerEU) che impediscono e penalizzano la sottoscrizione di nuovi contratti di GNL e via tubo entro il 2027 e prevedevano la chiusura graduale dei contratti a lungo termine anche per le importazioni residue e il GNL di provenienza russa.
Sanzioni e multe da parte Ue
Importare gas in violazione delle norme invero comporta sanzioni economiche milionarie e penali fino al 3,5% del fatturato mondiale delle aziende coinvolte.

Come l’Italia ha rimpiazzato il gas russo
l’Italia (tramite Eni e altri operatori) ha firmato contratti pluriennali rigidi (spesso di durata 10-20 anni) con fornitori alternativi come Algeria, Azerbaigian, Qatar e Stati Uniti.
Uno strangolamento normativo ed economico, conseguenza voluta della cessione costante e graduale di sovranità firmato da Prodi e & nei confronti della globalista Ue popolar-socialista.
E’ bene che si sappia comunque, affinchè i nostri politici non assumano in futuro l’atteggiamento di chi è caduto dal pero, che se l’Italia volesse tornare indietro dovrà pagare penali miliardarie per i nuovi contratti già firmati con i partner attuali.
A ciò si aggiunge che la rottura dei Rapporti di ENI con Gazprom (l’azienda di Stato russa) ha inoltre dato origine ad un contenzioso arbitrale internazionale miliardario di risarcimento per inadempimento. Infatti, dal punto di vista strettamente legale, il contratto pluriennale con scadenza 2035 è rimasto formalmente “in essere” per via dei complessi contenziosi legati anche alla clausola take-or-pay che prevedeva che il compratore (Eni) avrebbe dovuto acquistare comunque una quota prefissata di gas ogni anno, anche nel caso in cui avesse deciso di non ritirarla o non ne avesse avuto bisogno.
E’ possibile tornare a Gazprom?
Riprendere pertanto le relazioni commerciali con Gazprom con cui è in corso una causa di grandi dimensioni è tecnicamente e legalmente molto difficile, ma non impossibile.
Il ritorno ad accordi commerciali con Mosca anche se non significherebbe un immediato ripristino della situazione antecedente al 2022, produrrebbe comunque effetti importanti:
- creerebbe un eccesso di offerta sul mercato europeo, spingendo i diversi fornitori a fare concorrenza al ribasso sui prezzi per non perdere quote di mercato con sgonfiamento dei prezzi e minore volatilità;
- ridurrebbe il “premio di rischio” attualmente incorporato nei mercati delle materie prime (TTF per il gas, Brent per il petrolio);
- i costi all’ingrosso scenderebbero, alleggerendo le bollette di famiglie e imprese industriali energivore;
- il superamento delle sanzioni comporterebbe inoltre una riapertura di mercati chiave per l’Export restituendo sbocchi fondamentali a settori manifatturieri italiani ad alto valore aggiunto come la meccanica di precisione, macchinari industriali, moda e lusso, agroalimentare e arredamento);
- i fondi e gli asset scongelati sbloccherebbero l’accesso ai capitali di aziende o gruppi finanziari italiani rimasti congelati in Russia o soggetti a gestioni commissariali temporanee imposte da Mosca come ritorsione alle sanzioni.
Si creerebbero così nuove opportunità per la ricostruzione sia di aziende infrastrutturali, che ingegneristiche ed energetiche italiane (Snam, Eni, Saipem, settore delle costruzioni) che potrebbero partecipare a progetti sia per la ricostruzione che per la modernizzazione della rete energetica dell’intera regione.
La revisione delle leggi comunitarie richiederebbe un processo di revisione complesso che comporta un cambio nella visione politica dell’Unione che da globalizzante dovrebbe divenire più attenta alle esigenze dei singoli popoli, alle tradizioni economiche, politiche e culturali dei singoli stati membri. Una riscrittura dei trattati e della missione di questa comunità che dovrebbe, comunque, passare attraverso consenso unanime di tutti i Paesi membri.
Tale iniziativa, alla luce di quanto detto, andrebbe portata a termine, comunque, senza abbandonare l’impegno nella diversificazione delle fonti energetiche sia interne come energia solare (Fotovoltaico), eolica (Onshore e Offshore), idroelettrica, biomasse e biometano, l’iidrogeno verde ed il nucleare.
Un mix energetico per garantire sicurezza degli approvvigionamenti, stabilità della rete elettrica e sostenibilità economica/ambientale.
In definitiva superare le sanzioni con la Federazione Russa porterebbe benefici immediati sui costi dell’energia e sui volumi di export per l’Italia, ma l’architettura energetica ed economica nazionale non dovrebbe più tornare quella di una volta.

Conclusioni
Il prolungato regime di restrizioni ha frenato l’economia italiana ed i settori chiave del made in Italy. Occorre pertanto tornare ad avere fiducia nella propria tradizione ed economia tenendo a mente, però, che la ripresa passa inevitabilmente da una flessibilità diplomatica capace di guardare oltre i confini comunitari, ricostruendo i flussi commerciali interrotti e tutelando l’interesse sia dei cittadini nell’immediato che delle nostre piccole e medie imprese in futuro. La sfida è quindi quella di bilanciare l’appartenenza alle istituzioni occidentali con una diplomazia commerciale nazionale pragmatica, capace di anticipare i futuri assetti di un mondo multipolare e post-sanzionatorio e ridare slancio alla nostra economia ed alle casse dei nostri cittadini.
Fonte foto copertina: Matthew Henry su unsplash e carrelli.it
di Guido Francesco Guida








