In questi giorni di fine agosto siamo inondati di articoli o servizi sulla scuola, purtroppo quasi mai documentati o veritieri.
C’è persino una giornalista (ovviamente di sinistra) che si scaglia contro l’intera categoria dicendo che – secondo lei – gli insegnanti andrebbero divisi in varie categorie e alcuni non dovrebbero neppure essere pagati.
Prescindendo dal commentare tale insostenibile affermazione, fatta, per di più da chi proviene da un partito che – da sempre – fa della difesa dei diritti dei lavoratori la propria bandiera (almeno a parole), ci domandiamo allora perché chi scrive di scuola non si preoccupi prima di conoscerne direttamente tale realtà.
Intanto, il percorso di accesso all’insegnamento è tutt’altro che facile e indolore. Occorrono, infatti, parecchi anni di studio universitario e post (abilitazioni, specializzazioni, master e via discorrendo) prima di potere accedere a un’aula scolastica.
A questo punto, ci si dovrebbe aspettare di entrare in un ambiente di lavoro accogliente e ben organizzato, ma che cosa trova, spesso, invece, un docente, altamente professionalizzato, al suo ingresso nella scuola? Edifici vecchi o mal costruiti, aule piccole con molti alunni, servizi igienici lontani e fatiscenti, per non parlare della burocrazia inutile, opprimente e farraginosa.
Come se non bastasse, il docente è trattato, dal sistema, come uno scolaretto cui impartire ordini (e non suggerimenti) dall’alto e a cui non vada mai chiesto un parere o una collaborazione attiva.
Insomma, dopo tanti anni di studi, di tirocini e di precariato all’insegnante vengono ancora imposti altri aggiornamenti continui, per di più al di fuori dell’orario di lavoro, ma senza alcun corrispettivo economico o avanzamento di carriera, infrangendo, così, anche le norme sindacali.
Se qualcosa non va, la colpa è sempre del docente che, però, di fronte alle grandi problematiche del sistema, è abbandonato a se stesso. Gli alunni, a partire dalle elementari fino alle medie superiori, procedono in tutti i casi, sia che apprendano o meno, ma, ovviamente, quando sono privi di basi di certo non possono poi acquisire le nozioni successive.
Si dice, però, che far ripetere uno o più anni ai bambini non sarebbe giusto e forse neppure utile.
Oggi, rispetto al passato, in realtà, non mancherebbero metodi di insegnamento e tecniche innovative per permettere anche ai meno dotati di raggiungere almeno i livelli di apprendimento minimi, ma per attuarle occorrerebbero più investimenti da parte dello stato: aule più ampie, meno alunni per classe, più insegnanti di sostegno e di recupero, oltre al materiale didattico adeguato, spesso inesistente o insufficiente proprio nelle scuole periferiche che più ne avrebbero bisogno. Si aggiunga il trattamento economico riservato agli insegnanti italiani, il più basso d’Europa, i trasporti carenti, le deportazioni di insegnanti da sud a nord, come se al sud non ce ne fosse bisogno…
lydia Gaziano Scargiali








