Se il suo peso politico risulta marginale rispetto agli Usa?

In questi giorni fervono gli incontri tra i leader europei per il nuovo assetto da dare all’Unione, dopo la tornata elettorale.
Apparentemente, non sembra sia cambiato molto per quanto riguarda le formazioni politiche rappresentate a Bruxelles, certi equilibri, però, sono cambiati.
La forte avanzata dei partiti di destra in Francia, in Germania e in Italia, accompagnata dall’emorragia di voti da parte di liberali, socialisti, verdi e sinistra manda un chiaro messaggio di volontà di cambiamento ai burocrati di Bruxelles: certe politiche non sono più gradite ai popoli del Vecchio continente.
Il centro, però, formato soprattutto dal Ppe, ha retto bene e rimane il partito più forte (189 seggi), seguito dai Socialisti e democratici (136 seggi), ma un’alleanza tra queste due formazioni che escludesse le destre e i conservatori non corrisponderebbe più a quanto richiesto dal voto popolare e non darebbe, quindi, sufficiente autorità e stabilità alla nuova amministrazione.
Le discussioni tra leader europei e partiti sono iniziate e continueranno ancora per qualche settimana, forse fino a luglio, ma ancora non si sa se si arriverà a una scelta condivisa sui nomi o se si faranno scelte divisive che potrebbero, poi, rendere più difficili le soluzioni da adottare.
La nuova amministrazione europea si troverà ad affrontare, infatti, molti e complessi problemi, a cominciare dalla guerra in Ucraina.
Questo conflitto, a prescindere dalle gravi conseguenze umanitarie, ha comportato, per la Ue, anche una grave crisi economica dalla quale non si può dire sia ancora uscita. Mentre l’economia Usa ne ha tratto indubbi vantaggi per la vendita di armi e prodotti energetici, non si può dire altrettanto per i paesi dell’area Schengen che, al contrario, hanno subito ingenti danni a causa dell’esplosione dei prezzi (inflazione alle stelle), del rincaro dei prodotti energetici e in conseguenza delle sanzioni inflitte alla Russia che hanno penalizzato molti produttori europei, oltre a vari importanti settori come, ad esempio, quello turistico.
Se la Russia ha potuto, infatti, continuare a vendere gas e petrolio tramite i paesi amici, non altrettanto hanno potuto fare, con i propri prodotti, l’Italia e altri paesi europei. Gli Usa, poi, hanno offerto all’Italia il loro gas a un prezzo notevolmente più alto rispetto a quello della Russia.
Inoltre il costo degli aiuti militari inviati all’Ucraina ha sottratto all’Italia risorse importanti che, sommate all’impennarsi dell’inflazione, hanno frenato notevolmente la crescita del Paese e penalizzato in particolare quei ceti che non hanno i mezzi per fronteggiare l’aumento dei prezzi. Con redditi ed entrate dimezzate si sono, così, fermati molti importanti settori come, ad esempio, quello immobiliare.
Lo scossone politico delle recenti elezioni europee va letto come la reazione dei popoli europei a una serie di scelte fortemente avversate dalla maggioranza degli europei. Se si sommano, infatti, i voti andati alle formazioni di destra con quelli, altissimi, dell’astensione si ricava un quadro fortemente critico nei confronti delle politiche finora seguite dalla Ue. Questa, infatti, si rivela, allo stato attuale, completamente asservita alle decisioni Usa, tutte evidentemente alquanto penalizzanti per l’economia europea.
La narrazione generalmente fatta dai media della guerra russo-ucraina non tiene minimamente conto di molti fattori importanti né delle conseguenze economico-sociali che il protrarsi di tale conflitto stanno portando. A conti fatti, da un punto di vista strettamente economico, sembra che a giovarsene siano stati soprattutto i due colossi, Stati Uniti e Russia, i due paesi in possesso dell’industria bellica più potente al mondo.
Se gli Usa speravano di colpire la Russia tramite le sanzioni economiche va detto che non vi sono riusciti, anzi forse hanno ottenuto proprio il risultato opposto: la rete degli alleati di Putin si è, infatti, allargata e rafforzata. Se la Russia, nel frattempo, a causa della guerra, ha perso importanti scambi commerciali con l’Occidente, ne ha, però, in compenso, guadagnato altri di considerevole importanza.
L’area di scambio dei cosiddetti Brics, anche se al momento risulta economicamente inferiore rispetto a quella occidentale, si va continuamente allargando e consolidando, per cui quel che era possibile a quest’ultima, un tempo, quando era il dollaro a dettare legge nei mercati mondiali, ora non lo è più e purtroppo i paesi della Ue, più divisi che mai, non sembrano in grado di fare da arbitro tra i due blocchi, mentre, a recitare un ruolo molto più importante sono altri paesi come la Turchia insieme ad altri del medioriente.
Perciò, chi teme l’eccessiva crescita delle destre in Europa, invece
di lamentarsene, dovrebbe chiedersi quale ne sia stata la causa.
La questione ucraina, in realtà, è molto più complessa di quel che può sembrare. Come spesso accade la narrazione dei fatti, portata avanti dai media, è alquanto parziale e lacunosa: non vengono esaminate con obiettività le ragioni degli uni e degli altri, si nascondono i veri interessi in gioco, in definitiva, l’informazione che ne viene fuori è in gran parte frutto di propaganda.
Se è vero, infatti, che furono i Russi ad iniziare l’invasione dell’Ucraina nel febbraio del 2022 è pure vero che il conflitto era già iniziato nel 2014 quando furono gli Ucraini dell’ovest a bombardare le regioni ucraine dell’est, a maggioranza russofone. La guerra è, perciò, iniziata come guerra civile e solo dopo otto anni la Russia è intervenuta direttamente nel conflitto per difendere i territori ucraini filorussi che subivano le aggressioni dei loro connazionali.
A tutto ciò vanno aggiunti sia gli accordi di Minsk del 2014, firmati da Russia, Ucraina e Osce, che riconoscevano l’autonomia di alcuni territori ucraini, come il Donbass e il Donesk, sia la considerazione che, per la Russia, l’Ucraina costituisce un territorio di grande importanza strategica essendo troppo vicino alla Russia per poterlo lasciare in mani americane. Basti dire che se vi venissero posizionati dei missili da popolazioni nemiche, in caso di conflitto il rischio per i Russi sarebbe troppo alto. In pratica, la Russia correrebbe lo stesso rischio che corsero gli Stati Uniti, al tempo di Kennedy, quando Kruscev stava collocando i suoi missili a Cuba, a breve distanza dagli Usa. A buon diritto, allora, il presidente americano ne impose il ritiro e lo ottenne. Negare alla Russia il diritto di difendere il proprio territorio da un possibile attacco straniero sarebbe, oltre che ingiusto, anche rischioso per gli stessi Usa. E’, infatti, notizia di questi giorni che navi russe si stanno dirigendo verso Cuba, allora ci sembra il caso di dire che la storia si ripete e, a questo punto, la domanda che l’Occidente deve porsi è se conviene davvero continuare l’escalation militare o non, piuttosto, sedersi attorno a un tavolo e cercare soluzioni alternative.
Lydia Gaziano Scargiali







