Le ragioni dell’uno e dell’altro. Che cosa preferire?
Come spesso accade, anche nel caso di sovranismo e globalismo, ci troviamo difronte a una scelta antitetica difficilmente risolvibile perché la realtà effettuale poco si presta a scelte così radicali, ma lo scontro tra le due visioni del mondo si fonda su motivazioni che hanno entrambe la loro validità.
Il sovranismo è stata per lungo tempo la scelta più adottata: i governi, infatti, tendevano a mettere al primo posto gli interessi nazionali e, tra questi, ovviamente, c’era la difesa dei prodotti del proprio paese, ma la rivoluzione industriale e lo sviluppo tecnologico hanno poi condotto a scelte differenti. Infatti, quando un mercato è costretto ad espandersi oltre i propri confini nazionali a causa della sovrapproduzione causata dall’industrializzazione succede che per vendere i propri prodotti al paese chi li potrebbe potenzialmente comprare anche questi deve avere la possibilità di acquistarli, quindi, alla fine, per raggiungere questo scopo, i prodotti da vendere vengono scambiati con le risorse, naturali o meno, fornite dai paesi destinatari.
Naturalmente questi processi non sono affatto indolori per i paesi meno forti economicamente, che finiscono spesso per dipendere dalle economie altrui e il danno, alla fine, non è solo per questi, dato che tali meccanismi possono produrre anche contraccolpi imprevisti nelle economie di paesi terzi.
In definitiva, se i vantaggi del globalismo, da una parte, sono innegabili perché apportano conoscenze e sviluppo in ogni parte del mondo, dall’altra, in pratica, tendono a rafforzare economicamente alcuni territori rispetto ad altri, che non hanno le stesse strutture industriali e tecnologiche e a creare, di conseguenza, squilibri e zone di sottosviluppo.
La soluzione al problema, però, non è data neppure dal sovranismo puro perché è indubbio che l’interscambio riduce i costi di produzione e fa abbassare i prezzi delle merci perciò occorre evitare sia la totale dipendenza economica da altri paesi produttori sia la totale autarchia che, per promuovere lo sviluppo interno del paese chiude, o limita fortemente, l’ingresso delle merci provenienti dall’estero. E’ anche vero che ci si può difendere dall’invasione di prodotti esteri usando vari mezzi, uno dei quali è l’imposizione di dazi elevati, ma è chiaro che, come risposta a questi, i paesi che ne vengono colpiti potrebbero adottare scelte analoghe.
L’argomento è complesso perché investe molti aspetti della vita sociale e politica, mentre la continua evoluzione tecnologica impone agli stati scelte veloci non sempre opportune e convenienti.
Se a tutto ciò aggiungiamo anche le frequenti guerre, economiche o militari, condotte da alcuni stati nei confronti di altri per acquisire territori strategici o per espandersi commercialmente, ne deriva un quadro non solo più complesso, ma anche molto più fosco per la crescita umana e civile della popolazione mondiale.
Nonostante tutto, esiste, però, ancora qualche spiraglio di speranza per un mondo di pace in cui ogni paese possa avere le proprie chance di sviluppo: da un mondo bipolare, infatti, che contrapponeva gli Stati Uniti all’Unione sovietica, stiamo passando a un mondo multipolare in cui gli stati dotati di economie forti e di grandi risorse stanno crescendo numericamente e si stanno organizzando in modo indipendente.







