
E’ tempo d’elezioni, tempo di “sparate” politiche a sensazione. Già: chi le spara più grosse? Se critichiamo il platonismo e, per conseguenza, l’illuminismo (rivoluzione francese) o il marxismo, per aver ipotizzato una soluzione della Storia “dietro l’angolo”, in questi giorni i “peccati” di questo tipo sono all’ordine del minuto. Rappresentano la regola: In tanti girano con le ricette in tasca e si usa anche fra la gente – nei cosiddetti discorsi da caffè – tirarne fuori qualcuna, anzi molte, anche a caso… Come quella che “potremmo vivere solo di turismo”, quando viviamo (l’italia e persino la stessa Sicilia) già di ben altro (è vero solo che si dovrebbe migliorare molto in tutti i settori e intervenendo su tutti i “tasti” della produzione e dello sviluppo, non cullandosi, ad esempio su “cultura e natura”, come se fosse moneta sonante con cui …mangiare per sempre).
C’è, puntualmente, chi promette di “creare” i posti di lavoro. Ma i posti di lavoro non si creano, non sono il punto di partenza, non possono essere (lo siano quanto si vuole moralmente) neppure il focus del problema: essi nascono in conseguenza dello sviluppo. E trattasi di sviluppo di imprese ed aziende, di possibilità fornite alla formazione del reddito aziendale. Oh, non sia mai! Stiamo parlando del profitto? Ma, se non c’è questo, non fiorisce niente. Lo insegna anche la storia recente: se il risultato della produzione di beni, e servizi e della conseguente commercializzazione non ha il segno più, andiamo in rosso, tutto si ferma, i posti di lavoro diminuiscono, il benessere diminuisce.
Lo si voglia o no, anche se nel breve termine vi può essere un aumento del Pil o del reddito nazionale senza un aumento dell’occupazione, questa non verrà mai se “il prodotto” non cresce, se le entrate non superano le spese… Sognare un equilibrio – moralmente perfetto – fra entrate e spese è proprio …sognare. Un qualunque economista non potrebbe che confermare che una ditta che raggiunga appena il pareggio è l’ultima delle ditte cd “marginali”, cioè la prima destinata a chiudere in conseguenza di uno degli usuali eventi negativi del mercato i costi aumentano o i ricavi calano…
Già, da quello che abbiamo spiegato, ci si può accorgere di come e quanto si parli, spesso, a vanvera. Teniamo, quindi, conto che anche dire che “il lavoro sia la priorità”, tanto che venga detto da sinistra – com’è più frequente – tanto che venga affermato da destra, Come a volte capita, è … mera demagogia. L’economia va vista nel suo insieme – cioè come fenomeno – mentre privilegiarne “una” che prediliga l’occupazione è pura fantasia, anzi una fandonia: creeremo, dunque, sprechi nell’impiego del personale, tanto per far lavorare più gente nell’intero sistema? E’, a più alto livello, l’errore commesso per decenni: gli stipendifici, che ha portato lo Stato ad indebitarsi fuor di misura. Ciò è più vero, se è vero – com’è nella mentalità corrente – che il “debito” dello Stato sia un debito paragonabile a quello di una famiglia o di un piccolo emporio di periferia: Cosa che, francamente, non c’è bisogno di credere.
Per inciso il debito dello Stato, ma anche quello di una grossa azienda può ricorrere a grandi e variegati rimedi cui una “mini” realtà economica non può accedere, non può neanche concepire. In una realtà internazionale che funzionasse, uno stato in difficoltà andrebbe aiutato. Ciò che è avvenuto con interventi tipo piano Marshall o con interventi più usuali… Un’impresa o un semplice commerciante in difficoltà può facilmente, a differenza di una famiglia per la quale è ben più difficile, riunire i creditori o interpellarli uno ad uno e concordare con essi dei piani di rientro, che i creditori preferiranno, pur in parziale perdita, con la mira di non perder il tutto. Ciò, dimostrando come l’azienda sia “comunque” produttiva, anche se in temporaneo passivo. Gli stati, se ben governati, possono farlo meglio e di più, ma ora per paradosso gli si impone il rigore, strozzando l’economia.

Che cosa succede, infatti, se va in default un intero stato? Quante volte “i ricchi” hanno detto sorridendo: “ebbene? Falliremo”?
A proposito di “minchiate” è facile capire come la storia del debito pubblico abbia anch’essa un contenuto sostanzialmente demagogico. Una qualsivoglia analisi di bilancio presuppone che si entri nel merito. E’ una superficialità che si comunichi solo a quanto ammontino debiti e crediti: occorre conoscerne la natura e la tipologia, definendoli –sia pur sommariamente – anche per categoria. E’ normale in “analisi del bilancio”: crediti esigibili, non esigibili o esigibili al 50% delle probabilità. Anche rimanenze, ammortamenti etc sono valutati solo ipoteticamente. Sapere numeri può valere poco, pochissimo, se non si conosce che cosa essi rappresentino, che cosa ci sia “dietro”. Questo, nel commercio, è estremamente vero, perché dietro i numeri si nascondono fatti umani, realtà sociologiche, la moda, le improvvise in novazioni… Solo Dio potrebbe quantificarle! Vi hanno mai detto come e di che cosa sia composto con un minimo di precisione il debito dell’Italia?
Poi ci sono le “minchiate” su clima, acqua, energia, risorse… Fateci caso: ci sarebbe “carenza di tutto”. La verità generica è che “un problema rende finché è un problema, finché esiste”. Questa è la visione dell’amministrazione e della mano pubblica in via generale… Fidiamoci di quei “rari” politici che apprestano soluzioni visibili. “Operibus credite”, afferma un detto scritto sulla Cattedrale di Palermo. Credete alle opere: strade, ponti, acquedotti, centrali elettriche, gasdotti, termovalorizzatori, linee ferroviarie, navi, aerei… E’ “roba” del genere che rilancia tutto: dall’economia alla qualità ella vita.
Non credete alle “esortazioni” rivolte ai cittadini del tipo (ieri): “fate la doccia e non il bagno per risparmiare l’acqua”. Ma fate gli acquedotti con la tecnologia di oggi paragonabili a quelli che i Romanio facevano con la tecnologia di allora! Tirate su l’acque da sottosuolo, se necessario, come fosse petrolio, approntando l’energia necessaria on mezzi “seri”!
Non date retta ai provvedimenti e a tutto ciò che alla classe politica che vol dare prova di attività con provvedimenti che non costano niente (vedi quelli sul costume, per esempio), che sventola l’imperativo del “cambiamento” che parla di “svolta”. Il peggiore è il “colpo di reni”… Se il linguaggio si fa calcistico e sportivo, siamo proprio alla frutta!
Qualcuno ha etto che se cade una foglia, cambia tutto il mondo. E’ un iperbole, d’accordo… Ma prima di modificare certe istituzioni bisognerebbe riformare l’intero istituto giuridico. E s tale istituto è regolato da leggi stratificatesi – comunque – nei millenni, non basta un quarto di una legislatura “italiana”. Ci vorrebbero – per esempio – legislatore della statura dei “nostri padri”. Ed è evidente che non ci sono…
Ma di tutte queste cose parliamo tanto, per cui rimandiamo, con un minimo di presunzione, agli usuali articoli di Palermoparla. D’altro canto non potremmo mai esaurire il numero di stupidaggini che si sentono alla vigilia del voto. Esse sono l’esasperazione di di quelle abituali: il peggio è quando “si soffia” sulle paure di sempre per esprimere le promesse non mantenute …di sempre
Tranquilli comunque: mancano pochi giorni e, dopo le elezioni, le minchiate diminuiranno in caduta verticale.
Scaramacai








