Ogni nostra azione in rete è tracciata. Consegniamo le nostre vite ai big (e ai meno big, ndr) della rete e nemmeno ce ne accorgiamo… Dal 25 maggio 2018 è entrato in vigore il General Data Protection Regulation (abbreviato GDPR), numero 2016/679, regolamento che tutela le informazioni degli utenti online. Con il nuovo regolamento ogni servizio o sito non potrà raccogliere e memorizzare dati – cosa compra l’utente, numero di clic, ricerche, quanto tempo si dedica ad un contenuto, e via discorrendo – né tantomeno cederli a terzi o utilizzarli per proporre offerte commerciali di vario genere, senza il completo assenso da parte dell’utente.
Decade anche la classica “accettazione over all” di servizio, che attualmente utilizzano società e app come Facebook e Google. Sarà necessario chiedere il consenso o presentare una scelta di rinuncia. Tuttavia Google ha già tante informazioni su di noi rispetto a Facebook. Per fare un esempio, un utente che ha la necessità di comprare un nuovo modello di auto, nel percorso di scelta e di acquisto, cercherà sicuramente informazioni su Google utilizzando parole come: “concessionario, finanziamento auto, auto usata, ecc.”.
Basandosi su queste parole chiave è possibile conoscere l’intenzione di acquisto dell’utente e poter offrire pubblicità in linea con il consumatore. Facebook, contrariamente, ha bisogno di sapere molte più informazioni per presentare un particolare contenuto sponsorizzato. Google ha una rete pubblicitaria molto più complessa (sia per formato sia per tipo) rispetto a quella di Facebook. I motori di ricerca decidono per noi cosa sia rilevante nella conoscenza.
Di fatto dietro a ogni ricerca c’è sempre un algoritmo che mira a soddisfare l’utente, a farlo contento. Ma è una strategia elementare: più sei contento e più rimani a navigare dove sei contento e questo aspetto ha anche una funzione commerciale. GOOGLE offre la possibilità di consultare la nostra navigazione internet mettendo a disposizione un portale che si chiama “Google – Le mie attività”. Digitando queste parole chiave si potrà vedere la cronologia delle nostre ricerche. Sarà anche possibile disattivare altre opzioni, come il registro che ha Google sui video che si guardano su Youtube. E-mail, Facebook, WhatsApp o Twitter.
Ogni giorno usando i nostri profili in Rete veniamo invasi dai link. Saper riconoscere i siti sui quali non entrare è fondamentale per aumentare la nostra sicurezza informatica. Per prima cosa per capire se un sito è affidabile oppure no bisogna verificare l’URL. Innanzitutto esistono due tipi di URL: uno standard e uno abbreviato.
Il primo è il classico www.nomedeldominio.com. Il secondo è una forma accorciata pensata per app e social e per fare un esempio si può immaginarlo così: “goo.gl/j12QjX”. Gli hacker usano con maggiore frequenza gli URL abbreviati per trasportare le persone su un sito fasullo o compromesso. Perché in questo modo l’utente non si accorge direttamente del nome del dominio.
Sarà vero quello che si dice sul fatto che i telefoni cellulari ascoltano le nostre conversazioni attraverso il microfono? Com’è possibile che dopo aver auto una conversazione riguardo viaggi o cose da comprare, qualcuno si sia ritrovato su face book un banner pubblicitario dello stesso argomento?
Mark Zuckerberg di face book ha negato tale eventualità nientemeno di fronte il Congresso degli Stati Uniti in merito al caso Cambridge Analytica. Se su Facebook si vede una pubblicità di un prodotto di cui si è parlato la sera prima con degli amici o di un viaggio che si desidererebbe fare, forse è perché si è fatta qualche ricerca a riguardo in precedenza o forse perché i dati consegnati a Facebook dicono molte più cose di noi di quanto si possa credere. Quando si acquista qualcosa online e si inserisce il proprio indirizzo e-mail, numero di telefono o altro ID cliente al momento del check-out, i broker di dati potrebbero ottenere la esatta cronologia degli acquisti.
Le informazioni sul contenuto del carrello vengono vendute ad aziende terze, le quali si occupano di diffondere pubblicità mirate per conto di grandi multinazionali – Amazon, eBay e così via. Ma comunque, se si è ancora preoccupati che Facebook utilizzi il microfono dello smartphone, basta spegnerlo: su iPhone, Impostazioni> Privacy> Microfono> Facebook. Su Android, Impostazioni> App> Facebook> Autorizzazioni> Disattiva microfono).
Franco La Valva

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Nota. George Orwell non poteva conoscere il web perché non esisteva l’elettronica, ma – con il suo genio – l’aveva intuito.Sarebbe venuta l’era in cui tutti saremmo stati talmente “schedati” e controllati da non poterci ritenere più liberi. Tutto cominciò, forse con le prime anagrafi al tempo dei Sumeri…
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